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Full text of "La vita e le opere di Giambattista Marino; studio biografico-critico"

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LA VITA E LE OPERE 



GIAMBATTISTA MARINO 



y 



"^ LA VITA E LE OPERE 



GIAMBATTISTA MARINO 



STUDIO BIOGRAFICO-CRITICO 



MARIO MENGHINI 






ROMA 

LIBRERIA A. MANZONI 

DI E. MOLINO - Corso 264 

1888 






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(/ WAn2l''974 



PROPRIETÀ LETTERARIA 






UoMA, 1888 — Tip. Mefasfasio 



A FRANCESCO TORRACA 



PREFAZIONE 



Non m' illudo, ne meno lontanamente. Questo mio 
studio, condotto su materiale nuovo od inesplorato., 
contiene tutti i vizi e tutte le imperizie dì un libro, 
per il quale l'aiuto di lavori anteriori è stato quasi 
nidlo, se non affatto inidile ; e ciò per molte ra- 
gioni, non ultima delle quali la figura stessa del 
poeta, che, pter indole propria, e per mala piega de- 
gli altri, è stata completamente svisata. 

Nella preparazione poi di questo studio è venuta 
fuori la necessità di una storia sidla poesia pasto- 
rale italiana ; perche ipiii cìie mai, ne' secoli XVI e 
XVII j le letterature straniere si foggiarono sulla 
nostra, ed un alito di vita pastorale si sparse per 
tutta V Europa, così potentemente, da inaridire quasi 
ogni fonte poetica, nella quale non entrasse il senti- 
mento bucolico. B Weinberg, il (1) ffiihle (2) ed idti- 

(1) Gr. 'Weinberg, Das franzosische Schiìferspiel in der Hiilfte des 
XVII Jaìiì-hundet-ls, Frankfurt, 1884. 

(2) Fr. Rùhle, Das dentsche Schiìferspiel des XVIII Jahrhiinderts, 
Halle, 1883. 



— vili — 
mamente il Korting (1) di Germania ; il Bonafons (2) 
ed il Bernard di Francia intrapresero uno studio 
serio e minuto sidla jjastorale francese e tedesca ; noi 
in Italia ahhiam fatto, è vero, qualcosa^ ma gli studi 
fatti non corrispondono all' importanza dell'argo- 
mento ; (3) limitandoci ad un breve studio sulla buco- 
lica de' nostri sommi poeti, sema legar insieme questi 
studi, che dovrebbero poi condurre ad una Storia 
completa della poesia pastorale ; dall' autore della 
Divina Commedia^ a Giambattista Marino. E reca 
veramente meravìglia, che in un' epoca di grandi 
ricerche, quaV è la nostra, manchi questa storia ; 
perchè la pastorale è emanazione puramente nazio- 
nale ; ptercM Jacopo Sannazaro dà al mondo civile 
mi romanzo prototipo di tanti altri spagnoli, fran- 
cesi, inglesi e tedeschi ; mentre Agostino Beccavi e 
subito dopjo Torquato Tasso ci dònno l'esempio di 
un dramma pastorale che noi riteniamo come supe- 
riore al romanzo pastorale, il quale è coltivato quasi 
esclusivamente dalle altre nazioni. 



(1) H. Korting, Geschichte des franzosischen Romans ini XVII Jahr- 
htoidert, Leipzig, 1885-87. 

(2) N. Bonafous, Étucles sur VAstrée, Paris, Firmin — Didot, 1846. 

(3) Fauno adunque eccezione F. Torraca, che studiò e studia ancora 
con amore il Sannazaro. (Cfr. F. Sannazaro, nella Cronnra del Liceo 
V. Emanuele dì Napoli, 1879; — Imitatori stranieri dei Sannazaro, Roma, 
Loescber, 18S2 ; — La materia dell'Arcadia, Città di Castello, Lapi, 1887). 
Vittorio Rossi, (Cfr. G. Guarini ed il Pastur Fido, Torino, Loescher, 1887). 

,B. Zumbini, che, nel suo studio sul Petrarca, toccò anche le egloghe la- 
tine del poeta. A. Hortis, (Cfr. Studi sulle opere latine del Boccaccio, 
Trieste, 1880.) Come vediamo è poca cosa, per una letteratura, nella 
quale la poesia pastorale ebbe si lungo ed importante dominio. 



— IX — 

Ed io m'unisco sinceramente al signor Vittorio 
Rossi che nel suo pregevole libro sul Pastor Fido^ 
invoca una storia della imesia pastorale ; compiuta 
la quale, son fermamente convinto^ saranno risolute 
molte ed importantisshm questioni letterarie, fra le 
quali primeggia, e questo lo dico fin d'ora, la causa 
dell'origine della maniera di poetare, che venne chia- 
mata il Seicentismo. 

Roma, aprile 1888. 

Mario Menghini. 



INDICE 



Prefazione. 



PARTE I. 



Capitolo I. — La critica e la letteratura del secolo XYII — 
Condizioni della letteratura italiana alla fine del secolo XVI 

— Milton in Italia — La Chiesa, l'Inquisizione ed i filo- 
sofi del Seicento Pag. 3 

Capitolo II. — Torquato Tasso e la fine del Cinquecento — Fonti 
epica, cattolica e lirica — Loro decadenza :— £agioni di 
qnestar-decàdehza » 11 

Capitolo III. — La società del Seicento — Sue aspirazioni — 
Indole del Marino — Carlo Emanuele I di Savoia — Sguardo 
generale sulla storia italiana nel secolo XVII — Carlo Ema- 
nuele e i poeti del Seicento » 17 

Capitolo IV. — Indirizzo della poesia del secolo XVII — Tra- 
iano Boccalini, la « Pietra del paragone politico » e i poeti 
spagnoli — Desiderio di novità nelle fonti poetiche — Il 
Marino ne è creduto l'innovatore — Evidente falsità di que- 
sto giudizio » 28 

Capitolo V. — Giovanni Battista Marino e i suoi biografi 
sincroni — Primi anni d'età — Suoi dispiaceri in famiglia 

— Sua prigionia — Fuga da Napoli » 41 

Capitolo VI. — Il Marino a Roma — È accolto da Melchior 
Crescenzio — Suoi viaggi per l'Italia — Prima edizione 
delle sue rime — Analisi di queste — Concetto dell'amore 
nel Marino — È famigliare del cardinale Aldobrandino. » 51 



XII — 

Capitolo VII. — Il Marino alla corte di Carlo Kmanuele di 
Savoia — Il Marino e il Murtola — La Marinatele e la 
MurfoleUle — Panegirico del Marino al duca di Savoia — 
Tentato assassinio del Marino e sua prigionia — L'Italia si 
commuove per questo fatto — Liberazione del Marino — 
La " Fera tnagnanima di Lenin „ e le guerre letterarie del 
Seicento — La terza parte della Lira del Marino .... Pag. 102 

Capitolo Vili. — Il Marino alla Corte di Francia — È accolto 
festeggiatissimo da Maria de' Medici e dal Concini — Tur- 
bolenze in Francia e timori del Marino — La Galleria 
— Lope de Vega e il Marino — Analisi della Galleria — 
Fama immensa del Marino — Suoi imitatori e traduttori in 
Francia — Il Malherbe gli è nemico — La Sampogna — v^ 

Valore della poesia pastorale del Marino » 129 

Capitolo IX. Il Marino e 1' Hotel rie Tiarnhouill et — Ij Adone — 

II Marino e lo Chapelain — Valore letterario e morale del ^ 
poema — Il Marino poeta epico e lirico — Venus and 
Adonis di Shaìkéspeare — Valore lirico del poema shakespea- 
riano — Vénus et Adonis del La Fontaine, e gli altri 
poemi sul mito adontano — La favola di Amore e Psiche — 
Marino, La Fontaine e Molière — Importanza del mito di 
Psiche » 192 

Capitolo X. — Il Marino torna in Italia — Accoglienze che 
riceve in patria — Sua morte — Esequie del Marino — 
Ritratto del poeta — Indole generale della sua lirica — 
Lc( Strage degli Innocenti » 264 

Capitolo XI. — Tommaso Stigliani contro il Marino — Com- 
batte l'^rfo^e anche dopo la morte dell'autore — Apologisti 
del Marino — Angelico Aprosio da VentimigUa » 282 

PARTE IL 

Capitolo XIL — Il seicentismo in Europa — Una polemica 
letteraria alla fine del secolo XVIII — Opinione del D'O- 
vidio sul seicentismo — Gongora e i gongoristi — Quevedo 
e 1 culteranisti — La PU'iade e i poeti crottés — Lilly e 
gli eufuisti — Hofifraannsvaldau e la scuola della Slesia. » 315 

Capitolo XIII. — Il seicentismo e la poesia pastorale ... » 347 

Documenti w 355 



t; 



PARTE PRIMA 



Capitolo I. 



l<a critica e la letteratura del secolo XVII — Condizioni della letteratura 
italiana alla fine del secolo XVI — Milton in Italia — La Cliiesa, 
l'Inquisizione ed i filosofi del Seicento. 



Purtroppo è vero die sulla nostra storia lette- 
raria vi è ancora molto da studiare ; il Seicento poi 
è affatto inesplorato. Sembra clie i critici italiani 
arrivati al Tasso, che chiude si gloriosamente il 
secolo XVI, ed anzi è, come dice il Carducci, 
« il poeta dell'età di transizione, » abbiano sde- 
gnato di studiare quella letteratura mezzo imba- 
stardita ; la letteratura seicentista, che, per varie 
cause, tanto risente delle letterature straniere con- 
temporanee, della spagnola in ispecie. Sarebbe 
qui inutile ricordare che della nostra letteratura si 
sono studiate, e si studiano ancora con amore le ori- 
gini; poi le monografìe e gli studi critici si sono ag- 
gruppati attorno a quattro o cinque delle maggiori 
glorie italiane: Dante, il Boccaccio, il Petrarca, 
l'Ariosto e forse il Tasso; ma delle minori, una 
delle quali illustrerebbe degnamente una lettera- 
tura che non fosse l'italiana, la quale ne ha prò- 



— 4 — 

dotte in copia si grande, poco si è fatto, perchè 
sieno poste sopra quel piedistallo che meritano. 
L'Alamanni, l' Aretino, il Franco, il Tansillo, il 
Bembo, e tutta quella mirabile schiera d'umanisti, 
che furono di saldo puntello a' moti progressivi 
del E-inascimento, giacciono nell'oblio. 

Il Seicento poi, come abbiamo detto, è un de- 
serto per la critica letteraria ; e, se si volesse ar- 
gomentare dalla ripugnanza che hanno avuto i 
letterati di occuparsi di quel periodo, parrebbe 
che la letteratura italiana al secolo XVII fosse 
una macchia vergognosa per la nazione. 

Ed infatti sin dai primordi del secolo XVIII, 
o per meglio dire sin da quando Cristina di Svezia, 
coadiuvata dal Crescimbeni, fondava in Roma 
YAì'cadia, che era nata, come tutti sanno, « per 
porre un riparo ai deliri ed alle stranezze del Sei- 
cento, » cominciarono le invettive contro la lette- 
ratura seicentista. « Eccoci a un argomento, scrive 
il Tiraboschi, di cui par che l'Italia debba anzi 
andar vergognosa, che lieta e superba. Se alcuni 
degli scrittori da noi in addietro accennati usano 
d'uno stile tronfio e vizioso, essi almeno c'istrui- 
scono co' lumi che spargono o sul Regno della 
Natura o sulle vicende de' secoli. » 

E non è solamente l'eruditissimo abate mode- 
nese, che abbia questo pregiudizio: il Quadrio, il 
Corniani, il Salfi e giù giù sino al Settembrini, 
pel quale ultimo il seicentismo non è altro che 
il « Gesuitesimo nell'Arte, » tutti gli storici della 
letteratura non possono astenersi dal deplorare 



— 5 — 
quell'epoca; la quale cancellerebbero con gioia 
dalla storia letteraria, se ciò fosse in loro potere. 

Eppure il Galilei inventa il cannocchiale e con 
quel jDrimitivo istrumento ottico indaga le vie del 
cielo, mentre che, come -filosofo, pianta le basi 
solide della scienza moderna ; eppure Giordano 
Bruno e Lucilio Vanini corrono l'Europa predi- 
cando la libertà di coscienza ed il libero esame; 
e « Carlo Sigonio, con le Storie del Regno d'Italia^ 
apre insignemente all'Europa l'età critica degli 
studi su l'anticliità e su '1 medio evo; » (1) eppure 
Alessandro Tassoni, Fulvio Testi, Gabriello Cliia- 
brera sono i continuatori della gloriosa letteratura 
del Cinquecento, mentre Giovanni Battista Marino, 
Tommaso Stigliani, e con loro la schiera degli 
imitatori, se non hanno un vero e puro concetto 
dell'arte, segnano nondimeno l'era d'una nuova 
poesia. 

L'Italia aveva terminato l'opera sua del E<ina- 
scimento, da lei intrapresa con incredibile sforzo 
e fortuna. Per circa due secoli, noncurante, con 
singolare disprezzo, che eserciti stranieri la per- 
corrano e l'opprimano; soffrendo che i due grandi 
mastini del Cinquecento, Francia e Spagna, se la 
litighino e se la strappino a brandelli a vicenda ; 
l'Italia, tranquillamente, dopo di aver compiuta 
la grand'opera d'illuminare il mondo, sulla fine 
del secolo XVI, si riposava dall' aver terminato 
un lavoro cosi grandioso. 

(I) G. Carducci, S:icrli letterari, Livorno, 1880. 



— 6 — 
I popoli, potentemeiLte spinti dal pensiero 
italiano e dalla Riforma, eh' è un frutto di quello, 
nel progresso della civiltà, cominciavano ad operar 
da se. E qui per l'Europa comincia il grande pe- 
riodo del libero scambio delle idee; e, come s' è 
detto, Bruno e Yanini percorrono la Francia, l'In- 
gliilterra e la Germania; dappertutto essi sono 
l'alito della vita scientifica, e attorno ad essi, 
nelle Università di Francia e d'Inghilterra, s'ag- 
gruppano valenti discepoli ; di qui datano le più 
perfette traduzioni de' capolavori italiani, ed i 
carteggi de' grandi letterati che s'interrogano a 
vicenda e si comunicano le idee che ricevono 
dalle letture de' classici ; Giovanni Milton viene 
in Italia, e, non ostante i suoi istinti e la sua re- 
ligione puritana, è acclamato in tutte le corti 
italiane; né fu meno graziosa l'accoglienza tro- 
vata a E,oma, e presso un porporato com' era il 
colto nipote d'Urbano Vili, Francesco Barberino ; 
ed il puritano pranzò fin nel Collegio di sua na- 
zione, a S. Tommaso di Cantorberi. (i) 

L'iUustre autore del « Paradiso perduto » che 
aveva intrapreso quel viaggio con le prevenzioni 
del Watton, il quale l' ammoniva a guardarsi 
dalle corti italiane, viene festeggiato in tutte le 
accademie di quel tempo, ed in quella degli Svo- 
gliaii legge una poesia latina in versi esametri 
molto erudita; a Xapoli è ospitato dal Manso, il 
grande amico e protettore del Tasso e del Marino, 

(1) A. Reumont, Milton e Galileo (uel volume. Storia e letteratura^ 
Barbèra, 1880, pag. 408). 



— 7 — 
e lasciando l'Italia, dedica all'ospite la bellissima 
poesia latina « Mansus ; » nella quale dice di lui 
« vir ingenii laude, tum literarum studio, neo 
non et bellica virtute, apud Italos clarus in primis 
est: » più in là: 

Te pridem magno felix, concordia Tasso 

Funxit, et aeternis incripsit nomina chartis. 
Mox tibi dolciloquum non inscia Musa Marinum 
Tvadidit ; 

e chiude l'elegia con questi versi: 

Fortunate Senex ! ergo quacunque per orbera 
Torquati decus et nomen celebrabitur ingens 
claraque perpetui succrescet fama Marini,.... 

Il nuovo metodo critico-sperimentale applicato 
allo studio dello scibile umano, accoppiato allo 
spirito di novità, caratterizza la coltura seicen- 
tista. In Europa, e specialmente in Ispagna ed 
in Italia, l'Inquisizione tenta reprimere il novello 
impulso che riceve l'arte e la scienza con le per- 
secuzioni e colle torture, bruciando uomini e libri ; 
e tentando, nella sua bestiale aberrazione, di far 
riconquistare alla Chiesa quel primato ch'avea 
perduto per sempre. Ma i pensatori guardano 
tranquillamente quegl'istrumenti di tortura che 
la Chiesa loro prepara, e i libri si moltiplicano 
con grande rapidità. 

Tommaso Campanella, novatore e investigatore 



— 8 — 
in ogni ordine di cose: in filosofìa, in politica; (1) 
cospiratore e capo di partito, e clie dal fondo di 
un'orrida galera tracciava e pensava la sua « Città 
del Sole, » Tommaso Campanella « il martire delle 
novelle speculazioni » (2) è torturato sette volte e 
rimane sepolto in carcere 27 anni; (3) e Lucilio Va- 
nini e Giordano Bruno precorrono il Vico e il Gian- 
none. Ma che importano a loro le torture orribili 
e le persecuzioni incessanti? Che importa al Ga- 
lilei della relegazione perpetua in Arcetri? A 
quei grandi sarà tolto tutto fuorché pensare; 
è questo accentramento di tutte le facoltà del 
pensiero sopra i fenomeni e le opere della na- 
tura che bisogna valutare nella cultura seicen- 
tista. 

« Il pensiero d'allora mirava ad una riforma 
profonda e radicale. A lato delle vecchie uni- 
versità si vedono sorgere società libere, consacrate 
ed inspirate al pensiero nuovo; il quale penetra 
sin nei conventi, antichi asili della scolastica, ed 
i più ardenti apostoli della nuova filosofìa nascono 
dal seno degli ordini religiosi; non v'è lembo di 
terra italiana che non dia il suo contributo a 

(1) Opere di Tommaso Campanella, ordinate ed annotate da Alessandro 
D'Ancona e precedute da un discorso del medesimo sulla vita eie dottrine 
dell'autore, Torino, Pomba, 1853, pag. CXLIX. 

(2) Gabriele Naudè, che venne in Italia per comperar libri per i! 
cardinale Mazarino, e che conobbe il Campanella, nel suo libro « Coupn 
d'K.'at » cap. IV dice: « Et lorsque Campanella eut desseia de se faire 
roi de la Ilaute-Calabre, u 

(3) Cinquanta prigion, sette tormenti 

Passai 

cantava il povero prigioniero. 



— 9 — 

questa nobilissima milizia; però nei filosofi, spe- 
zialmente meridionali, domina l'immaginazione ; 
la loro ragione non è abbastanza matura per con- 
tenerla; e perciò corron dietro a sistemi non suffi- 
cientemente studiati, e die essi non ancora com- 
prendono. Bruno, spirito pitagorico e platonico, più 
pitagorico cbe platonico, commosso e quasi ine- 
briato dal sentimento dell'armonia universale, si 
slancia dapprima a traverso le speculazioni più 
sublimi, ove l'analisi non l'ha ancora condotto. 
Camminando su principi che egli non ha ancor 
loene esaminati si perde nell'abisso di una unità 
-assoluta, destituita dei caratteri intellettuali e 
morali della divinità e inferiore all'umanità stessa. 
Spinoza è il geometra del sistema. Bruno ne è 
il poeta. Rendiamogli almeno questa giustizia, 
che prima del Galilei amò l'astronomia di Co- 
pernico. Il grande e sventurato filosofo entrò gio- 
vanissimo in un convento di domenicani ; un giorno 
si svegliò con uno spirito opposto a quello del 
suo ordine, e fuggi dal convento. Andò a sedere, 
talvolta come scolaro, talvolta come maestro, nelle 
scuole di Parigi e di Wittemberg, seminando per 
'via scritti ingegnosi e chimerici, i quali gli frut- 
tarono ]a tortura e la morte. » (1) 

Perchè coloro che avevano la fregola di criti- 
care Aristotile erano torturati od arsi; cosi i pe- 
ripatetici crearono ad arte la congiura del Cam- 
panella, per perderlo come antiaristotelico; cosi 

(l) Victor Cousin, Vanini, sa vìe, ses écrits et sa mori, Revue des 
X>eux Mondes, 1843. 



— 10 — 

Torquato Tasso s'impazziva, perchè l'accusaTano- 
di essere tro]3po platonico. 

E noi veramente non sappiamo comprendere,, 
davanti alle nobili figure del Bruno, del Vanini, 
del Campanella e del Galilei, quello che dice il pro- 
fessor De Castro, facendo un rapido riassunto 
delle condizioni politiche dell'Italia nel Seicento : 
« Xon solo era morta ogni libertà fra noi, non solo 
l'indipendenza era perduta, si perduta che anche 
il desiderio di essa taceva nel petto dei più; ma 
la stessa coscienza umana sonnecchia e poltrisce; 
ed era venuta meno perfino la protesta delle virtù 
personali e solitarie. » (1) 

Questo, diciamo, è ingiustificabile, quando s'os- 
servi la fermezza d'animo del Vanini, che vittima 
d'una vendetta privata, davanti al rogo a lui desti- 
nato, risjDonde, raccogliendo un fuscello di paglia, 
a chi lo accusa di ateismo : « Questo solo basta 
per provare l'esistenza di Dio; » quando è suf- 
ficiente che il duca di Savoia mostri ambiziosi 
desideri, perchè negl'italiani nascano nobili spe- 
ranze, e una miriade di poeti lo acclami liberatore 
d'Italia, e del giogo obbrobrioso degli Spagnoli. 

(•i) De Castro, Fulvio Tfsti e le Corti italiane, Milano, 1875. Ques *>• 
libi'o del resto, è stato giudicato con severità. 



— 11 



Capitolo II. 



Torquato Tasso e la fine del Cinquecento — Fonti epica, cattolica e li- 
rica — Loro decadenza — Ragioni di questa decadenza. 



Il secolo XVI è precisamente quello del pas- 
saggio del Rinascimento dall'Italia alle altre na- 
zioni. L'Italia, come una madre affettuosa, vigila 
sul passaggio della coltura latina nelle altre na- 
zioni europee, le quali in cambio di questo inap- 
prezzabile patrimonio devastano le belle terre ita- 
liane, le ubertose pianure lombarde e napolitano, 
e mettono a ferro e a fuoco città e castella. Con- 
temporaneamente deperiscono, per effetto forse di 
troppa maturità, i principali elementi che aveano 
cooperato alla grande formazione della letteratura^ 
italiana. 

L'elemento cavalleresco muore col Tasso e forse 
prima. Il grande e gentile cavaliere del cattoli- 
cesimo s'accorge che il mondo lo deride, perchè 
tenta, anche rivestendo a nuovo il mito cavalle- 
resco, dare nuova vita al grande quadro che aveva 
fatto palpitare l'umanità per oltre quattro secoli, 
e impazzisce dal dolore. Povero Torquato ! Tentò 
generosamente ridestare un passato ormai morto, 
anzi sepolto, e la sua fede si volta indietro men- 
tre i tempi camminano; e però, uscito appena 



— 12 — 

•dal mondo ideale del poema, ei s'accorge con 
terrore che nessuno lo segue. (1) 

Egli, glorioso e pio cavaliere, s'affanna attorno 
al grande ideale cavalleresco, cercando rialzarlo 
a più gloriosa vita, ringiovinendone e, in certo 
qual modo, rinvigorendone gl'intendimenti e le 
origini : in questo suo pensiero il povero Tasso 
fu veramente generoso. « L'elemento cristiano, 
che egli introduce nella Gerusalemme^ è introdu- 
zione nuova, sua e originale. » Figlio di poeta, 
anima eletta d'artista, che in gioventù s'era beato 
della lettura de' romanzi di cavalleria, non può 
assistere indifferente allo sfacelo di tanta parte 
della sua vita di poeta. Ma il mondo era entrato 
in una nuova fase; Cervantes era sorto in Ispa- 
gna, la culla dell'elemento cavalleresco, il Betlemme 
dei romanzi di cavalleria, e nella stessa sua pa- 
tria inenava legnate di santa ragione sul dorso 
di questo maraviglioso ischeletrito, che tentava 
ancora abbarbicarsi alla fantasia umana, dive- 
nuta scettica; alni, quasi inconsciamente, s'univa 
l'artista forse più finemente complesso che avesse 
l'Italia al secolo XVIII, Alessandro Tassoni, il 
quale nella Secchia Rapita ride bonariamente e 
deride tutto e tutti, principalmente l'epopea del 
Tasso ; nei pensieri afferma che le rifritture pe- 
trarchesche sono diventate troppo uggiose ; e 
per supremo disprezzo d'ogni sentimento caval- 
leresco, fa sognare ad Enzo, l'infelice figlio di 

(1) Tulio Massaraui, Slmìi di letteratura e d'arte, Firenze, Le Mon- 
nier, 1873. pag. 114, 



— 13 — 
Federico II, le imprese più eroiche ; Enzo all'alba^ 
si sveglia, ed ancor pieno delle visioni delia- 
notte, 

tratta fuore 

La spada di' avea dietro al capezzale 
Menò un colpo, e ferì sull'orinale. 

Ora, come ben dice il Carducci, se anche l'A- 
riosto s'avvale del comico, « ciò gli serve per ac- 
cidente secondario e non come condizione essen- 
ziale. Mentre che la Secchia Bapita è un esempio 
di quella epopea che solo avanzò all'Europa oc- 
cidentale, dopo che il gran mutamento di cre- 
denze e pensieri avvenuto nel secolo XVII ebbe 
chiuso il medio evo. » (1) 

Quasi contemporaneamente s'assottigliava l'ele- 
mento cattolico, e quaranta milioni di uomini, 
dopo aver gustato il miele di quell'umanesimo 
che la Chiesa avea tanto favorito, s'opponevano 
fieramente ad essa, impugnando gli stessi libri, 
le stesse dottrine, ch'erano state la delizia dei 
pontefici, da Martino V a Leone X. 

S'osservi finalmente che la poesia, quella vera^ 
vergine, che parte dal cuore ed esce dal conven- 
zionale, non esisteva più. 

È accettato da tutti il concetto che la poesia 
lirica, per sua natura intima e subiettiva, s'espone 
a perdere la maggior parte delle sue attrattive 

(1) Gr. Carducci; Prefazione alla Secchia Rapita di Aless. Tassoni, Fi- 
renze, Barbèra, 1868, pag. XXXIX. 



— 14 — 

e del suo valore, accettando un impulso dal di 
fuori. E fin da quando, col Petrarca cioè, fin da 
quando, abbattuti i comuni, sorsero sopra di questi 
le signorie italiane, alle quali tenne dietro il pe- 
riodo della dominazione straniera, cessò in Italia la 
poesia lirica, vera, che fa palpitare, originale. 

L'ispirazione comandata, di qualunque forma 
sia rivestita, sarà sempre un prodotto bastardo. 
E qui, una volta tanto, osserveremo che per ren- 
dere alla poesia lirica del secolo XVII la vita e 
la freschezza che le mancavano, sarebbe stata 
necessaria tutta una rivoluzione nel campo delle 
idee e dei costumi ; il che fu per allora un'utopia, 
la quale però divenne realtà quando sullo scorcio 
del secolo XVII questa rivoluzione ebbe campo 
di svilupparsi ; ed il risultato di essa, ormai com- 
piuta, fu in Italia Giuseppe Parini. 

Si trovi, nello spazio di centocinquant'anni, un 
poeta lirico italiano che non sia lo schiavo ser- 
vile del Petrarca. Questi era per i lirici ciò che 
Virgilio appariva ai poeti epici; ognuno si affa- 
ticava di rivestire le forme petrarchesche di forme 
novelle; questo della poesia lirica era come un 
esercizio ginnastico dell'ingegno, tanto era iuA^also 
l'uso dell'imitazione; ma l'innumerevole schiera 
di poeti lirici, composta in maggior numero di 
abati e di vescovi, non riusciva ad essere che la 
fredda e malsana parodia del cigno d'Arezzo. (1) 

(1) Cfr. A. Graf, Petntrchismo ed Antipetrarchismo, Nuova Anto, 
logia, 1836. Lavoro questo, che è un ealutare indirizzo della critica verso 
un campo Inesplorato e ricco oltremodo. Perchè è notevole la quasi asso- 



— 15 — 

In ogni paese, scrive il Ticknor, che abbia fin 
qui tenuto un posto fra le nazioni aventi un'ele- 
vata coltura intellettuale, il periodo ove s'è pro- 
dotto l'insieme durevole della sua letteratura è 
stato quello della sua gloria come Stato. 

La ragione è evidente. È allorquando regnano 
tra gli elementi costitutivi del carattere nazio- 
nale viva ammirazione ed attività per la prospe- 
rità della patria, che si esplicano naturalmente 
esse stesse con la poesia e con l'eloquenza. 

Ora questa poesia e quest'eloquenza, risultato 
della condizione d'effervescenza del popolo e ri- 
sultato della sua impressione, divengono, per gli 
sforzi futuri, il modello o il tipo, il quale può 
solamente mutare quando il sentimento popolare 
è di nuovo sovreccitato da un entusiasmo di 
pari forza verso novelli ideali. (1) 

E questo è vero. La Francia ebbe il culmine 
della cultura nazionale quando, sotto Luigi XIV, 
era a capo di tutte le nazioni europee; la Spagna 
ebbe i suoi maggiori poeti e prosatori regnando 
Cario V; per l'Italia poi il fenomeno, sebbene 
sotto altre forme, non fu dissimile ; perchè quando 
l'Italia ne' secoli XIV, XV e XVI si mostra im- 
potente a costituirsi a nazione, non solo, ma in 
lei vien meno fìnanco quell'elemento religioso, 
che per tanti secoli le avea dato un'incontestato 

lata mancanza, nella poesia del Seicento, di quella forma petrarchesca, 
« malattia cronica della letteratura italiana » come osserva giustamente 
il Graf. Noi, in seguito, parlando della lirica del Marino, vedremo quanto 
questo poeta si scosta dal Petrarca. 

(1) Ticknor, Bistory of Spaniah Uterature, London, 1863, Voi. II. 



— 16 — 
splendore ed il potere sulle coscienze delle genti, 
europee, essa fu invasa dalla coltura classica^ 
obiettivo pel quale i maggiori ingegni vivevano; 
e venendo a mancare questa grande sorgente^ 
quando appunto spariva anche l'elemento reli' 
gioso, la coltura italiana ne ricevette un grand» 
colpo. 

Dileguatisi gli elementi cattolico e cavalleresco^, 
ch'erano i principali autori ed attori della lette- 
ratura italiana, e cessato di vivere da molto tempo 
l'elemento lirico, doveva sorgere in Italia mx 
nuovo genere di poesia. 

L'incivilimento, ha detto il Romagnosi, scatur 
risce da un completo circolo d'azione e di rea- 
zione; e, cessando d'esistere una forza, subito ne 
subentra un'altra. 

Questo lavoro di formazione e di trasformazione 
produce sempre una manifezione, che se è antica 
nella materia prima, assume sempre aspetto dif- 
ferente. 



— 17 



Capitolo III. 



I/a società del Seicento — Sue aspirazioni — Indole del Marino — Carlo 
Emanuele I di Savoia — Sguardo generale sulla storia italiana nel se- 
colo XVI[ — Carlo Emanuele e i poeti del Seicento. 



Durante il secolo XYII la società italiana si 
riposava e guardava quetamente e bonariamente 
i suoi conquistatori. Qua e là qualche coscienza 
indipendente cercava ribellarsi, ma la generosa 
ribellione era soffocata nel sangue. Lo provò Tra- 
iano Boccalini, cbe tanto scrisse contro gli spa- 
gnoli, e la morte del quale è ancora avvolta nel 
mistero. 

È certo però che in mezzo alla società scet- 
tica e leggera del Seicento, doveva sorgere la 
poesia leggera e ipocritamente licenziosa, e per 
contrapposto a questa, la satira : dapprima bo- 
naria e sorridente col Caporali e col Tassoni, poi 
alta, mordente con Salvator Rosa e con Bene- 
detto Menzini. Quest'epoca, ove le grandi passioni 
cercano di nascondersi sotto il manto dell'ipocrisia, 
mentre la satira scosta il manto e punge ineso- 
rabilmente vizi e passioni, se pure da un lato 
non è una delle più belle della nostra storia let- 
teraria, segna nondimeno una linea di divisione 
tra gli ultimi aneliti del medio evo e i principi 
dell'età moderna. 



ci*;:':* 



- 18 — 

Il Marino, clie illustra cosi degnamente la poesia 
seicentista, e ne è il più segnalato campione, si 
trova appunto a vivere in mezzo a questa società, 
la quale, appropriandosi le ridicole esigenze della 
vita aristocratica spagnola, ne esagerava i difetti. 
Il nostro poeta poi è un carattere curioso, spe- 
cialmente se si avvicina ai personaggi gravi, 
riflessivi e studiosamente commedianti del tempo. 
Egli è napolitano, troppo napolitano, e per con- 
seguenza ha un fondo morale mobilissimo, non e 
capace di grandi passioni ed è incKnato at pia- 
cere. Bisogna poi pur riconoscere che nella società 
d'allora avea davanti agli occhi esempi non trojjpo 
edificanti. A Napoli, dove il Marino visse sino 
all'età di trent'anni, ciascuno pensava a divertirsi 
ed a null'altro. La vita pubblica era preclusa al 
napolitano, perchè totalmente in mano allo spa- 
gnolo, che del resto non era contrariato in questa 
sua esclusiva padronanza. 

Egli vive in un'epoca in cui le novità fìioso- 
iiche portavano il discredito più che di Aristotile, 
le dottrine del quale sin dal secolo XVI anda- 
vano perdendo terreno negli animi dei più, all'ap- 
pressarsi dei nuovi tempi, de' monarchi e de' frati , 
nutriti allora quasi tutti dall'infanzia degli errori 
del peripato. Un nuovo filosofo era per essi un ere- 
tico : un libro che insegnava a disprezzare tutto 
ciò che faceva il loro orgoglio meritava, come 
scandaloso ed empio, di esser gettato alle fiamme. 
I processi occulti, fabbricati dalla prepotenza e 
dal rigore, le conseguenze di essi, le abiure for- 



I 



— Ì9 — 
zate, non di un domma erroneo, ma di qualche 
ruoA^o plàcito filosofico, provocavano le ire, subito 
represse nel sangue, d'ogni animo indipendente. 
Quindi ne veniva clie il divieto messo sopra 
un libro o sopra l'esplicazione di qualche jjen- 
siero filosofico, ne procurasse altri che, perchè 
appunto non concepiti con serenità d'animo, non 
riuscivano all'intento. 

In mezzo a quell'immenso desiderio di novità, 
che poi s'esplicò nella ricerca del piacere il più 
raffinato, il Marino gettò il suo poema e le sue 
canzoni. Le creazioni di questo poeta, ispirate 
ingenuamente dalla voluttà, furono accolte da 
tutti con un coro di adulazioni e di lodi, con un 
fremito di piacere. I suoi accenti erano cosi vo- 
luttuosi, e cosi conformi alle passioni del cuore, 
avea ne' suoi canti tanto godimento sensuale, una 
incuria si j^rofonda dell'avvenire e della vita bat - 
taglierà, che il suo maggior poema, VAclone^ fu 
per tutti il libro che più si conformava a' gusti 
effeminati e, sotto certi riguardi, velati, per non 
dire ipocriti, del tempo. 

E se il Marino ottenne tanta popolarità ed am- 
mirazione, quanta mai ne ebbe poeta, lo deve non 
solo alle qualità della sua poesia, ma anche al 
suo carattere ed alla padronanza che aveva sopra 
le passioni dell'animo suo. Il Marino non s'anno- 
iava punto, a quel che sembra, giacché visse sino 
all'età di trent'anni senza impensierirsi di nulla, 
badando solamente a divertirsi in allegre società 
di nobili e di buontemponi. Giuocava, gli pia- 



— 20 — 

ceva mangiar bene e bere meglio, faceva dei versi 
che gli fruttavano pranzi e regali, avea dello 
amanti anche nella nobiltà napolitana, perchè 
era di una discretezza a tutta prova. 

E le altere aristocratiche non isdegnavano ac- 
cogliere persino nelle loro carrozze l'uomo plebeo, 
ma poeta alla moda, all'ora del passeggio. (1) Fgli 
del resto ama tutto e tutti, ma leggermente. 
S'infiamma al vedere ura mano bianca, come 
scrive diecine di sonetti sopra un guanto, sopra 
un ventaglio « regalatogli dalla sua donna; » 
ma ne fa altrettanti e forse più in morte di lei. 

Come osserveremo più avanti, i personaggi de- 
scritti dal Marino non compiono mai un'azione 
gloriosa, che li renda simpatici sotto il punto di 
vista umano. Anzi vedremo Adone spaventarsi 
all'ombra più lieve d'un pericolo; dalle labbra e 
dai gesti dell'eroe non traspare che un sol senso, 
ed è la voluttà. Questa fa dimenticare al Marino 
tutto: patria, libertà, umanità; perchè il poeta 
erotico (della specie però del Marino) è quello 
che trasporta la patria, la libertà, l'umanità nel- 
l'amore che consacra i tormenti e i desideri della 
voluttà coi dolori e le esperienze altramente virili ; 
è lui che ci conduce il pensiero per altre vie, 

(1) Uu giorno che il Marino andava « a diporto in carrozza per il 
molo di Napoli con la principessa di Castelvetrano, cou la duchessa di 
Huvino e con la marchesa di Oerchiaro, i cavalli della carrozza si adom- 
brarono e correndo strabocchevolmente verso il mare, lo misero in 
grande pericolo. » Veggasi il sonetto : 

Il fren regge del carro aureo paterno 

« Lira, parte I, pag. 1G3. » 



— 21 — 
quando noi dolorosamente pensiamo che patria 
non è per noi, che l'umanità è distrutta, che la 
libertà è un sogno. (1) È il poeta erotico, nel senso 
più sincero ed estetico della parola, che disperde 
i tristi ricordi del passato, e ci turba la mente 
di pensieri voluttuosi. E purtroppo i tempi nei 
quali si trovò a vivere il Marino furono certa- 
mente tra i più infelici della storia italiana. Il 
Piemonte si trovava fra due rrastini terribili: 
Francia e Spagna; Venezia decadeva; la gloriosa 
repubblica perdeva man mano terreno in Oriente, 
dopo che l'avea perduto affatto in Italia. Il Regno 
di Napoli e il Milanese dissanguati non potevano 
g-ridare per l'inedia, mentre il monarca spagnolo 
•chiuso nel proprio gabinetto non vedeva le pub- 
bliche sventure se non per gli occhi dei favoriti; 
ed il papa s'adoprava a rubar domini a piò dei 
suoi nipoti, oppure cercava d'aiutar le potenze 
-europee a danno dell'Italia. (2) 

Gli altri staterelli si barcamenavano tra Francia 
•e Spagna per restare in vita. 

Il carattere poi de' nobili di quei dì, special- 
mente dei nuovi titolati, era un misto d'orgoglio 
e di schiavitù, di alterigia e di viltà, di umilia- 
zione col potente e di tirannia col debole. La 
X3atena ch'essi mordevano e trascinavano in corte, 



(l) Sainte-Beuve, Poi-frtats ìlttémires, Paris, Garnier, 1862, Voi. IV. 

(L') Infat.i nel 1598 Clemente VIH toglie al duca Cesare d'Este la 
•città, di Ferrara, aiutato iu ciò dalla duchessa d'Urbino, intromessasi 
come paciera nella lite. E la ragione di questo rubaraento era, secondo 
■i Camerali Romani, che don Cesare d'Este doveva esser figlio spurio di 
Alfonso lì'Eite, 



^ 22 — 
li faceva feroci e spietati ne' loro feudi. Per- 
seguitati coi processi nei tribunali delle città, 
apprendevano a perseguitare e ad avvolger© 
di simili lacciuoli i loro vassalli nelle piccole 
corti, ripagandosi con usura sugl'innocenti dell© 
sofferenze che i più potenti loro facevano pa- 
tire. 

Ed il popolo, ignorante della sua forza, era il 
più angariato. Balzelli e bastone erano i premi 
che riceveva da un'autorità esosa e straniera, in 
contraccambio del sangue ch'esso si faceva togliere, 
o toglievasi inconscientemente, quasi per dovere. 
Esso non era padrone di vivere tranquillo, perchè 
in balia del capriccioso suo signore ; e la massima 
parte del frutto de' suoi sudori andava ad arricT 
chire le casse senza fondo de' viceré spagnoli, avidi 
d'oro e di piaceri. 

Solo in mezzo a questa vergognosa apatia dello 
spirito, si muoveva in modo singolare il duca 
Emanuele di Savoia, bizzarro, furbo ed astuto 
quanto mai. « Nessun principe, dice il Muratori, 
che vivesse allora, si poteva agguagliare nella 
perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello 
spirito a Carlo Emanuele. » E il Malherbe ; 
« Il duca è un gran principe ; ma quand' anco 
io non avessi che vent' anni, non lo servirei 
punto. » 

Egli si trova sempre in mezzo a tutte le guerre 
che per lo spazio di cinquant'anni, quanti pre- 
cisamente ne regnò, s'agitano in Europa. Ed in 
tutte sa così bene maneggiarsi, che n'esce, se non 



— 23 — 
sempre vittorioso, almeno senza perdere mai un 
palmo di terreno. (1) 

Sin dal 1582 cominciò a scoprire le sue idee 
bellicose col segreto disegno di sorprendere Gi- 
nevra. Il re di Spagna e Grregorio XV non ne 
avrebbero mosse osservazioni ; n a Enrico III vi 
si oppose allegando essere Ginevra sotto la pro- 
tezione della sua corona. A Carlo Emanuele con- 
venne desistere; ma concepì un odio contro i fran- 
cesi clie non depose mai più. 

Infatti nel 1588 approfittando delle discordie 
civili elle devastavano la Francia, avendo appunto 
in quell'anno Enrico III fatto uccidere il duca 
di Guise e il cardinale suo fratello, s'impadronì 
del marchesato di Saluzzo. Aiutato poscia dal 
Governatore di Milano, il celebre Fuentes, sog- 
giogò Cental e E-evel, entrando poscia a Castel 
Delfino, occupato dal Lesdiguières francese. La 
Francia si commosse per questo fatto e ne mosse 
lagnanze a Carlo Emanuele, clie tenne duro. 
In questo mentre Enrico III si alleava e rappa- 
cificava con Enrico di Navarra e poco dopo mo- 
riva per mano del frate Clément (1589). Enrico 
di Navarra veniva creato re di Francia. Il duca 
di Savoia intanto si univa con Filippo II, il quale 
insieme ai cattolici francesi avea formato una 

(1) II Claretti, in uua prefaz.ione alla Lira del Marino, scrive: 
« Scrisse (il Marino) nell'interregno dell'anno 1612, seguito per la morte 
dell' Imperatore Rodolfo d'Austria, alcune ragioni per le quali esortava 
gli elettori dell'Impero a creare re dei Romani il Serenissimo Duca di 
Savoia. Scrittura certo non meno eloquente, che piena di buona erudi- 
zione politica; ma perchè tocca alcuni interessi di Stato particolare per- 
tinenti a Principi moderni, non è cosa da commettersi alle stampe ». 



— 24 — 

lega, detta santa, per combattere Enrico IV, cke 
era ugonotto. I ginevrini e i bernesi mossero 
guerra alla Savoia. Nel 1590 moriva Sisto V, il 
gran nemico della Francia ugonotta, clie allora 
prevaleva, e le cose di Francia cambiarono di 
faccia; il giorno 26 di luglio (1589) il re Enrico 
IV, nella chiesa del monastero di S. Dionigi presso 
Parigi, abiurava completamente l'eresia divenendo 
cattolico. (1) Addi 27 marzo 1594 egli veniva con- 
sacrato re di Francia nella cattedrale di Cbartres; 
tutte le città francesi si assoggettavano a lui, e 
la lega santa cessava d'esistere. La controversia 
sopra il marchesato di Saluzzo era stata rimessa 
al pontefice, il quale disse che si deponesse nelle 
sue mani ogni diritto sul marchesato; Enrico IV 
accettò ; non cosi l'accorto duca di Savoia, che 
stimò esser meglio trattar direttamente col re di 
Francia senza l'intervento del pontefice. A tal 
uopo il duca corse a Parigi : quasi solo, di notte, 
viaggiando in posta, si abboccò col re, che lo ri- 
cevette con le più vive dimostrazioni di stima. 
Fu deciso che Enrico avrebbe ricevuto un com- 
penso di terre, invece di Saluzzo, cioè il princi- 
pato di Bressa e Pinerolo. Il duca chiese tre mesi 
di tempo per risolvere; mentre era in Parigi tramò 
insieme col maresciallo di Biron, che poi mori 
decapitato, contro la vita del re. Tornato a To- 
rino lasciò spirare i tre mesi convenuti : Enrico 
allora mandò contro di lui un esercito comandato 
dalLesdiguières, il quale s'impadronì di quasi tutta 

(I) « Paris vault bien une messe » diceva ironicamente Enrico IV. 



— 25 — 
la Savoia; s'intromise nella faccenda il papa, che 
mandò a Lione, legato, il cardinale Aldobrandino- 
A Lione si conchiuse la pace (1601), nella quale 
la Francia lasciava al duca il marchesato di Sa- 
luzzo ed altri luoghi, e si prendeva Bugey, Val- 
vomony e Grex, colle Rive del Rodano da Ginevra 
sino a Lione. Carlo Emanuele avea raggiunto il 
suo scopo, d'avere cioè in sue mani le chiavi 
d'Italia; ma il curioso di questa pace è che l'au- 
dace ed astutissimo duca si pretese gravemente 
danneggiato, perchè diceva che il paese da lui 
ceduto rendeva molto di più di quello acquistato. 
In verità però, tutti i francesi, e massimamente 
il cardinal d'Ossat non sapevano digerire che il re 
avesse perduto cosi importanti posizioni, che schiu- 
de vangli l'adito in Italia. Il cardinale anzi aggiun- 
geva che il re avea fatto una pace da duca e il 
duca una pace da re. 

Queste ed altre guerre che sostenne il duca 
Emanuele, quale quella del 1613 contro la Spagna 
per certe sue ragioni sull'eredità del Monferrato, 
e per la quale rimandò in Ispagna il Toson di oro 
di cui era insignito, e solo, abbandonato da tutti 
gli stati italiani, dava un colpo formidabile alla po- 
tenza spagnola, il che lo rese caro e simpatico a 
tutti gl'italiani. Per lui il Tassoni scrisse le Filip- 
jnche contro gli spagnoli^ ed i poeti plaudivano al 
suo grande ardimento. Il Marino lo chiamava il 
liberatore d'Italia, e la canzone intitolata « Italia 
parla a Venezia » è veramente patriottica. (1) 

(1) Più avanti, esaminando il Marìao come poeta della patria, par- 
leremo della canzone « Il pianto d'Italia » a lui contrastata. 



— 26 — 

... L'Unicorno de l'Alpi or pugna ai'dito 

Per difesa del nido, e contro il Tago 

Cozza costante ancor per lo mio bene ; 

Quasi a' suoi danni ha mezzo un mondo armato, 

E dei miei figli un più dell'altro è vago 

De le perdite sue de le mie pene, 



Né solamente gl'italiani applaudivano a questo 
coraggiosissimo guerriero. Onorato d'Urfé, discen- 
dente da un Carignano, gli dedicava un poema, 
che giace inedito nella biblioteca universitaria di 
Torino, intitolato la Savosiade^ (1) in cui l'autore 
del celebre romanzo pastorale, YAstrée^ cantava 

Les éfforts généreux, la fortune, les armes 
Les combats, les desseins, qui firent par le ter 
Du rebelle ennemi ce Prince ti'iompheur, 
Quand poussé du destin dont il se fit la voye 
Aus Alpes il pianta le sceptre de So voye. 

E Lodovico De Porcelet, altro poeta francese,, 
componeva il poema « La Béroldide, > che dedi- 
cava anche lui al duca di Savoia. 

Erano insomma le speranze d'Italia che canta- 
vano i poeti ; condendo i loro versi di molta re- 
torica e rivolgendo gli occhi all'antica grandezza 
latina, spronando, e fra questi Gabriello Chia- 
brera occupa il primo posto, il popolo italiano 
all'uso dell'armi, perchè un giorno, non lontano, 
queste venissero adoperate contro lo straniero; e 

(1) Codex CXIX, 1, V, 29, (GaUici) ; La Saiosiade d'Houorè d'Urfè, 
Poema Carlo Emanueli Primo. 






— 27 — 
Carlo Emanuele non era al disotto, com'abbiam 
visto, delle sjDeranze italiane, percliè seppe far 
guerra all'Europa per quasi mezzo secolo, sco- 
prendo per il primo i tarli che rodevano la mo- 
narchia spagnola. E se l'Italia non si costituì a 
nazione sin d'allora, non fu per colpa ne degli 
italiani, né di Carlo Emanuele. L'ora della riscossa 
non era ancora suonata; la Chiesa teneva ancora 
troppo sotto di se le coscienze umane, perchè 
queste si potessero ribellare a lei, paurose come 
erano della vita futura; ed i potentati italiani 
occupavano il popolo in troppe feste, perchè que- 
sto potesse pensare all'unità della patria. 



— 28 — 



Capitolo IV. 



liiUrizzo della poesia del secolo XVII — Traiano Boccalini, la « Pietra del 
jiaragonc politico » e i poeti spagnoli — Desiderio di novità nelle fonti 
].oeticlie — Il Marino ne è creduto l'innovatore — Evidente falsità di que- 
sto giudizio. 



Questi sono i tempi ne' quali vive il Marino ; 
:assiste, giovane, alle accuse di pagano e d'irre- 
ligioso che tutti muovono al poeta della Gernsa- 
lemme e ne riceve ammaestramento per l'avvenire. 
Sorge appunto in un periodo quando la lettera- 
tura italiana faceva una sosta penosa ; e poi cam- 
minava insieme alle letterature straniere, anzi, 
j)er effetto di debolezza vitale, subiva l' influenza 
di alcune di esse. 

Già il Morsolin ha indicato che i poeti del 
Seicento non si ispirano più a quei classici latini 
che avevano formato la delizia de' grandi del 
[Rinascimento. Al sereno e castigato gusto vir- 
giliano si preferisce quello di Claudiano, di Mar- 
ziale, di Lucano, nella lirica dei quali il piacere 
e l'amore s'accoppiano all'osceno ed al triviale; 
e noi vedremo più innanzi che il Marino sceglie 
neW Adone^ per sua guida, il poeta che a lui più 
«'accosta per immensa facilità d' ingegno e nel 
•descrivere la sensualità del piacere e dell'amore. 
I libri delle Metamorfosi^ saranno pel Marino ciò 



— 29 — 
clie Virgilio fu per i poeti precedenti; noi ve- 
dremo il Marino-,-iieilo"''SCfivere V Adone, intessere 
gii episodi mitologici- che sono le principali azioni 
delle Metamorfosi di Ovidio. (1) 

Questo poeta, clie condusse in gioventù una 
vita molto disordinata, compose appena ventenne 
la « canzone dei baci » che subito circolò mano- 
scritta, prima per Napoli poi per l' Italia ; un 
fremito di piacere e di adulazione accompagnò 
la poesia e il poeta ; oramai la parte colta del 
popolo italiano, fin da quel jjiccolo componimento,, 
comprese che il Marino sarebbe stato il suo poeta 
avvenire. « Il Marino insomma, a mio parere, 
scrive il grande amico del Tasso, padre Angela 
G-rillo, a Giannettino Spinola, che gli richiese 
un suo giudizio sul Marino, ha colpito nel gusto 
di questi tempi ; amatori altrettanto della novità 
e del capriccio delle poesie, quanto per avven- 
tura i passati della candidezza e della coltura. » 
E lo stesso Marino dice: « Questo è appunto il 
modo di poetare che piace oggidì al secolo vivente, 
si come quello che falsamente titilla le orecchie 
de' lettori colla bizzarria della novità, tutto che 
alquanto pericoloso, e questo è parimenti lo stile 
eh' io non diniego essere secondo il mio naturai 
genio ed a me altrettanto aggradire, quanto a 
Vossignoria (lo Stigliani) dar noia. » (2) 

Ed in un'altra lettera aggiunge : « Il mondo 

(1) Cfr. su questo punto quanto dice il Carducci nella prefaziine alle- 
opere volgari del Poliziano (Barbèra, 1863), pag. L. 

(2) Lettere del Cav. Marino, Venezia, 1672, pag. 225. 



— 30 — 

è oggimai stufo di cantilene secche, e non intende 
di approvare il muffo rito delle calze e brache. 
Se a Vossignoria pare che quel che s'usa adesso 
nella poesia sia trito, e quel che s'usò in altre 
età sia buono, e se di più come lo crede in teoria, 
cosi l'esercita in pratica, gran torto Le ha fatto 
la natura a farla nascere a' nostri giorni, e non 
piuttosto a tempo antico. Gran stranezza è al 
parer mio il volersi mirar dietro alle chiappe, 
come faceva Giano, e riprender poi uno, che si 
miri dinanzi come fanno coloro che orinano. 
Hora insomma chi vuol piacere ai morti, che non 
sentono, piacciasi. Io per me so far piacere ai 
vivi, che sentono. » (1) 

E difatti questa misera patria invasa da Milano 
a Palermo dallo spagnolo che la « inzaffardò di 
morchia e di vernice, chiamandola » chiarissima 
ed illustrissima; ma che 

di sottecchi adoperò la lima 
E mi lasciò più sbrendoli di prima. 

la misera patria non poteva cercare altro rifugio, 
per isvagarsi in quell'ozio forzato ed obbrobrioso, 
che nel piacere. 

Il solo Boccalini tentò di far argine a que- 
st' immenso disastro che colpiva l' Italia, e non 
vi riusci. Nella « Pietra del paragone politico » 
si vede l'ansia di un uomo che, simile in certi 
punti al Machiavelli, s'adopera a risvegliare lo 
spirito italiano; ma questo gli rise in faccia, e 

(1) Lettere del Cav. Marino, pag. 226. 



— si- 
gli stranieri, fra cui Lope de Vega e Qiievedo, lo 
presero di mira colle loro satire. Lope de Vega 
esclamava : 

Seìiores espaìioles ? Qué le hicistes 
Al Bocalino ó boca del infierno, 
Que con la spada y militar gobierno, 
Tanta ocasion de murmurar le distes i 

El alba, con que siempre amanecistes, 
Noche quiere volver de escuro invierno, 
y aquel Gonzalo y su laurei eterno, 
Con quien à Italia y Grecia escurecistes. 

Està frialdad de Apolo y la estafeta 
Non sé que tenga tanta valentia, 
Por mas que el decir mai se la prometa; 

Pero sé que un vecino que tenia. 
De cierta enfermedad sano secreta, 
Poniéndose un raguallo cada dia. (1) 

Ed in una sua novella, « El desdichado de la 
honra » dice; « Si bien un escritor moderno, mas 
invidioso que elocuente y docto, presumió que 
podia su poca autoridad en un libro que escri- 
bió, llamando: « Ragiiallos del Parnaso » escu- 
recer el nombre que no le pudieron negar basta 
las naciones bàrbaras. » 

Quevedo poi, cbe tanto conobbe l'Italia e 
gì' italiani, pel lungo soggiorno che fece nella 
penisola, per le importantissime cariche che occupò 

(1) Lope de Vega, Ohras no dramaticas, Voi. 38 dell' edizione Ri- 
vadeneyra " Biblioteca de autores espaìioles. „ Questo sonetto è compreso 
nelle Eimas humanas y divinas de BurguiUos, pubblicate nel 1631. 



— 32 — 

ne' vicereanii di Milano e di Napoli, e per le sin 
golari e pericolose avventure che ebbe ad incon- 
trare, cosi parla del valoroso duca Carlo Emanuele, 
del grande loretano e del suo libro « La Pietra 
del paragone politico: » 

« El duque de Saboya ha tornado por si la 
exhortacion lisonjera que Nicolas Maquiavelo hace 
al fin del libro del tirano (sic), que él llama 
Principe : (1) para librar a Italia de los bàrba- 
ros, hàse dado por entendido de las sutilezas 
del Bocalino, j de las malicias y suposiciones 
de la Pietra del Paragone; y determinò edifi- 
carse lihertador de Italia, titillo dificil cuanto 
magnifico. » 

Ed il politico loretano cercò colpire quello 
scetticismo che avea messo si profonde radici 
nell'arte e nel sentimento italiano, ne' celebri 
« Eagguagli di Parnaso ^ » come avevano fatto, 
per beffeggiare i poeti però, Cesare Caporali^ 
perugino, e, dopo questi, Cervantes; e questi 
Eagguagli trovarono tanti imitatori, che non v'è 
scrittore seicentista il quale non parli de' poeti 
italiani nel regno apollineo. 

Aifoghiamoci nel piacere, è il grido che parte 
da tultl 1 cuori italiani, dalTTtlpi al Lilibeo.'E 
TST^miòvà poesia 'escB~~xiéflr''cervelIò if aliano dopo 
un lungo e faticoso lavorio della fantasia ; si 
cercano frasi e vocaboli nuovi, per adulare il 

(1) Biblioteca de atitores expaTìile.t, Voi. 48, Lince de Italia. Qiievedo 
allude a quella magnifica chiusa del 7^)v'»ir(jjf', dove esorta gì' italiani a cac- 
ciare i barbari dall'Italia. Questa stessa osservazione del Quevedo ù anche 
notata dal Mestica nel suo lavoro sul Boccalini. (G. Mestica ; Traiano lìncea- 
lini e la letteratura critica e politica nel Seicento; l'''ironzo, Barbèra, 1878). 



— 33 — 
nuovo dio; si dà la palma a chiunque saprà tro- 
vare un pensiero nuovo, originale, ridicolo, ch'esca^ 
dal convenzionale amore petrarchesco. Qui noni 
è più lavoro della sola mente; i fervidi voli della 
fantasia ariostesca sono rancidumi ; Dante non 
si trova ricordato che qualche volta dal solo Ga- 
lilei; anzi un prete cerca denigrarlo. Il conte 
Ludovico Tesauro, uno dei vessilliferi del Marino, 
in uno sfoggio di ridicola prosa, viene a dire: 
« Al Marino anzi_deYe _ molto la _xolgar poesia, 

che per l'addietro rozza, e tra'confìni_an^sti 

ligorosamente ristfétta, è stata__da lui_.alìbaUita_^ 
dilatata^ e in, piò- cajpace ^uogo ripostaj ^ essendo 
egli stato (per vero dire}_ il primo__ch^_ne__alibia 
date le forme del moderno e spiritoso componi- 
meiìto quan to alla l irica. Taccio poi l'aver intro-^ 
dotti nella nostra lingua nuovi generi di poemi, 
che prima non vi erano. Parlo s^^ecialmente del 
sonetto, poiché nel formarlo e nel chiuderlo ha 
inventato una maniera cosi leggiadra e piccante, \WJ) 
e occupato uno stile cosi dolce e fiorito, che di 
gran lunga si ha lasciati addietro tutti quanti i 
lirici antichi (sic) nelle cui poesie oltre il candor 
della lingua e la politezza dello stile puro, can- 
dido, schivo d'ogni barbarie e veramente toscano, 
due cose ho semj)re notabilmente notate: la venustà 
e la vivacità;... Hanno fin qui, come si sa, cam- 
minato ordinariamente i poeti sopra una strada 
trita e battuta da tutta la superstiziosa e stitica 
turba degli scrittori rancidi e freddi. Ma il ca- 
valier Marino ripieno di quell^audacia felice che 



J 



— 34 — 
si desidera iu molti, e si ritrova in pochi, quando 
pareva che nulla si potesse più tentare di nuovo, 
ci ha aperto un altro sentiero inaspettato, il quale 
senza dubbio è piacevole, ma non tanto facile, 
quanto altri per avventura si persuade. » 
/ Questo spirito di novità che assume l'arte e 
\ la letteratura seicentista, si sposa a ciascuna ma- 
/ nifostazione estetica. 

\^ È vero che fin dai primi anni del secolo XVI 
s'era manifestata in Italia una corrente ostile 
alla poesia petrarchesca, la quale emigrava dalla 
patria sua ed andava a dettar norme liriche in 
altri paesi, in Francia per formar la delizia 
de'poeti della Pleiade a capo Eonsard, in Ispagna 
ed in Inghilterra ; « ma i petrarchisti erano falange, 
gli antipetrarchisti manipolo, e per giunta, quelli 
si coprivano dell'autorità di un gran nome, cosa 
che in ogni tempo bastò a dar credito, e spesso 
vittoria, alle opinioni, alle fazioni, alle scuole; 
mentre gli altri si facevan forti della ragione, 
del buon senso, di certi diritti dell'umano intel- 
letto, non troppo chiaramente enunciati, ma pur 
sentiti, o piuttosto presentiti. » (1) 

Questi, però eran tentativi dirò cosi sterili ed 
evirati; il cardinale Pietro Bembo avea dato un 
troppo grande impulso al petrarchismo, perchè 
questo dovesse morire per opera della critica, 
condita di molta satira, di qualche poeta che 
non sapeva far buoni versi ; di maniera che si 
giunge sino alle porte del secolo XVI ed il con- 

(1) A. Graf, l'eira rt/iismo e Antipetrarcliismo, op. eit. 



— 35 — 
trasto s'accentua sempre più; ma quando nascono 
Alessandro T assoni e Qiarabattista_Marino^_il_ 
primo il regolatore e l'altro un pot ente fatto re 
dellar nuova poesia, l' antipetrarchismo ;^revale 
seiisTBoImente. Il Tassoni abbatte non il Petrarca, 
ma i petrarchisti, « superstiziosa e stitica turba 
degli scrittori rancidi e freddi »; Giambattista 
Marino, che ha davanti a se la natura fresca ed~ 
esuberante, la vede senza che prima passi sott"o~ 
il crogiuolo del Canz oniere^ e cosi l a descrive . 
Ed il jpojDolo che le^geva^ i^&uoi versi, non sjv- 
y ezzo a quell ^ armonia e viyacità__dMmmagini, 
s' impressionò ^ subito ed accarezzò j^ ;^oeta, jl 
quale rispondeva come a bbiam visto alle critich e 
degF invidiosi. — - 

Uno dei grandi meriti dunque, che si attribui- 
v^n o al Marino, era d'aver egli introdotto nella 
nostra letteratura nuo vi g eneri di poesia: quali^ 
gFldUli fav olosi e pastorali imitando Claudian o 
e Teocrito, le Epistol e eroiche imitando— Ovidio, 
gl'inni E-onsard e i pa negirici Stazio e Clau- 
diano. 

Di questo straordinario abuso di metafore e 
d'antitesi, che anche allora venivano chiamati con- 
cetti^ era dalla maggior parte degli scrittori del ^ 
tempo chiamato autore il Marino; ed a torto, \ 
perchè egli, che era di fervidissima fantasia, non j. ^^i ; 
l'avea inventati, bensì li usava più spesso e più .^^ 
arditamente e più felicemente di altri. 

« Quando pareva che nulla più si potesse ten- 
tare di nuovo, scrive il Campeggi, ci ha aperto 



— Be- 
lili altro sentiero, il quale senza dubbio è pia- 
cevole. » Questo nuovo genere di poetare poi era 
considerato da tutti estremamente dilBficile. Olii 
poi combatteva la nuoDa poesia era considerato un 
retrogrado. (1) « Non contenti di camminar la me- 
desima via del Petrarca, hanno voluto mettere i 
piedi a punto dove esso, e calcar que' medesimi 
vestigi e perciò di poca lezione e di manco nome. 
Queste parti, dove ha si poca parte la natura, 
soii parti assai languidi, assai privi di moto o 
di lume ; perchè sono senza fuoco e senza sangue : 
a guisa di certi fanciulli savietti si, ma sofisti- 
chetti, tisichetti e di poca vita. » 

Questa strana, diremo cosi neomania^ è l'ema- 
~nazione della vita seicentista. Le società corrotte 
e noi abbiam provato di dare un pallido quadro 
della società nel secolo XVII, non restano sod- 
disfatte del solo stile naturale e dolce; percht; 
la letteratura in tutte le età è stata sempre la 
storia morale di un popolo; Poliziano, e più di 
lui, l'Aretino, annunzia un secolo prima le stra- 
nezze del Seicento : in Ispagna la pompa ecces-" 
siva di Herrera annunzia già le stravaganze di 
Gongora ; . la Plèiade francese è l'antesignana di 
Saint Amant, di Dubartas, di Cottin ecc. 

(1) Vedasi ne\V Ado)ie (iiiesti due versi : 

L'uso de'vezzi e 'I vaneggiar de l'Arte 
È lieve colpa o pur la colpa é breve. 
E nella J\Iurtoleide « Fischiata XXXIII » 

È del Poeta il fiu la meraviglia 
Parlo dell'eccellente, non del Koff"» 
C!ii non sa f^;r stupir vada alla striglia. 
Questo egli lo ripete anche wcWAlone, 



— 37 — 

Giovanni Battista Marin^_^egna_J^]j^imo pe- A-' '3 
riodo alla poesia- p astorale . Egli, nella lettera- 
tura bucolica, compi lo stesso ufficio del Tasso. 
Questi chiu se gloriosamente l'epico cavallerescq_ 
iiT Italia j^_g[uegli il dramma pastorale. 

L'epico cavalleresco però ebbe vita lunga e 
gloriosa: il dramma pastorale invece ebbe il suo 
capolavoro quasi appena nato ; col Pastor Fido 
già il sentimento ideale è innalzato all'esagera- 
zione, e dopo un periodo relativamente breve si 
spegne, accasciato forse sotto l'immane peso dello 
sfarzo seicentista. Infatti weW Adone il mondo 
naturale è ritornato a l più sfrenato lusso; Venere 
e Adone vivono in superbi castelli, circondati 
da tutto il benessere, da tutti i vantaggi della 
moderna coltura, dalle opere d'arte e d'architet- 
tura più raffinate. Cosi il corso della poesia pa- 
storale era compiuto, e dopiO^_3re:KS__.guerra^.fìì;a 
stataanche abbattuta questa parvenzaji'idealità 
per godere il piacere senza similuzion^_ed_orpelli 
sentimentali. Sarebbe forse utile e curioso inda- 
gare perchè nacque in Italia il dramma pasto- 
rale, cosi semplice e naturale nei suoi primordi, 
in mezzo al lusso sfrenato ed alla corruzione dei 
costumi del secolo XVI; allora quando, come 
specchio della vita contemporanea v'era la satira 
del Berni e del Caporali, e le scollacciate com- 
medie dell'Ariosto e dell'Aretino. Fu forse un\ v' ,- ;x 
rifugio dell'umana coscienza che cercava un adito ' ^^ 
dove nascondere un sentimento ideale ? Nel Tasso \ 
certo che fu ; l'immensa dolcezza di quell'elegia 



— 38 — 
ritrae l'anima sua nobilissima ed incompresa per 
quel tempo; e può essere che la novità dell'idea 
abbia invogliato altri a seguire il cammino da 
lui tracciato. 

Un'accusa la quale immeritamente si dà al 
Marino, è ch'egli sia stato il depravatore del 
gusto nell' arte. Vedemmo già che il Marino, 
quando sorse, trovò il gustò"~già; — depravato in 
Italia. Giovanni Battista Garaldi,~nèl suo~1Bellis- 
simo discorso intorno « al modo di comporre dei 
romanzi » accenna già come a un fatto doloroso 
e compiuto nella letteratura l'uso del linguaggio 
metaforico. « La voce trallata, dice egli, vuole 
avere similitudine col linguaggio di quella, in 
luogo della quale ella è messa a significare que- 
sta o quella cosa, come dicono le vele ali delle 
navi e l'ali degli augelli esser li remi loro, e 
cosi se diremo sonnacchioso jDcr negligente, i 
fuochi celesti per le stelle (le quali sconvenevo- 
lissimamente chiamò colui teste dei chiodi del 
cielo); ed altri simili modi di dire. » E più lungi 
parlando dell'affettazione di linguaggio viene a 
dire esplicitamente: « Mi ricordo io di aver udito 
un frate predicatore, il quale essendosi su il ri- 
prendere le cosa della libidine, disse (volendo 
pigliare attenzione) ferma qui il pie dell'intelletto 
nel campo della morte ecc.. » Questo il Giraldi 
scriveva nel 1549, quando ancora la coltura del 
Rinascimento era all'apice dello sviluppo; quando 
cioè durava ancora la memoria del Machiavelli, 
del Guicciardini, del Berni, del' Cardinal Pietro 






— 39 — 
Bembo; epoca nella quale Francesco Rabelais e 
Montaigne venivano in Italia e si nutrivano di 
quella coltura profonda e multilaterale clie poi 
profondevano a piene mani ne' loro scritti. 

Questo vizio di forma si trova spessissimo tra 
i contorcimenti tenebrosi di Licofrone, il Marino 
della corte tolemaica; tra le affettate metafore 
de' poeti bizantini che coltivano gli acrostici ed 
altri ridicoli giuochi di forma, che hanno figu- 
rato degnamente nella poetica di Bengiso; nel 
linguaggio lambiccato di Marziale; nelle decla- 
mazioni di Giovenale; nell'apparato ostentato di 
immagini di Lucano; ed il maggior contributo 
di quelle metafore, le quali sono il distintivo del 
linguaggio, che falsamente prese il nome dal se- 
colo XVII, lo danno le letterature o troppo gio- 
vani o troppo vecchie; le une per difetto di 
composizione, di finezza e d'esperienza; le altre 
per manco di energia. Del resto noi vedremo in 
seguito che quando in Italia sorse il Marino, lei 
letterature straniere non erano indietro alla nostra \ 
nell'abuso d'immagini metaforiche. (1) 

E per sempre più discolpare il Marino, baste- 
rebbe osservare le produzioni dell'arte in quel 
secolo; nella pittura, scultura ed architettura. Il 
B smini, e con esso la ridicola sua scuola, dà 

(1) Sarebbe però ingiusto il non riconoscere nella letteratura sci- 
centista un gusto tutto suo, quale per esempio, l'abuso della mitologia, 
che è la caratteristica di quel secolo. Questo argomento noi però tratte- 
remo dopo aver esaminato quale letteratura sia stata la prima, in quel 
secolo, a tracciar la via del cattivo gusto letterario, sulla quale cammi- 
narono le altre. 



— 40 — 
fuori le più strane manifestazioni che artista abbia 
mai create. Nell'arte è il delirio della curva, come 
nella letteratura è il delirio della fantasia. Bi- 
sogna osservare i compassionevoli atteggiamenti 
delle figure in scultura ed in pittura della scuola 
del Bernini, del Maratta e di Luca Giordano, 
per convincersi quanto la smania di crear cose 
nuove, non pur uscendo dai limiti dell'arte, ma 
entrando altresì in quelli della più strana aber- 
razione, fosse il pensiero di allora. 

Il Marino, colla sua potente immaginazione, 
accumulò ed accrebbe questi difetti; ma è un 
fatto provato dalle leggi più costanti della storia, 
cbe i grandi poeti e i grandi artisti non sono 
stati nel loro tempo dei casi fortuiti, dei feno- 
meni isolati; essi, al contrario, sono il prodotto 
di una lunga elaborazione, e sono, quasi senza 
eccezione, gli operai dell' ultim'ora; essi s'impa- 
droniscono dell'argomento die più si confà allo 
spirito del temjDO, e su questo lavorano. S'adat- 
tano facilmente alle tendenze della società in cui 
. vivono; e questa società li ammira, li ama e li 
protegge, perchè sono appunto il filo conduttore 
fra essa e l'indirizzo del pensiero, comprenden- 
dosi e compenetrandosi a vicenda. 



41 - 



Capitolo V. 



Giovanni Battista Marino e i suoi biografi sincroni — Primi anni d'età 
— Suoi dispiaceri in famiglia — Prigionia — Fuga da Napoli. 



Giovanni Battista Marino nacque in Napoli il 
18 ottobre dell'anno 1569. (1) Suo padre chiamossi 

(1) Senza dubbio è cosa difficile ricostruire la vita di questo poeta; 
seguirlo passo passo nelle sue fortunate o perigliose peregriuazioui; poter 
sceverare il vero dal falso dalle memorie e dalle biografie sincrone ; in- 
dagare più accuratamente che sia possibile la verità di quanto dicono 
adulatori e detrattori del poeta, il quale delle volte esce in alcune spa- 
gnolate che fauno ridere. Ad ogni modo però ecco l'elenco delle biografie 
e degli scritti sul Marino, nessuna delle quali completa e quasi tutte 
fatte con grande leggerezza. 

Vita del Cavalier Marino, di, Francesco Baiacea, Venezia, presso 
Giacomo Scaglia, 1625. È la prima biografia del poeta, la quale si trova 
inserita, in compendio però, anche nell' edizione della u Strage degli 
Innocenti » curata da Giacomo Scaglia nel 1633. Quella poi del Lo- 
redano, eh' è citata qui sotto, è quasi una riproduzione di quella del 
Baiacea. 

Vita del Cavalier Marino di Gio: Francesco Loredano, nobile veneto, 
in Venetia, M.DC.XXIX, presso Giacomo Sarzina. 

Nella prefazione il Loredano assicura che « a 'primi avvisi della 
morte di Alarino diede la prima mano a questa vita. Differì di termi- 
narla haveudo intentione d'aggiungerla in un volume con alcune altre 
abbozzate de' primi poeti del secolo. » Ma poi avendo visto le biografie 
che del poeta aveano scritto il Baiacea e il Del Chiaro, decise di pubbli- 
care la sua vita «Vita del Marino » a parte, e questa è l'edizione da noi 
citata. 

Vita del Cavalier Marino, del Can. Francesco Del Chiaro, Napoli, 1633 
È unita ad un'edizione della n Strage degli Innocenti ». L'autore, nipote 
del poeta, si lamenta fortemente perchè il Baiacea, approfittando deila sua 
buona fede, leggendo e in parte copiando il manoscritto, lo diede poi alle 
stampe sotto il suo nome. 



— 42 — 
Giovanni Francesco e fu giureconsulto napolitano 
« con facoltà eccedenti la sua condizione. (1) » Di 
sua madre niente abbiamo potuto rintracciare ; 
sembra però che il Marino la perdesse ancor gio- 
vine, perchè nell'edizione della Lira del 1602 v'è 
una bellissima canzone, che il poeta scrisse in 
morte di lei. Comincia 

Torno piangendo a riverir quel sasso, 
Ove chi nove lune in sen mi chiuse, 
Chiuse lasciò l'incenerite spoglie. 
Pace a te prego, a te dolente, e lasso 
M'inchino o madre, e con l'afilitte Muse 
L'essequie tue rinnovo, e le mie doglie. (2) 

Che il padre poi gli morisse poco tempo prima 
della madre, noi lo rileviamo pure da questa 
canzone : 

Madre tu giaci ? è dunque ver, che tinto 
D'atro pallor, de le tue luci il lume 
Eternamente a gli occhi miei s'ammorza? 
Piansi, non è gran tempo, il padre estinto, 
Hor, perchè doppio strazio il cor consume, 
A par col genitor, lacera scorza 
Pianger la genitrice il ciel mi sforza : 
Né ben saldata ancor la prima piaga^ 
Di novo colpo un nuovo strai m'impiaga. 

Seguono poi le biografie composte dal Camola e dal Ferrari, insi^ui- 
ficantissime e che ripetono quello già esposto nelle precedenti. Sono unite 
la prima all'edizione della Strage curata in Roma dal Manelfi « 1<Ì33 » ; 
la seconda, anch'essa unita allo stesso poema, nel!' edizione del Sar- 
ziua dello stesso anno. 

(1) Loredano, Vita del cav. Marino, 1629, pag. 4. 

(2) Marino, Lira, Rime del cavalier Marino, in Venetia, M.DC.LIII 
per Francesco Babà, pag. 356. 



— 43 — 

Il Marino poi non fu solo figlio di Giovanni 
Francesco, perchè nella stessa canzone dice: 

Ben mi sovvien, quando spedite, e lievi 
Spiegò pi-imier da queste valli oscure 
Al Ciel lo spirto tuo l'ale volanti. 
Cli' al dolce letto intorno, ove giacevi, 
Con sei conforti miei, con sei fatture 
De le viscere tue, pegni tremanti. 
Turba inferma mendica, e nata a i pianti, 
r t'era a pie. 

Tra quelle « sei fatture delle viscere materne » 
v'era una sorella per nome Camilla, che andò 
moglie a certo Cesare Del Chiaro, il quale divenne 
canonico e fu, come abbiam visto, uno de' bio- 
grafi del Marino. Questa sorella a volte calmava 
gii sdegni del padre « in cui d'oro boUian de- 
siri ardenti, » e che, piuttosto d'un poeta, volea 
far del figlio un legista, e, « desideroso di ridurre 
la sua condizione con maggiori ricchezze e mag- 
gior grado di onori, appena uscito dalla gram- 
matica, che fu appunto in su li tredici anni, » 
applicò il figliuolo allo studio delle leggi, presso 
don Alfonso Galeota, piegando, dice il Marino 
iieìV Adone, 

Talto pensiero 

A vender fole à garruli clienti. 
Dettando a questi supplicanti e quelli 
Nel rauco foro i queruli libelli. 

Però il Marino invece che coi libri di Bartolo 



— 44 — 
e di Baldo, a que' tempi celebratissimi, tanto 
che in tutta Europa si tenevano cattedre ove si 
commentavano, amava intrattenersi col Furioso, 
coW Orlando Innamorato, e colla Gerusalemme. E 
fu talmente preso dall'amore per la poesia, che, 
a poco a poco e di nascosto, per timore che aveva 
del padre, vendeva i libri legali, « convertendo 
quel poco danaro che ne ritraeva in libri di 
poesia e d'umanità. » La casa del padre poi era 
frequentata da molti nobili e gente danarosa; ed 
in quei trattenimenti recitavansi egloghe e com- 
medie nelle, quali Gian Francesco e suo figlio 
« e questi con maraviglia d'ognuno per la viva- 
cità sua, » erano i principali attori. (1) IL Marino 
in queste occasioni prese a conoscere il poeta 
Oiulio Cortese, in quel tempo famosissimo. (2) 

(1) Baiacca, Vita del cav. Marino. 

(2) In uua raccolta di rime di Giulio Cortese {/{ime et prose del 
s!ff. Giulio ("ovtese detto l'Attoiiilo dell'Accademia degli Svcfrliati dì Ka- 
poli. In Napoli appresso Giuseppe Cacchi M.D.XCII) troviamo il seguente 
som tto del Marino, detto l'Accorto Accademico Svegliato. 

Cortese, Amor t'accende, Amor la cetra 

Dolce accompagna con la tromba d'oro. 

Che ti die Febo, e '1 crin non pur d'alloro. 

Che di mirto fregiar da te s'impetra. 
E doppia fiamma il cor, doppia faretra 

.Ti preme il fianco; onde '1 tuo stil canoro 

Hor de le Muse, or de le Grazie il coro 

Illustra, e '1 terzo, e '1 quarto ciel penetra. 
Si, che 'n Cipro, e 'n Parnaso, in fra duo Soli, 

Qui co' cigni Minerva, e tal' hor quivi 

Citerà con gli amori appregi, e coli. 
Hor' i pensieri con la penna scrivi, 

Hor con le penne del pensier le 'uvolì, 

E versi accolti in pianto i sacri rivi. 

Questi sono i primi versi del poeta nsciti alla luce e che non furono 
più stampati nelle raccolte delle sue rime. 



— 45 — 

Intanto il poeta menava vita leggiera e dan- 
nosa per lui e pel padre. Contraeva debiti, i quali 
poi non erano pagati ; e Gian Francesco, « per 
condurre il giovane sulla buona via, » adoperò 
preghiere, minacce, ma tutto inutilmente. Alla 
fine, dopo avergli tolta ogni comodità, lo cacciò 
di casa, ne più voleva rivederlo. E solamente i 
pianti e le preghiere della figlia Camilla pote- 
rono rabbonirlo. In questo stato di cose, il Ma- 
rino ebbe un grande protettore nel Manso, a cui 
spesso ricorreva quando più inveiva la collera 
paterna. « Saprà Vossignoria, scriveva il Marino 
al Manso, eh' io per mia disgrazia mi trovo troppo 
fieramente agitato da moltissimi e gravissimi tra- 
vagli, per essere in rotta con mio padre, le ti- 
rannie del quale io mi risolvo a non poter più 
tollerare. Per la qual cosa dovendo io soddisfare 
ad alcune mie estreme necessità, mi favorisca 
imprestarmi per lo spazio di quindici giorni 
quattro ducati...; » ed in un'altra lettera: « Son 
debitore a Vossignoria Illustrissima di molti da- 
nari, ma molto più d'infinite grazie che di con- 
tinuo mi fa ; a queste non posso soddisfare ; 
a quelli credeva averlo fatto a quest'ora; ma 
quella stessa fortuna che mi ha impedito a 
complir a quanto doveva mi forza a supplicarla 
di favorirmi di altri trenta ducati.... » (1) 

Intanto avea composto la canzone dei Baci 
che corse subito per Napoli applauditissima, e 

(1) Lettere del Cav. Marino, paj. 51. 



— 46 — 
« per la quale meritò d'essere infinitamente lo- 
dato. (1) » Il Marino aveva in questo tempo non 
ancora compiuti i venti anni ; e piuttosto che 
soffrire le avversità della fortuna e del padre 
che gli contendeva la casa, decise di allogarsi 
presso qualche nobile napolitano. La conoscenza 
da lui contratta con Ascanio Pignatelli, duca di 
Bisacci, con Inico di Guevara, duca di Bovino, 
nella casa del quale dimorò circa tre anni, fa- 
vori questa sua determinazione. Il principe di 
Conca, Grande Ammiraglio di Napoli, se lo prese 
con se in qualità di segretario. Quivi il Marino 
coltivò l'amicizia di Torquato Tasso, il quale era 
ospitato dal principe di Conca; e l'autore della 
Gerusalemme conobbe nel giovine un grande 
poeta, e lo stimolò a continuare gli studi intra- 
presi. Avea tanta buona amicizia e tanta bene- 
volenza pel giovine poeta che lo pregò di curare 
la stampa de' suoi Diaìoghi. In una lettera al 
Manso il Marino scrive : « Honne parlato con lo 
stesso signor Torquato a cui dicendo eh' io era 
per mandar fuori questa sua opera per ordine di 
Vossignoria Illustrissima, mostrò d'averne molto 
piacere, promettendo di risolversi quanto prima; 
e mi disse che desiderava la stampa del libro, 
non in dodicesimo come noi avevamo designato, 
ma in quarto foglio, conforme ad alcune altre 
sue cose. » 

Nella casa dell'Ammiraglio il Marino ebbe agio 

(1) Il Loretlano dice clie « le voci della fama le portarono all'orecchi»! 
del padre, che ne ricevè sentimento non ordinario. » 



— 47 — 
di applicarsi agli studi poetici e forse in questi 
tempi compose una poesia intitolata il Corallo 
« alla buona memoria del signor Pietro Ferrari, » 
ed un'altra intitolata la SUifa, a cui, dice il Ma- 
rino in una sua lettera, « è oramai data 1' ultima 
mano, e nella quale s'averà di che ridere. » 

Nel 1598 però, cinque o sei anni dopo la sua 
nomina a Segretario del Principe, il Marino fu 
cacciato in prigione per aver aiutato un suo a- 
mico, certo Marc' Antonio d'Alessandro, a rapire 
una fanciulla forse spagnola; il carcere, a dire 
del Marino, fu durissimo. (1) Gettato in un'orrida 
prigionia detta il Cammerone, vi stette per molti 

(1) Prigionia del cav. Marino nel Cammerotie prigione di Napoli. Non 
ho visto il capitolo stampato, bensì una copia manoscritta, che si conserva 
alla biblioteca Casanatense di Roma. 

Il compianto Minieri Riccio nel suo libro Biografia degli sci-ittovi 
nripolitani, alla parola Marino dice: « Preso d'amore (il Marino) per una 
bella donzella detta Antonella Testa la domandò in moglie e gli fu negata 
dal padre che ricco negoziante era, allora gli amanti per costringere il 
genitore a condiscendervi suo malgrado si unirono in clandestine nozze 
ed Antonella sendo del marito gravida nel sesto mese si sconciò e ne 
mori. D'immensa ira arse l'infelice padre e ricorse ai tribunali ed il 
Marino cacciato nelle prigioni di Castel Capuano vi languì lunga pezz.i, 
alla fine non provatosi il suo delitto riacquistò la libertà. » Per quante 
ricerche abbiam fatte negli archivi napolitani, non abbiamo potuto rin- 
tracciare la benché minima particolarità su questo tragico episodio della 
TÌta del poeta. Forse il Marino, quando sotto ben altra veste fece ritorno 
In Napoli, si sarà affrettato a cancellare ogni memoria del suo vergognoso 
passato; anche perchè i suoi biografi non fanno accenno del fatto. Sa- 
rebbe però curioso sapere dove il Minieri Riccio potè trovare quelle par- 
ticplarità sulla vita del poeta. È però una calunnia quanto dice il Mur- 
lola (Marineide, Risata II). 

Et a la sodomia 
Dato, ond' al fin di Napoli scappare 
Mi bisognò con furia, e a Roma andare, 

Cfr. la canzone Contro il Vitio Nefando, della quale avremo occa- 
sione di parlare. 



— 43 — 
mesi, dopo i quali, per opera specialmente del 
Manso, fu liberato; appena uscito dal carcere 
fece di tutto per liberare l'amico ; giunse fino a 
falsificare una carta, la quale doveva attestare 
essere l'amico suo prete^ e per tal modo non po- 
tersi carcerare; scoperto il suo disegno fu ricacciato 
in carcere, dal quale non potè uscire che colla 
fuga. E fu ben fortunato a poter fuggire, perchè 
l'amico suo lasciò la testa sul palco. (1) 

A Roma, per commemorare l'amico, il Marino 
componeva questo sonetto, che a noi sembra bel- 
lissimo: 

Quel feiTO. oiruè, che dal tuo corpo tolse 
La nobil'alma, e 1 capo tuo recise. 
De la mia speme a un colpo il fil recise, 
De la mia vita a un punto il nodo sciolse, 

Che non fèV che non disse? ò quai non volse 
Del tuo scampo tentar sagaci guise 
Il tuo caro fedel ? ma noi pei'mise 
Il eie], che del tuo duol poscia si dolse. 

Usai per altrui man froda pietosa, 
Ma vidi Astrea, che "u me la spada strinse. 
E minacciommi rigida, e crucciosa. 

Timor di me, pietà di te mi vinse 
Si ch'io piansi fuggendo. Ella sdegnosa 
Due vite amiche in una morte estinse. (2) 

(1) Il Murtola dice {Mariiieide, Risata III) che la seconda prigion-ia 
del Marino fu causata dall'arer falsificata una scrittura servendo il San 
Severo. 

Che servendo il Signor di San Severo 
Una scrittura di tua man fu vista 
Falsificata in fin dal capo al fondo. 

(2) Marino, Lira, pag. 163. 



_ 49 — 

Solo, povero, sul finire del 1599, senza salu- 
tare gli amici e i protettori, lacero e smunto pei 
patimenti sofferti, il Marino lasciava di notte 
tempo la terra ove era nato, e dove aveva pas- 
sati gli anni della sua gioventù. 

Fuggendo da Napoli, il Marino cantava in un 
sonetto, eh' è tra i più belli da lui composti, e 
che deve aver scritto nel cammino da Napoli a 
Roma: 

Fuggo i paterni tetti, e i patrii lidi 
(Ma con tremante pie) mi lascio a tergo 
Passo, e con questi, che di pianto aspergo, 
Per voi rimiro amati colli, e fidi. 

I tuoi (si vuole il Ciel) vezzi omicidi 
Sirena disleal, dal cor dispergo; 
E caro men, ma più securo albergo 
Pellegrino ricerco, ov' io m'annidi. 

Ma che rileva, oimè, girne si lunga, 
Se fuggitivo, e misero, e lontano 
Me mai non lascio, e l'odio altrui mi giunge? 

E s'un bel viso, una leggiadia mano 
L'anima, ovunque io vò persegue, e punge? 
Fortuna empia, empì Amor, vi fuggo invano. (1) 

A Napoli il Marino lasciava, come abbiam 
detto, tutti i suoi scritti; fra i quali un'opera 
sua non ancor terminata, la quale sembra gli 
premesse moltissimo di riavere. Questo rilevasi 
da un sonetto che comincia: 

Tolto alle fiamme il pargoletto amato, 

(1) Marino, Lira, pag. 197. 



— 50 — 
e nel quale, sempre riferendosi al manoscritto, 
dice : 

Parto de l'alma mia, prole infelice, 
Ond'a speme m'alzai d'eterno onore, 
Rimanti in preda a rigida nodrice. (1) 

(1) Marino, Lira, pag. Ì'^S. 



I 



I 



51 



Capitolo YI. 



II Marino a Roma — È accolto da Melchior Crescenzio — Suoi viaggi 
per l'Italia — Prima edizione delle sue rime — Analisi di queste — 
Concetto dell'amore nel Marino — È famigliare del Cardinale Aldo- 
brandino. 



A Roma il Marino giungeva nel 1800, in ma- 
niera da far pietà. Lacero, scalzo, colla morte 
nell'anima, davanti alle maestose rovine della ca- 
pitale del mondo romano, trovava la forza di 
salutare la città illustre, che doveva ospitarlo: 

Felici colli, simulacro vero 
Del valor de le chiare alme Latine, 
In cui serpe fra l'edre, e le ruine 
La maestà del già caduto impero. (1) 

Però, appena arrivato, cadeva gravemente ma- 
lato. Riconosciuto a caso da Gasparo Salviani, 
l'amico di Alessandrio Tassoni, ed il commenta- 
tore della Secchia Rapita^ questi l'accoglieva in 
casa sua. Il Salviani era vecchio amico del Marino, 
il quale era venuto a Roma, anni addietro, per 
breve tempo col seguito del cardinale Ascanio 
Colonna. (2) 

RaccomandoUo il Salviani a Monsignor Mel- 
chiorre Crescenzio Chierico di Camera del papa 

(1) Marino, Lira, pag. 175. 

(2) Appena giunto a Roma, il Marino a detto del Murtola fu costretto 



— 52 — 
Clemente Vili, e facendogli sapere come quel 
giovine lacero e macilento fosse l'autore della 
canzone dei Baci, gli presentò un sonetto fatto 
dal Marino in lode di lui, nel quale il poeta s'au- 
gurava che il Crescenzio avesse voluto proteggere 

La bassa vela de lo stanco inffeofno 

e anzi cominciava il sonetto: 

Da che si fido, e si tranquillo ha mostro 
Porto soave al mio sdrucito legno 
Fortuna amica, e placa ornai lo sdegno 
Dei Ciel, del mar, con cui combatto, e giostro : 

Il generoso amico informò poi il Crescenzio 
delle cause della venuta in Roma del poeta, e 
del suo stato ; e soggiunse « che avendo il Ma- 
rino fatta una lezione nella toscana favella nel- 
l'Accademia, che allora fioriva di Onorio Santa- 
croce, avea dato tal saggio delle sue virtù, che 
da alcuni signori veniva ricercato, e con istanze 
pregato a stare in casa loro. (1) » Il Crescenzio che 

dare in pegno il ferraiuolo ad un ebreo, e non potè riaverlo se non con 
l'aiuto di Onofrio Santacroce. Cfr. Marineide, Risata VI: 

Ti rinfaecierà quando 
Il Falconio, il Cresceulio huomo assai pio 
Mangiar ti davan per l'amor di Dio; 

Quando liavevi al giudio 
Il ferraiolo in pegno, et uscir fuore 
Xon potevi di casa, se il Signore 

Honofrio al tuo dolore 
Non porgeva rimedio, e qualche aita 
Glie ti ridiè poi col Mautel la vita. 

(1) Baiacca, Vita dtl cav. Marino. 



— 53 — 
era grande amico de' letterati, s'offerse subito di 
riceverlo in sua casa. « Volle visitarlo a letto dove 
era inchiodato per malattia ; né contento di questa 
dimostrazione, gli offri stanza nel suo palazzo, lo 
dichiarò suo famigliare, e gli assegnò subito prov- 
visione tale, che a poter con decoro mantenersi fosse 
bastevole. » Il Marino accettò con gioia l'offerta 
ed entrò in quella casa con titolo di gentiluomo, 
« ne con altra suggezione che dei propri studi. » 
Colà ebbe mezzi e tempo di coltivare gli studi 
poetici e preparò per le stampe la prima e la 
seconda parte delle sue rime, dedicando la prima 
a Melchior Crescenzio, suo protettore, la seconda 
a Tommaso Melchiori. (1) Per preparare la stampa 
di queste sue poesie, il Marino s'era trasferito a 
Venezia, dove stette sino al 1603. Prima di giun- 
gere a Venezia si fermò a Firenze, a Siena e a 
Bologna e scrivendo al Salviani dicevagli che 
sperava di trovare a Venezia il Guarini. Griun- 
gendo a Firenze, il Marino salutava la Toscana 
ov'eran nati Dante, Boccaccio e Petrarca: 

Pace a voi liete piagge, aure ridenti 
D'Etriiria bella: I' ti saluto, o cai'O 
Arno gentil, cui d'ogni grazia ornaro 
Tutte a prova le stelle e gli elementi. 

(1) Kime di Giovanni Battista Marino, Parte Prima, all' IHustrissimo 
et Reverendissimo Monsig. Melchior Crescentio Chierico di Camera, con 
privilegio, in Venetia, presso Gio. Bat. Ciotti, M.DC.II. Questa è la 
prima parte ; la seconda : ^Rime del Marino, Parte seconda, Madriali e 
Canzoni, airilluBtrìssimo sig. Tommaso Melchiori, con privilegi et licenza 
de' superiori, in Venetia, presso Gio. Batt. Ciotti, 1602. 



— ST- 
ECCO pur di te gli occhi a far contenti 
Mi guida il Ciel dopo tanti anni avaro 
Di te, pe si cliiar alme assai più chiaro, 
Che per le tue si pure acque lucenti. 

Da te nacque quel buon, ch'arse Fenice 
Di nobil Fiamma, e dal tuo sen fecondo 
L'un" e l'altro Cantor di Laura, e Bice. 

Fiume già non dirò, ch'ai mar fecondo 
Non sei, ma più del mar degno, e felice: 
Quel solo un Sol, tu tre n'apristi al mondo. (1) 

A Siena Tommaso Pecci, musico eccellentissimo^ 
gli metteva in musica la canzone dei Baci, ed il 
poeta encomiava 

Quelle, de' miei piacer dolci, e lascivi 
Ma di piacer, ma di dolcezza vote 
E di baci vitali impresse note. 
Baci però di vita indegni, e privi. (2) 

Durante il suo soggiorno a Venezia strinse ami- 
cizia con Guido Casoni, poeta allora celebratis- 
simo. Un giorno, in casa del Casoni, mentre il 
Marino, dai più sconosciuto, era in mezzo ad un 
crocchio di letterati, recita loro il sonetto clie 
tratta della miserie umane, sonetto abbastanza 
conosciuto, e che comincia 

Apre l'uomo felice allor, che nasce (3) 
e termina 

Da la cura a la tomba è un breve passo. (4) 

(1) Marino, Lira, pag. 198. 

(2) Marino, Lira, pag. 199. 

(3) Marino, Lira, pag 170. 

(4) Questo sonetto è tra quelli che il Foscolo stimava tra i migliori 
del Marino (Cfr. Saggi di critica-storica letteraria di Ugo Foscolo, Fi- 
renze, Le Monnier, 1859, Voi, I.) 



-- 65 — 

Recitato il sonetto, subito esce dalla sala, e parte 
la sera stessa da Venezia, lasciando gli astanti 
maravigliati della stranezza del poeta napolitano. 

Ed ora veniamo all e sue poesie giudicate da l- 
l'autore molto imperfette e « mai stimate degne 
d'ogni altra luce se non quella del fuoco. » Egli 
eraisi indotto a pubblicarle « per ie iusingiie e le 
violenze degli amici, che tutto di lo persuadevano 
a darle fuori, e per le molte trascritte, che sparse 
ne ivano attorno assai diverse da' primi esemplari 
e venivano anche tradotte in ispagnolo e in fran- 
cese. » Queste rime, e specialmente la prima parte 
della Lira erano state composte « nel verde aprile 
della sua giovinezza, » anzi « nello inverno tor- 
bido e tempestoso delle sue continue sciagure. » 
Confessava a chi le dedicava, ossia al suo be- 
nefattore, Melchiorre Crescenzio, com'esse « ve- 
nissero alla luce intempestivamente, e non ben 
cresciute a quel colmo di perfezione, che in qual- 
che spazio di tempo potevano per avventura ri- 
cevere ; » ma assicurava che « sarebbe venuta sta- 
gione, che dalla pianta del suo intelletto, ancorché 
sterile, e da patrio suo nativo terreno svelta, 
sarebbe nato quelche fratto maturo di poema più 
grave, che è quello a cui d'intorno lavorando 
andava tuttavia, fondato sopra la ve adetta della 
morte di Cristo, eseguita per divina volontà di 
Tito Imperatore nella città di Gerusalemme. » (1) 

(1) Il Marino Intende qui di parlare della Gerusalemme Distrutta, 
del qual poema fu stampato solamente il settimo canto, pubblicato dopo 
la morte dell'Autore. 



— 56 — 
La prima parte della Lira è composta esclu- 
sivamente di sonetti, i quali vengono divisi dal- 
l'autore in gruppi aistinti, a seconda del soggetto 
ch'egli tratta ; amorosi, marittimi, boscherecci, 
eroici, lugubri, morali, sacri, vari, e sonetti di 
proposte e risposte, i quali aitimi sono scritti per 
ringraziare molti poeti amici dell'autore, e che 
l'hanno lodato. 
^ La rime, che cosi le chiama il Marino, amorose, 
marittime e boscherecce sono le migliori per com- 
^ posizione e per soggetto. Il nostro è poeta d'im- 
/ pressione, e non ha bisogno di torturarsi il cervello 
per descrivere cose sensuali, e piene di calda pas- 
sione; il che fa per le rime eroiche dove diviene con- 
venzionale, e per le lugubri in cui è ridicolo. Il 
Marino invece è un poeta che s'impressiona di 
ogni minima cosa; perchè di fantasia mobilissima 
e svariata, sa ideare azioni e soggetti amorosi di 
una delicatezza estrema, e d'una fioritura sma- 
gliante. Le rime amorose sono precedute da un 
sonetto proemio, che noi chiameremo sonetto pro- 
gramma. 

Altri canti di Marte, e di sua schiera, 
Gli arditi assalti, e l'onorate imprese, 
Le sanguigne vittorie, e le contese, 
I trionfi di Morte orrida, e fera. 

I' canto Amor, da questa tua Guerrera 
Qur,nt'ebbi a sostener mortali offese, 
Come un guardo mi vinse, un cria mi prese 
Historia miserabile, ma vera. 

Duo begli occhi fur l'armi, onde trafitta 



— 67 — 

Giacque, e di sangue invece amai'O pianto 
Sparge lunga stagion l'anima afflitta. 

Tu per lo cui valor la palma, e '1 vanto 
Ebbe di me la mia nemica invitta. 
Se desti morte al cor, dà vita al canto, d) 

E cosi il poeta amoroso canta e lungamente. 
Per lui amor e è crudele e lo mette a dure prove. 
E la donna sua, bella come Ven^re^ iìon~'corrf- 
sponde sempre alle sue proteste d'amore, il poeta 
allora prorompe in infuocati rimproveri, dicen^ 
dole clie non cura che la sua superba bellezza. 

Crudel Donna, e superba, a cui sol cale 
Nel lusinghiero adulator fallace 
La tua propria ammirar forma mortale, 

ma la sua donna è insensibile anche a questi 
rimproveri, che respinge insieme alle proteste di 
amore. 

Seguo, prego, lusingo, amo, ed adoro 
Di gioia in bando, anzi di vita in forse : 
Ma da che l'empia in preda al duol mi scorse, 
Sorda a la piaga mia nega ristoro. 

Altre volte dubita che la sua donna l'ami, ed 
allora le domanda : 

Fu di sdegno, o d'amor, fiamma, che t'arse 
Quella, che Donna si repente uscio 
Su la tua guancia? e '1 dolce ostro natio 
Di peregrina porpora ti sparse ? 

(1) Marino, Lira, pag. 1. 



— 58 — 

e nel dubbio lo lusinga 

un pensier: forse l'accende 

Amorosa vergogna, e nel bel volto 
La sua vermiglia insegna apre e distende, 
ma una voce interna gli dice 

stolto, 
Tutto quel, che si bel rosseggia, e splende 
Sangue colà, da le tue piaghe è tolto. 

E il poeta si ribella contro questa sorte che lo 
costringe ad amare una donna senza speranza 
d'esser contraccambiato; la quale 

se di mia vaghezza ella s'avvede, 

Volge i guardi in saette, in ira il riso ; 

e paragonandola al sole, si domanda 

Deh, se cortese altrui, mentr'arde, e splende, 
Si mostra il Sol, perchè costei la pura 
Luce a me di due stelle empia contende? 

Però il poeta è stanco della crudeltà della sua 
donna; l'amore ardentissimo ch'egli nutre per lei, 
s'è raffreddato a contatto con quel cuore di 
ghiaccio; oramai il poeta è ritornato in se, e 
scioglie un'inno di grazia per la ricuperata libertà: 

La spezzata catena, e '1 rotto giogo. 
Che '1 pie sì forte, e'I cor m'avvolse, e' strinse, 
Di cui mai non sperai, che tempo, o luogo 
Scior mi dovesse, ed hor tua man mi scinse: 



— 59 — 

Sacro al tuo tempio: e già cantando sfogo 
Il grave duol, che si m'oppresse, e vinse, 
Col pie spargendo il cenere del rogo, 
Che pria m'accese, e poi giust'ira estinse. 

Invitto Sdegno, i' ti ringrazio, e lodo, 
È sciolto il laccio, onde d'Amor fui stretto. 
De l'antica prigion libero godo. 

Or' a te, fin ch'io viva, aver prometto 
Si com' ei fece adamantino il nodo, 
Contro i suoi colici adamantino il petto. 

Se qualche volta rammenta le sue pene e gii 
affanni spenti nel cuore da lungo tempo, non è 
più amore ch'egli sente in petto; d'ora in poi 
vivrà solamente d'odio eterno. Ora per il poeta 
l'amore e 

Vipera in vasel d'or, ciarda, e vorace. 
Nel più tranquillo mar scoglio pungente, 
Nel più sereno Ciel nembo stridente. 
Tosco tra' fior, tra 'cibi Arpìa rapace: 

Sogno vano d'uom desto : oscuro velo 
Agli occhi di ragion, peste d'Avei'no, 
Che la terra aveneni, e turbi il Cielo :... 

il quale Amore non ha più alcuna attrattiva per 
lui; e se qualche volta la donna sua verso il 
poeta 

la bella man distese 

e volse de' begli occhi i rai, 

Destossi, e foi'te oltre l'usanza assai 
Il dolce antico foco 



— 60 — 

tanto che bastò la sola 

virtù d'una man bianca 

Quando fra le sue nevi ella mi strinse. 

Lasso, che sembrò neve, ed era ardore, 
Mostrò prender la man, ma l'alma avvinse, 

questo sentimento è però fugace. Ed infine il 

poeta chiude la corona de' sonetti amorosi con 

questo bellissimo, che è come un congedo alle 
sue rime: 

Itene avante a que' begli occhi rei. 
Onde mi strugge Amor, rime amorose : 
Portate voi, di duol nunzie pietose. 
Vive le fiamme lor ne' pianti miei. 

Ma, se pietà \ì negherà colei, 
Cui natura di ghiaccio il cor compose, 
Meco vi state in chiusa parte ascose, 
Del suo rigor, del mio dolor trofei. 

Forse (e fora il miglior) quel che risplende 
In voi, benché di stil povere, e d'arte. 
Possente ardor, che l'anima ni' incende-, 

Potrà (se pur di tante in lor co nsp ai-te 
Lagrime il vivo umor non gliel contende) 
Come già '1 petto, incenerir le carte. 

Anche le rime marittime sono precedute .da 
un proemio in forma di sonetto, nel quale il 
Marino chiede al 

Possente Dio, e' hai de l'ondoso regno 
Quasi Giove secondo, il sommo impei'o; 



— 61 — 
di poter anche lui accordare i suoi canti sopra 
la nobil cetra 

Ond' apprese i concenti han le Sirene, 

e già altre volte toccata dal gran Sincero, Iacopo 
Sannazaro. 

Le rime marittime sono anch' esse amorose, 
interpolate da alcune descrizioni che il poeta fa 
dello spuntar dell'aurora, dell' apparizione del 
sole ecc., e d'un affettuoso ricordo del poeta sopra 
la tomba d'un suo concittadino, Sannazaro: 

Ecco il monte, ecco il sasso, ecco lo speco, 
Che '1 Pescator, che già solea nel canto 
G-irsen si presso al gran Pastor di Manto, 
Presso ancor ne la tomba accoglie seco. 

Or l'urna sacra adora, e spargi meco 
Craton fior da la man, da gli occhi pianto, 
Che del Tebro, e de l'Arno il pregio, il Acanto 
In quest'antro risplende oscuro, e cieco. 

Pon mente, come (hai stelle avare, e crude) 
Piange pietoso il mar, l'aura sospira. 
Là, dove il marmo avventuroso il chiude: 

Fan nido i Cigni entro la dolce lira, 
E intorno al cener muto, a l'ossa ignude 
Stuol di meste Sirene ancor s'aggira. 

Però nelle rime marittime il sent iment o_ amo - 
roso è placido è~~S6rén67~"Koiìr~Y^ è che rara- 
mente contrastodl passione; quasi mai crudeltà 
di donna, la quale invece è gentile e contrac- 
cambia le proteste amorose di Fileno, sotto cui 
è sempre adombrato il Marino. 



— 62 — 

/ In questi sonetti si respira l'acre odore del 

f mare; leggendoli si pensa al bellissimo cielo na- 

\ politane, al golfo di Margellina incantevole e 

/ 2^i®^o di seduzioni; e questo clie descrive il poeta 

I è un pezzo di Napoli, misterioso e pieno di dolci 

languori, dove si vorrebbe sempre vivere. Ecco 

\^ come il jDoeta descrive una ninfa cbe, sul punto 

•di bagnarsi, sparge i capelli al vento. 

Avea, su per lo mar, del biondo crine 
La Pescatrice mia sciolto il tesoro 
Quasi nova Fortuna, e Noto, e Coro 
Preziose ne t'ean dolci rapine. 

Ondeggiavan per l'onde in onde d"oro 
Sparse ie fila rilucenti^ e fine, 
Ed invide scorgean l'onde marine 
Più bella dea d'Amor sorger fra loro. 

Corsero a gli ami in quei bei lacci tesi 
Guizzando i pesci amorosetti^ e lieti, 
D'un dolce foco in mezzo l'acque accesi. 

E disser prigionieri a Dori, a Teti 
Con la lingua d'amor, ch'io solo intesi 
Dolce è morir fra sì pompose reti. 

Davanti alla natura bella e superba, sopra a 
rive incantevoli, e sul mare placido e tranquillo, 
egli non desidera die pace ed amore; da queste 
delizie accumulate dalla natura, egli vuol discac- 
ciare quanto può turbare la sua felicità. Il poeta 
vorrebbe vivere sempre cosi, accanto alla sua 
ninfa , esercitandosi nel mestiere della pesca, che 
egli adora; e pieno d'entusiasmo, scioglie un inno 



I 



— 63 — 
al Dio del mare, ringraziandolo di tanta beati- 
tudine. 

Dio, che de l'ampio in tre diviso impero- 
II gran mondo de l'acque avesti in sorte 
Padre Nettuno, al cui scettro severo, 
Tutta ubbidisce la cerulea Corte: 

r canterò del tuo tridente altero 
Le glorie, e i pregi del tuo braccio forte : 
Com' a una scossa sua nacque il destriero, 
E di Troia per lui cadder le porte : 

Se la mia frale, e combattuta barca 
Trarrai del golfo periglioso infido 
Mentr' oggi si crudel pelago varca. 

E se da scogli, e Sirti a miglior nido 
Volta, e di ricche merci ornata, e carca : 
Eia da la destra lua sospinta al lido. 

Il poeta, che, come abbiam visto, a Na^Doli nou 
faceva la vita dell'anacoreta, ed anzi era sempre 
in mezzo a nobili ed allegre brigate, lia anche il 
tempo di descrivere le grandi bellezze del golfo in- 
cantevole. Ed è cosi che « per la signora principessa 
di Stigliano, mentre andava in barca per la riviera 
di Posilippo » egli, oltre ad averla paragonata a 
Venere, descrive il viaggio di lei « per la riviera. » 

Non così bella mai per l'onda Egea 
Con le Grazie, e gli Amori in schiera accolta 
Lungo il lido di Cipro uscìa talvolta 
La sua conca rotanda Citerea : 

Come vid' io, non so se ninfa, o Dea 
In ricca poppa assisa^ e bionda, e folta 
La chioma a' lievi ZeflBri disciolta 
Su 1 legno d'Argo il vello d'or parea. 



— 64 — 

Sospiravano i venti, e l'acque stesse 
Al folgorar de la novella Aurora 
D'amorose faville erano impresse. 

E curvandosi il mar sotto la prora 
Con rauco mormorio parea dicesse, 
Ed io m' inchino a riverirla ancora. 

A due di duo begli occhi Orse fatali, 
E 'n ver la Tramontana d'un bel volto 
Su la materna conca Amor rivolto 
Spargea per tutto il mar fiamme immortali. 

Egli l'arco timon, l'emi gli strali 
Fatto, e '1 candido lino a gli occhi tolto, 
E 'n sembianza di vela a l'aria sciolto, 
L'aure movea col ventilar de l'ali. 

Ed, arda pur felice a i fuochi miei 
(Dicea l'acque solcando) il vostro core 
Freddi del salso mondo umidi Dei; 

Poiché 'nvaghito di sì chiaro ardore, 
Per dar' al corso suo porto in costei, 
Fatto è nocchiero, e navigante Amore. 

Di questi due sonetti forse il Tassoni, die avea 
un buon concetto del Marino, ed anzi era con lui 
in amicizia, (1) se ne ricordò quando al Canto X 

(1) (( Il Tassoni ammirava VJdoiie e il Pastor Fido, e dalla mito- 
logia tolse la figura e le tinte del viasrgio di Venere » dice il Carducci 
(Prefazione alla Secchia Rapita, pag. XLIII) ; e lo stesso Tassoni rispon- 
dendo ad un amico intorno a certi versi della Secchia: « V. S. dice clic 
le spiacciono, percliù hanno del marinismo. Ella vuol la burla. Piacesse 

a Dio eh' io facessi i versi cosi belli come fa il Marino » Cfr. ancUc 

uno studio del signor Orazio Baccì (Le considerazioni sopra Je rime del 
Petrarca diAlessandroTassoni, Firenze, Locscher, 1887). In questo la- 
voro l'autore si occupa sovente del Marino, ed accenna alle relazioni del 
poeta napolitano con quello modenese, affermando che contatti ve uè 
furono ed oltremodo amichevoli. 



— 66 — 
della Secchia Kapita racconta il viaggio di Ve_ 
nere a Napoli. 

Spiega la vela un miglio o due da terra. 
Siede in poppa la Dea, chiusa d'un velo 
Azzurro e d'oro a gli uomini ed al cielo. 

Tremolavano i rai del sol nascente 

Sovra l'onde del mar purpuree e d'oro ; 
E in veste di zaffiro il ciel ridente 
Specchiar parea le sue bellezze in loro. 

Al trapassar de la beltà divina 

La fortuna d'amor passa e s'asconde. 
L'ondeggiar de la placida marina 
Baciando va l'inargentate sponde. 
Ardon d'amore i pesci; e la vicina 
Spiaggia languisce invidiando a l'onde ; 
E stanno gì' amoretti ignudi intenti 
Alla vela, al soverco, ai remi, ai venti. 

Quinci e quindi i delfìni a schiere a schiere 
Fanno la scorta al bel legnetto adorno ; 
E le ninfe del mar pronte e leggere 
Corron danzando e festeggiando intorno. 

I sonetti boscherecci sono in tutto ottantotto. 



Anche questi sono di soggetto amoroso e qualche 
volta mitologico, come i ventiquattro che espon- 
goncmr'mÌtò~di (ralàtea'e'dl PolifemOj e qualche 
altro sugli amori di Dafne e "d'Apollo. Qui pure 
l'amore è tutto (idOIiacò^ perchè la vita reale nei 
sonetti boscher ecci sparisce i nteramente, per dar 
campoTaTguell a pastorale . Le ninfe ed i loro a- 



— 66 — 

manti cantano naturalmente un amore tutto pri- 
mitivo e gentile, cosa che non avviene nella prima 
parte di questi sonetti; anche il canto dolcissimo 
degli uccelli si mischia agli altri incanti della 
natura per rendere più gradito il soggiorno di 
questo paese verdeggiante. 

I' sento il Rossignuol, che sovra un facrgio 
Il canto accorda al mormorar dell'onde : 
E Progne, che lo sfida, e gli risponde, 
Né più si lagna dell'antico oltraggio. 

Odo dappresso il Calderin selvaggio, 
Che saluta l'aurora, e poi s'asconde : 
E '1 vago Tortorel, che fra le fronde 
Par dica in suo tenor, Già torna Maggio. 
Non lunge il Solitario ascolto poi 

Chiuso rimproverar fra gli arboscelli 

Al rozzo cacciator gl'inganni suoi. 

Dolci a voi l'esche ognor, puri i ruscelli 

Serbi la Terra a voi. Ben siete voi 

Angeli de la selva, e non Augelli. 

Queste rime boscherecce sembrano esser state 
composte dal Marino durante il suo soggiorno in 
E,oma ; od almeno, sebbene il poeta dica il con- 
trario, molta parte di esse risentono di quella 
gravità e maestà della campagna romana, e del- 
l'austera bellezza delle immense ville de' signori 
romani. Il Tevere poi biondeggiante, colle sue 

.... tranquille acque adorate, 

serpeggia per l'incantevole paesaggio. Per il vec- 
chio padre Tebro, eh' è stato testimonio di tante 



— 67 — 
virtuose grandezze e d'orribili iniquità, il poeta 
ha un affetto entusiastico. 

E tu felice, e glorioso fiume 
Esci a le rive al par del Ciel beate, 
E si vedrai qual Sol d'alta beltate 
Fa de' cristalli tuoi specchio al suo lume. 
Ma se vincer pur brami il Gange, e '1 Tago 
Di ricchezza, e d'onor 

E nella seconda parte della Lira^ lia accenti 
veramente generosi per questo fiume: nella can- 
zone la « Ninfa del Tehro^ » Donna Agnola Vi- 
telli Sederini, una simpatia del nostro poeta, egli 
evoca la grandezza di Roma, della quale il Te- 
vere è stato spettatore. Il nome di Roma, dice 
il poeta, è morto ; della grandezza della città latina 
non parlano solamente i « saldi marmi » ove 
giace; nell'onde sue correnti e fuggitive esso ri- 
vive e si eterna glorioso. L'invocazione poi è bel- 
lissima. 

Figlio del l'Appennino, 
Che la più nobil parte 
Bagni d'Italia, e per l'amene sponde 
Ancor volgi fra 1' onde 
Tinte del chiaro già sangue Latino 
Dal buon popol di Marte 
Le barbare corone in te consparte. 

Sono i tuoi tanti pregi 
Felici, e i tuoi splendori 
Vie più, che l'onde tue, più. che l'arene : 
E s'è ver, che sostene 



— 68 — 
Parte la fama de' tuoi primi fregi, 
Più di palme, e d'allori, 
Che di canne, e di giunchi, il crin t'onori. 

Mentre die ripensando alle gloriose imprese 
« del gentil sangue latino, » esclama 

Ciò, ch'eterno sembrava, al fin pur vinto 
Dagli anni si disface, 
E cosa dura più, eh' è più fugace. 

Per il vivo sentimento della natura il Marino 
prova una commozione profonda. Egli davanti ad 
un'edera sosta ad osservare i mille e strani attor- 
cimenti di essa ; all'avvicinarsi della primavera 
non può astenersi dal cantare anche lui un inno 
di gioia, e pensa al godimento clie ne avranno 
gii animali e le piante. 

Verran pompose schiere a comprar fiori 
D'illustri amanti, 



Ecco le Pastorelle il mirto, e '1 faggio 
Spoglian d'ogni lor fregio, e l'elee, e l'orno 

Mentre che l'inverno mette nell'animo del poeta 
dolore e sconforto. 

Ascolta, come freme, e quai minaccia 
Pruine, o Tii-si, il ciel turbato, e "1 vento; 
Stringimi oimè, ch'io tremo, e '1 mio spavento 
Refugio altro non ha, che le tue braccia. 

Z' Il poeta ama la vita tranquilla e pacata dei 
V boschi, senza essere tormentato da alcuna pena 
che possa turbargli la felicità. 



l 



— 69 — 
Noi de l'acque al sussurro, e de le fronde 
Tempriam fra dolci risse, e care paci 
Più tranquille tempeste, e più gioconde. 

Vibri invece di lampi Amor le faci, 
Pioggia d'altra dolcezza a i cori abonde, 

Qui è insomma_ an inno ca iitakLÓ Ii locl e_jlel- 
l'amore e della natura. La sua donna è una ninfa 
ISeilare gentiIe~cEè~non lia contrasti col suo pa- 
store; e la descrizione dell'ambiente, un luogo 
incantevole solcato da acque limpidissime, ed esa- 
lante d'aria balsamica e vivificante, addolcisce 
questo quadro incantevole. L'annunzio della pri- 
mavera è una macchietta bellissima, dove il poeta 
riassume brevemente ed efficacemente tutte le 
attrattive e gl'incanti di quella stagione. 

Già parte il Verno, e la stagion senile 
Cede al nov'anno; già di fior novelli 
Smalta Flora le piagge, e gli arboscelli, 
Verdeggia il bosco, e fa ritorno Aprile. 

Esca, Siringo, ornai dal chiuso ovile 
La greggia a i paschi, a i tepidi ruscelli. 
Là dove l'acque ognor l'aure, e gli augelli 
Armonia fan d'Amor dolce, e gentile. 

Rieda l'usato canto, il gioco, il riso. 
Ecco il vecchio Silvan l'antico pelo 
Di fior s'ingemma in su l'erbetta assiso. 

Mira, ch'ancor lassù, lo Dio di Delo 
Fatto pastor, qual già mirollo Anfriso 
Infra '1 Tauro, e '1 Monton si spazia in Cielo. 

I ventiquattro sonetti su Poli fermo e Galatea, 
da cui forse Don Luis de Gongora trasse il suo 



— 70 — 
Poìifemo^ rappresentano ognuno un quadretto ove 
il f)oeta descrive ciascuna diversa azione del 
dramma. E notevole quello dove narra gli amori 
di Galatea con Aci, che ha una qualche somi- 
glianza con la celebre canzone de' baci del me- 
desimo poeta; 

Bacianne, e i nostri baci avidi, e spessi 
Vincan le conche tenere, e tenaci: 
Giungano i baci a i cor, e sien de' baci 
Padri insieme^ ed eredi i baci stessi. 

Sien de' baci profondi, e de' sommessi 
Precursori i più lievi, e i più fugaci : 
Restin de gli umidetti, e de' mordaci 
Ne le baciate labbra i segni impressi. 

Geli d'invidia, ed arda di dispetto 
Il fier Gigante, il mostro empio e villano 
Eterno turbator del mio diletto. 

In braccio a Tldol suo caro, e sovrano 
Sì disse Galatea. Con torvo aspetto 
L'invido udilla, e sospironne invano. 

Però il mito è tratto in massima parte da 
Ovidio, fatta eccezione ad alcune situazioni, ne- 
cessarie per racchiudere un'azione in un sonetto, 
e dove il poeta ricama di sua immaginazione. 
Certamente due sonetti 

In grembo al grande Alfeo vidi pur'ora 
L'immagin mia nel verde ombroso chiostro, 
Ed a se stesso ha il suo splendor dimostro 
Il vivo Sol, che la mia fi'onte onora. 



— 71 — 

E se non mi dipinge, e non m'infiora 
Rosa, e giglio la guancia, avorio, ed ostro, 
Già non son'io però fera, né mostro 
delle notti mie novella Aurora. 

Pur, qual da Sole oscura nube, e vile, 
Da te rozza sembianza, e boschereccia 
Prender può qualità bella, e gentile. 

Cosi non aspra, e rustica corteccia 
Pettinandosi il crin presso l'ovile 
Parla il Ciclope, e poi di fior lo 'ntreccia. 

Perch'io difforme sia, perchè pungente 
Abbia d'ispide sete il mento, e '1 volto, 
Perchè di negre lane irsuto, e folto 
Il petto, e '1 tergo, e '1 crin porti cadente, 
Bella non mi sprezzar: l'affetto ardente 
Gradisci almeno in rozza forma accolto: 
Sotto ruvida scorza anco sepolto 
Frutto pregiato il mar serba sovente. 
Ah del mio forte e smisurato busto 
Non rider no : Conviensi, o vaga mia, 
A te l'esser gentile, a me robusto. 

Dolente in atto in cotal suon languìa 
L'aspro Ciclope: e lungo il lido adusto 
La fuggitiva Galatea seguì a. 

e le due terzine di un altro 

Or non sai tu, ch'ignuda arida pianta, 
Cui di fronde, di fior, di ramoscelli 
Pompa non copra, o si recide, o schianta? 

Non sai, che son de le setose pelli. 
Onde capro, o lion Natura ammanta. 
Fregio le lane, ed ornamento i velli? 



— 72 — 

ricordano Ovidio Metamor2Dlioscoii : 

Certe ego me novi, liquidaeque in imagine vidi 
Nuper aquae, placuitque mihi mea forma videnti. 
Aspice sim quantus. Non est hoc corpore maior 
luppiter in caelo : nam vos narrare soletis 
Nescio quem regnare lovem. Coma plurima torvos 
Prominet in vultus, humerosque ut lucus, obumbrat. 
Nec mea quod rigidis horrent densissima setis 
Corpora, turpe puta. Turpis sine frondibus arbor, 
Turpis equus, nisi colla iubae flaventia velent, 
Piuma tegit volucres: ovibus sua lana decori est: 
Barba viros birtaeque decent in corpore setae. 
Unum est in media lumen mihi fronte, sed instar 
Ingentis clipei. 

ma si vede benissimo che il Marino qua e là ha 
tolto od aggiunto ed anche immaginato di suo. 
Pure la favola narrata dal poeta napolitano co- 
mincia e finisce con le stesse situazioni ovidiane. 
In Ovidio Polifemo scopre gli amori di Aci e 
di Galatea ; ode il sussurro de' baci, vede rabbri- 
videndo i caldi amplessi degl'innamorati, dà un 
urlo tremendo e, 

" Videoque, exclamat et ista 

Ultima sit, faciam, Veneris concordia vestrae. 
Tantaque vox, quantam Cyclops iratus habere 
Debuit, illa fuit: clamore perhorruit Aetne. 
Ast ego vicino pavefacta sub aequore mergor. 
Terga fugae dederat conversa Symaethius heros. 
Adfer opem, Galatea, precor, mihi! ferte, parentes, 
Dixerat, et vestris periturum admittite regnis ! 
Insequitur Cyclops partemque e monte revulsam 



— 73 — 
Mittit ; et extremus quamvis pervenit ad illuni 
Angulus e saxo, totum tamen obruit Acin. 
At nos, quod fieri solum per fata licebat, 
Fecimus, ut vires adsumeret Acis avitas. 
Puniceus de mole cruor manabat, et intra 
Temporis exiguum rubor evanescere coepit, 
Fitque color primo turbati fluminis imbre, 
Purgaturque mora. 

Nel Marino il Ciclope ruggisce: 

Ab che ben ti vegg' io, ti veggio, ahi lasso. 
Coppia impudica, e più mirar non voglio 
Ne' tuoi piacer furtivi il mio cordoglio 
Ove eh' io volga sconsolato il passo. 

Con questo grido una gran rupe al basso 
Spinse il fero Ciclope ebro d'orgoglio ; 
E 'n avventar lo smisurato scoglio 
Parve la voce tuon, fulmine il sasso. 

Sasso crudel, eh' al bel garzon tremante 
Nel più dolce morir la vita tolse, 
Ne la felicità misero amante. 

Pianse la bella ninfa, e' nvan si dolse, 
E gli occhi appo l'amato almo sembiante. 
Che già sciolto era in acqua, in acqua sciolse. 

Le rime eroiche, co me abbiamo già detto, n on 
valgono un gran che. Il_Marinp^ sa, meglio d'ogni 
alSx), ^i vivere in un secolo nel quale bisogna 
lodare tutto e tutti ; e questo continuo fissare il 
"pensiero in una determinata idea, fa si che il 
poeta adotti un linguaggio iperbolico e pieno 
di falsità. Qui noi non potremmo davvero rico- 
noscere lo spirito politico o patriottico del Marino, 



— 74 - 
percliè accanto ad un sonetto in cui ckiama 
Enrico IV « il vincitor de l'universo intero » 
ve n' è un altro in lode del nemico giurato del 
re di Francia, cioè di Filippo II. Ma di questo 
noi non sappiamo, ne dobbiamo farne accusa al 
Marino, costretto ad esser cortigiano più clie 
poeta. Egli del resto uscendo da quest'ipocrite 
e mal sentite adulazioni sa essere artista. E quando 
s'ispira alla natura, davvero che non è costretto 
a lasciar per via i brandelli dell'inesauribile sua 
fantasia ; non esistono confini dove l'arte deve 
arrestarsi ; perchè se v' è la natura con tutto il suo 
suo splendore, se v'è un sole che tutti godono e 
salutano, quando sorge e quando parte da noi, il 
poeta, che si sente commuovere davanti a questo 
quadro maraviglioso, non ascolta che la viva voce 
del suo cuore, il quale gli è di guida nelle crea- 
zioni della fantasia. 

La medesima cosa che nei sonetti di lode noi 
dobbiamo osservare in quelli lugubri, scritti in 
morte o di illustri personaggi o della sua donna. 
Anche qui il poeta sfoggia un sentimento che 
non è quello che s'adatta a lui; e questi sonetti 
fanno ridere in luogo di far piangere, perchè, 
specialmente quelli in morte della sua donna,, 
risentono leggermente dell'amore petrarchesco, pla- 
cido e senza grandi accenti di vera passione. 
Migliori invece sono i sonetti che il ^^oeta chiama 
morali. In questi v'è serenità di composizione e 
sono tratteggiati abilmente. Accanto a quello da 
noi già accennato dove tratta delle miserie umane, 



— 75 — 
spicca quest'altro bellissimo in cui narra della 
instabilità del tempo. Il poeta per far ciò de- 
scrive brevemente e con eiìicacia tutte le gioie 
e le pene che accompagnano l'uomo nella sua 
vita. 

Fanciulla in prima inghirlandò di fiori 
Le tue chiome la Terra, e verdeggiante 
Piena d'odor, d'amor l'erbe, e le piante 
Spiegò superba i suoi novelli onori. 

Giovinetta poi bionda, i gravi ardori 
Sfogò col Ciel, suo non ingrato amante : 
E da l'accese viscere anelante 
In vece di sospir, trasse vapori. 

Indi matura, al Sol dolce, e sereno 
Fu que' parti feconda espor veduta, 
Onde gravido avea pur dianzi il seno. 

Or giunta la stagiou fredda, e canuta 
Di rughe il volto, il crin di neve ha pieno. 
Così stato, ed età quaggiìi si muta. 

Nei sonetti morali il poeta biasima coloro cbe 
edilicano superbi palazzi, in cui, dice, non alberga 
c be la vanità del mondo ; mentre loda la vita 
solitaria senz a la turba adulatrice e stolta che vi 
m commet tere errori d'ogni sorta ; inveisce contro 
coÌui^K6__^ 

da le scerete, e basse 

Vene dei monti, o dal Tartareo fondo 

Sprigionò l'oro scellerato immondo, 

E chi trattoUo, e chi l'accolse in masse. 



— 76 — 
Seco l'inganno allor, seco allor trasse 

Da morte, e '1 morbo universa! del mondo, 

Che di Saturno "il secolo giocondo 

Lieto menò, quantunque ignudo errasse. 
Ebbe di ferro il cor chi da l'ascose 

Viscere della terra il ferro tolse, 

Ma nemico men fero almen n'espose. 
Quegli i corpi a ferir l'ingegno volse. 

Questi dal chiuso, in cui Natura il pose, 

Omicida de l'anime disciolse. 

e ricorda Tibullo, il quale, costretto a partire 
per la guerra, inveisce contro l'avarizia, cli'è, se- 
condo lui, la principale causa delle guerre. Per 
il Marino colui che « da l'ascose viscere della 
terra il ferro tolse, » è meno colpevole del ri- 
trovatore dell'oro; per Tibullo sono ambedue o- 
diosi. 

Quid fuit, horredus primus qui protulit enses ? 
Quam ferus et vere ferrens ille fuit ! 
Tunc caedes hominum generi, tunc praelia nata; 
Tunc brevior dirae raortis aperta via est. 

Poi il Marino, pieno di caldo entusiasmo, in 
quattro sonetti riverisce la città eterna, che gli 
è stata di sicuro' rifugio alle sue persecuzioni. 
Egli, che tutti hanno calunniato come uomo in- 
sensibile ad una passione che non sia l'amor 
sensuale, deve aver ricevuto grandissima impres- 
sione, quando, venuto a Roma, ebbe ad ammirare 
le rovine di questa città. Il suo pensiero corse sicu- 
ramente agli antichi tempi, quando il gran nome 



— 77 — 
romano incuteva timoroso rispetto al mondo. Egli 
mira ed ammira 

Tante reliquie tue cadute, e sparte 
degna altrice di famosi eroi, 
Tante macchine eccelse, e tanti tuoi 
Fregi supei-bi di Natura, e d'Arte. 

ma poi alla maraviglia succede un dolore pro- 
fondo; il poeta colle lagrime agli occhi s'avvede 
che l'antica virtù 

Già del prisco valor fatta mendica : 

non è seguita da' moderni suoi figli e 

Questa, eh' a terra cadde, e più non sorge 

produce in fondo in fondo nell'animo del poeta 
più dolore che ammirazione. 

E si che il Marino, arrivando in Roma, salutava 
la città con animo grato e riconoscente; egli sa- 
lutava quei 

Felici colli, simulacro vero 
Del valor de le chiare alme Latine. 
In cui serpe fra l'edre, e le ruine, 
Le maestà del già caduto impero. 

Veniva in Roma 

Non per veder nel Campidoglio altero 
Statue, colonne incenerite alfine. 
Né quanto de l'antiche opre divine 
Contra '1 Tempio, e l'Oblio si serba intero. 

Ma per baciar de la salute il segno 
Su '1 pie del gran Pastor 



— 78 — 
E le mine d'una città che s'era imposta colla 
sua forza a tutto il mondo, eccitavano dolore 
nell'animo del Marino; il quale domandava alla 
« vincitrice del mondo » 

bai chi t"ha scossa 

Dal seggio, ove Fortuna alto t'assise? 

Chi del tuo gran cadavere divise 

Per l'arena le membra, e sparse ha l'ossa! 

come Leopardi domandava all'Italia, in mezzo 
alle memorie degli avi suoi, 

Chi ti tradì ? Qual arte o qaal fatica 

qual tanta possanza 

Valse a spogliarti il manto e l'auree bende? 

Come cadesti o quando 

Da tanta altezza in così basso loco? 

Nessun pugna per te? non ti difende 

Nessun de' tuoi? 

Ma il Marino s'ispirava naturalmente ai versi 
nobilissimi del Guidiccioni, che lamentava non 
solo la caduta di Roma, ma la servitù in cui era 
la patria. 

-% Il Marino chiama Roma « degna altrice de' fa- 
mosi eroi, » come il Guidiccioni; e da questi egli 

^ imita il sonetto, ormai celebre. 

Superbi colli, e voi sacre ruine; 
Che '1 nome sol di Roma ancor tenete, 
Ahi che reliquie miserande avete 
Di tante anime eccelse e pellegrine ! 



— 79 — 

Colossi archi, teatri, opre divine, 
Trionfai pompe, gloriose e liete, 
In poca cener pur converte siete, 
E fatta al vulgo vii favola al fine. 

Così se in alcun tempo al tempo guerra 
Fanno l'opre famose, a passo lento, 
Il nome e l'opre loro il tempo atterra. 

Vivrò dunque fra' miei martir contento; 
Che se '1 tempo dà fine a ciò eh' è in terra, 
Darà forse ancor fine al mio tormento. 

E credo che non sarà cosa inutile osservare che 
anche Jacopo Sannazaro rivestiva di questi stessi 
concetti un suo sonetto mirabile. 

Famosi colli, alteramente nati. 
Archi superbi de' superbi cori, 
Ruine ascose fra tant'erbe, e fiori, 
Teatri eccelsi, e simulacri ornati: 

Antiqui Patri, Cavalieri armati, 
Consul, Tribuni, Regi, e Imperatori, 
U' son le vostre gloi'ie, u' son gli onori. 
Le ricche spoglie, e li trofei portati? 

Con arme, e con virtute a parte a parte 
Già feste il mondo tribvrtario, e servo, 
E del barbaro sangue il terren tinto. 

Tutte l'antiche, e le moderne carte 
Dicon di voi; ma per destin protervo 
Del vero vincitor si gloria il vinto. 

' , La seconda parte della Lira è composta di ma- 
drigali e di canzoni, " ' 
~ i primi sono piccolissime composizioni piene 
di brio e di grazia, usciti dalla penna del poeta 



— 80 — 

in momenti d'impressione; perciò sono fiori pic- 
colissimi, ma freschi e smaglianti di colori, molti 
dei quali, come il Marino stesso ci avverte, 
« furono composti dall'autore per le molte opere 
di eccellenti maestri, ragunate nella galleria del 
signor Principe di Conca, grande ammiraglio del 
Regno di Napoli. » Dunque in massima parte 
queste composizioni risentono della vita allegra 
e sollazzevole che il poeta conduceva in patria; e 
l'amenità di quei luoghi contribuiva a dare un 
colore freschissimo ai suoi versi. 

I madrigali sono centosessantatrè e trattano 
soggetti per lo più amorosi, pastorali e sacri. (1) 

^Le canzoni sono venti anch'esse amorose, pastorali 
e sacre. Le composizioni di soggetto amoroso sono 

\ d'un colorito più caldo che i sonetti amorosi della 
prima parte della Lira e in alcune la voluttà s' im- 
padronisce del poeta, specialmente nelle canzoni, 
in cui spira un soffio di sensualità, schietta però 

^-ed artistica. In questa seconda parte è inserita la- 
celebre canzone dei Baci, della quale si è parlato 
tanto ed inutilmente; a questa fanno corona una 
mÌTiade di madrigali, che completano questa pit- 

(1) Nell'edizione del 1602 i madrigali sono duecentosei. Centosessan- 
tatrè souo compresi nell' edizione accuratissima del 1653. (La Lira, Kime 
del Cavalier Marino, Amorose, Sfarittime, Boschcrecce, Heroichc, florali, 
Sacre e Varie, in Venezia, MDCLIII, per Francesco Babà). La ragione 
sta nell'avere il Marino introdotti quei Madrigali nella GaJIefia, come 
pure la stessa cosa egli fece per le bellissime stanze composte sopra la 
Maddalena del Tiziano scritte in Napoli, conservandosi quel capolavoro 
a Capodimonte. Noi perciò per questo studio sulla Lira avremo sott'occhio 
l'edizione del Babà, alla quale sono pure aggiunte quattro canzoni, due 
di soggetto amoroso, la terza in lode delle stelle e l'ultima che porta il 
titolo n Invettiva contro il Vitio nefando. » 



— al- 
tura appassionatissima ed efficace. Il tredicesimo 
madrigale, che apre la serie di questa bella estrin- 
secazione di un desiderio sensuale ed universale, è 
una domanda di bacio furtivo ; poi viene la brama 
del bacio, nel quale il poeta chiede a Filli 

Un bacio, un bacio solo. 

il doni ? l'involo ? 

Se 'I doni, e' fia gradito, 

Che dolce bacio è quel, che porge, e scocca 

Il cor più, che la bocca. 

Se '1 furo, amante ardito, 

Fia dolce ancor, che non men dolci sono 

Furto i baci, che dono. 

Un sol bacio, un sol bacio 

Quindi vengono « i baci chiesti con arguzia, 
quelli chiesti con scherzo, quelli involati, quelli, 
pubblicati con arguzia » e poi la canzone prin- 
cipale, dove il poeta esplica in mille modi questa 
dolcissima espressione d'amore. La canzone deve 
essere stata composta verso il 1590, ossia quando 
il Tasso era a Napoli, perchè i biografi sincroni 
ci avvertono che la canzone fu scritta dal Ma- 
rino appena ventenne. E questa forse non è che 
l'espressione di quella vita tutt'altro che da ere- 
mita che il poeta menava in Napoli. È una can- 
zone calda ed appassionata, che ci mostra fin dove 
j^ossaTarrivare la immagihazione deF ll^rarino, e 
nèno_stesso tempo ci fa conoscere l'indole sua ed 
il suo morale. Tutto il prestigio di una gioventù 
sana e senza pensieri, tutto l'abbandono d'un 



- 82 — 
senso vigoroso è racchiuso nella canzone dei baci; 
i quali sono dal poeta considerati sotto il punto 
di vista il più esteticamente bello che si possa 
immaginare. 

baci avventurosi, 
Kistoro de' miei mali, 
Che di nettare al cor cibo porgete: 
Spiriti rugiadosi. 
Sensi d'Amor vitali, 

Che 'n bi-eve giro il viver mio chiudete : 
la voi le piìi Beerete 
Dolcezze, e più profonde 
Provo talor, che con sommessi accenti 
Interrotti lamenti, 
Lascivetti desiri, 
Languidetti sospiri 

Tra rubino, e rubino Amor confonde, 
E più d' un' alma in una bocca asconde. 

Egli analizza il bacio e vi dice quale sia quello 
che scende più voluttuoso al cuore. 

L'asciutto è caro al core, 
Il molle è più soave, 
Man dolce è quel, che mormorando fugge. 

Ed è tutta una corsa nel campo della voluttà ; 
dove il poeta, da artista, sceglie quello che più 
gli piace, e dopo averne narrate tutte le dol- 
cezze e tutti i piaceri, una voce gli grida: 

Deh taci, o lingua sciocca, 
Senti la dolce bocca. 
Che ti rappella, e dice, or godi, e taci, 
E per farti tacer, raddoppia i baci. 



— 83 — 

E qui la canzone finisce, mentre che altri ma- 
drigali, simili ad un'eco dolcissima, fan seguito 
ad essa ; ed abbiamo i baci cari, dubbiosi, mor- 
daci, dolci, affettuosi, scambievoli, amari ecc. È 
uno stemperamento continuo, cbe qualche volta 
accascia, e vi fa pensare alla strana maniera di 
questo poeta incantevole e d'una vena inesauri- 
bile. È un sensualismo ridotto in polvere, ma in 
polvere smagliante; ne v'è corruzione o lubricità, 
perchè il Marino descrive il piacere ingenua- 
mente e senza secondi od iniqui fini, come pur- 
troppo da alcuni è stato travisato. 

Accanto a questa canzone de' baci noi potremmo 
contrapporre quella del Desportes, pur' essa bel- 
lissima, nella quale v' è un desiderio di godi- 
jnento e di vita. 

Fay qae je vi^'e^ ò ma seule déesse I 
Fay que je vive et change ma tristesse 

En plaisir gracieux; 
Change ma mort en immortelle vie, 
Et fay, mon coeur, que mon ame ravie 

S'envole entre les dieux. 
Fay que je vive et fay qu' à la mesme heure, 
Baissant les yeux, entre tes bras je meure, 

Languissant doucement: (1) 

Ed all'epigramma del Marino, « bacio chiesto con 
.arguzia » 

Io moro, ecco, ch'io moro ; 
Bella nemica mia, t'offesi assai, 

(i; Oeuvres de Philippe Desportes, Paris, A. Delahays, 1858, pag. 440. 



— 81 — 
Levar tvopp'alto i miei pensieri osai. 
Perdon ti chieggo, in pegno 
Bramo di pace un segno : 
]n questa estrema mia dura partita 
Non vò senza il tuo bacio uscir di vita. 

fa riscontro il sonetto di Desportes: 

Ah ! mon Dieu, je me meurs ! il ne faut plus attendre 
De remede à ma mort, si tout soudainement, 
Phylis, je ne te vole un baiser seulement, 
Un baiser qui pourra de la moi't me defendre. 

Certes, je n'en puis plus, mon coeur; je le vay prendreJ 
Non feray, car je crains ton courroux vehement. 
Quoy? me faudra-t-il donc mourir cruellement, 
Près de ma guarison qu' un baiser me peut rendre ? (2) 

Oltre al Marino molti descrissero l'estetica del 
bacio. 

Il teorico della Plèiade, Joachim Du Bellay 
chiede alla sua mignonne clie gli dia dei baci. 

Sus, ma petite Columbelle 
Ma petite belle rebelle 
Qu' on me paye ce qu' on me doit: 
Qu' autant de baysers on me donne, 
Que le poeté de Veronne 
A sa Lesbie en demandoit. 

Ma egli non li vuole alla francese, ne come li 
dà Diana cacciatrice a suo fratello; 

le les veulx à l'Italienne 
Et telz que 1' Alcidienne 
Les donnes à Mars son amoureux; 

(2) Ihid., pag. 442. 



— 85 — 
Lors sera contente de ma vie, 
Et n'auray sur les Dieux envie, 
Ni sur leur nectar savoureux. 

E pel Ronsard, i baci sono 

.... fiis de deux levres closes, 
Fils de deux boutons de roses, 
Qui serrent et ouvrent le ris 
Qui deride les plus marris ; (1) 

Della canzone Gli amori notturni qui non è le- 
■ciio dire qualcosa. Il fatto è che un giovine ot- 
tiene i favori estremi della sua amante, ma è 
impotente a soddisfare il godimento dei sensi. 
Questa canzone è nel fine una parafrasi della 
elegia VII (libro III) degli Amoriim di Ovidio. 

Aut non formosa est, aut non bene eulta puella 

At puto non voti saepes petita meis; 

Hanc tameu in nullos tenui male languidus usus 

Sed iacui pigro mmen onusque toro. 

Nec potui cupiens pariter cupient puella 

Inguinis eifoeti parte invante frui. 

■Tanto cbe il Marino licenziando la canzone esclama : 

Canzon notturna sei 
Notturni i furti miei; 
Non uscir (prego) al Sol, fuggi la luce: 

(1) Avrei avuto desiderio vivissimo di leggere le elegie latine di Jean 
Second. sul bacìo; ma è stato impossibile poterle rintracciare nelle biblio- 
teche italiane, tanta è la povertà in esse di opere straniere de' secoli XVI 
e XVII, nelle quali l'influejza della letteratura italiana è ancora molto 
.da studiar^. 



— 86 — 
Oblìo più tosto eterno, ombra profonda 
Le mie vergogne, e i tuoi di tetti asconda. 

Bellissimi sono invece i madrigali e le canzoni 
d' indole pastorale, dove il poeta stempera il sen- 
timento bucolico in mille guise. Qualche volta 
sono i lamenti di un pastore per la crudeltà della 
ninfa, tal'altra è un invito a decantare le mera- 
viglie della natura. E in quell'argomento su cui 
lavorarono lungamente e indefessamente i poeti 
seicentisti, e che fu causa principale de' difetti 
di quell'età, il Marino è inesauribile. La canzone 
« i Numeri Amorosi » è un idillio freschissimo e 
delicato 

Presso un fiume tranquillo 
Disse a Filena Eurillo. 
Quante son queste arene, 
Tante son le mie pene ; 
E quante son quell'onde, 
Tante ho per te nel cor piaghe profonde. 

Rispose d'amor piena 
Ad Eurillo Filena: 
Quante la terx'a ha foglie, 
Tante son le mie doglie : 
E quante il cielo ha stelle, 
Tante ho per te nel cor vive fiammelle. 

Dunque (con lieto core 
Soggiunse indi il pastore) 
Quanti ha l'aria augelletti 
Sieno i nostri diletti : 
E quante hai tu bellezze. 
Tante in noi versi Amor care dolcezze^ 



— 87 — 
Si si (con voglie accese 
La Ninfa ali or riprese) 
Facciam concordi amanti 
Pari le gioie e i pianti, 
A le guerre le paci ; 
Se fur mille i martir, sien mille i baci. 

In queste piccole egloghe pastorali il Marino 
si avvicina sensibilmente all'egloga greca di Teo- 
crito; i grandi contrasti della passione amorosa, 
che sono la caratteristica della pastorale italiana, 
ed in ispecie del dramma pastorale, non s' in- 
contrano in queste composizioni del Marino. È un 
soave godimento della natura, sempre ridente 
nella sua semplicità; è il saluto dell'artista, che 
s'inchina reverente a tanta magnificenza, e che 

/^ Del giovinetto Aprile 
] Canta con dolce stile 
y/\ Di tutti i fiori il fiore, 
/ De la stagion più bella eterno onore. 

Ed a volte il poeta, davanti alla serenità della vita 
pastorale, volge tristamente il pensiero al tu- 
multuoso vortice della vita reale; un senso di 
mestizia s'impadronisce di lui, quando pensa che 
tutte quelle grandi bellezze dovranno soggiacere 
all'azione inesorabile e distruttrice del tempo. E 
volgendosi alla gioventù l'ammonisce: 

Di che dunque ti gonfi 
giovenile etade? 
Di che tanto trionfi 
terrena beltade ? 



— 88 — 
Non sì rapido cade 
Precipitoso fiume, 
Come di duo begli occhi il vivo lume. 

Folle chi pon sua spene 
In pompa di Natura, 
Lo cui caduco bene 
Aure leve ne fura. 
Passa passa, e non dura 
Quaggiù felice stato, 
E 'n mostrarsi presente, è già passato. 

E con frasi che ricordano il Leopardi, riflette 
tristamente che 

Fugge fugge il soave 
Amoroso diletto, 
E con pie lento, e grave 
Segue noia, e dispetto. 
Oggi è pur giovinetto, 
Diman l'anno si muta, 
E la chioma, e' ha verde, avrà canuta. 

Oli come diversamente cantava Lorenzo de' Medici ! 

Ciascun apra ben gli orecchi: 
Di doman nessun si paschi ; 
Oggi sian giovani e vecchi 
Lieti ' ognun, femmine e maschi ; 
Ogni tristo pensier caschi : 
Facciam festa tuttavia. 
Chi vuol esser lieto, sia : 
Di doman non e' è certezza. (1) 

Questo è adunque il Marino come poeta lirico: 

(1) Poesie di Lorenzo de' Medici, con prof, di G. Carducci, Firenze, 
Barbèra, 1859, pag. 421. 



— 89 — 
egli è il cantore della voluttà. L'amore che egli 
canta ha un' estensione di sentimento grandis- 
sima; dall'amore platonico, puro e semplicissimo, 
egli arriva sino alla sensualità spiccata e vi- 
brante. È tutta la scala dell'amore eh' egli narra, 
da quando, 

del volto a pena i campi sparsi 
D' intempestivo fior l'età novella, 

ebbe, ad incontrare una « donna oltre le belle 
bella, » e le promise perpetuo amore, sino al con- 
vincimento che la donna sua non l'ama, oppure 
lo tradisce; perchè la donna del Marino non è 
da vero, per aspirazioni e per sentimento, quella 
de' petrarchisti ; anche quando egli diviene pla- 
tonico in amore, tanto che noi non possiamo, a 
colpo sicuro, conoscere quelle che sono state amate^- 
dal poeta, egli è espressivo al massimo grado. Il 
Marino sveste la donna d'ogni ideale che svia 
l'umana concezione, e fa comparire l'amata come 
un feticismo; il Marino ha davanti a se la donna 
che lo ama, che lo deride, che l'insulta, che l'odia 
e lo tradisce. Quindi nelle sue liriche amorose 
scatti bellissimi di passione, antitesi efficacissime, 
note di dolore, quand'avviene che la donna amata 
da lui ride delle sue sventure; e a volte scene di 
gelosia. Il Marino è capacissimo d'insultare la sua 
donna, di rinfacciarle il suo amore, e in un eccesso 
di sdegno, dopo aver « lodato e ringraziato lo 
sdegno, che ha sciolto il nodo d'amore, » giurarle 
di aver fino alla morte 



— 90 — 

Si com' ei fece adamantino il nodo 
Contro i suoi colpi adamantino il petto. 

Nel Petrarca questo non avviene; perciò l'idea- 
lità mancando, il vero nel cuore della donna, 
prende il sopravvento, ed il poeta descrive tutti 
i pregi e tutti i difetti di lei. Il Petrarca, pel 
quale Laura non è suscettibile di perfezionamento, 
tanto è perfetta, non rimprovera mai alla sua 
donna di esser vana; il Marino invece non ri- 
sparmia recriminazione allorquando ve ne sia il 
bisogno. 

Amor, non dissi il ver, quando talora 
Ebbi a dir, che costei non era amante, 
E che '1 suo cor di rigido diamante 
Punto non avea mai tuo strale ancora. 

Ecco (ma per mio peggio) or s'innamora 
Di se medesma al chiaro specchio avante ; 
E fatta mia rivai, quel bel sembiante. 
Ch'io solo amo, ed adoro, ama, ed adora. 

Crudel Donna, e superba, a cui sol cale 
Del lusinghiero adulator fallace 
La tua propria ammirar forma mortale, 

Sappi, che '1 bel, ch'or sì t'alletta, e piace, 
Non men, che '1 vetro, in cui si specchia, è frale 
Né men, che l'ombra sua, lieve, e fugace. 

Altre volte la gelosia rode il cuore del poeta. 
Di questa brutale passione il Petrarca n'è esente, 
perchè la donna sua, perfettissima di mente, di 
cuore e di persona, è lungi dall'ingannarlo. Ma 
pel Marino no ; perchè egli oltre ad amarla ar- 



— 91 — 

dentemente, come un torello, crede in ognuno 
un rivale. Ribellatosi al grande ascendente mo- 
rale clie la donna esercitava sugli artisti del Ri- 
nascimento, e trovatosi faccia a faccia con questo 
essere, davanti al quale il Petrarca tremava e 
s'umiliava, e i « suoi rai si scoloravano, » il 
poeta napolitano non esita a ritrarla qual ve- 
ramente è: piuttosto propensa a farsi ammirare, 
in ispecie dagli uomini, e a farsi corteggiare. Ed 
alla gelosia il Marino ha due sonetti bellissimi : 

Tarlo, e lima d'amor, cura mordace. 
Che mi rodi a tutt'ore il cor dolente. 
Stimolo di sospetto a l'altrui mente. 
Sferza de l'alme, ond'io non ho mai pace : 

Vipera in vasel d'or cruda, e vorace, 
Nel pili traquillo mar scoglio pungente, 
Nel più sereno Ciel nembo stridente, 
Tosco tra' fior, tra' cibi Arpia rapace: 

Sogno vano d'uom desto: oscuro velo 
Agli occhi di ragion, peste d'Averno, 
Che la terra avveneni, e turbi il Cielo: 

Or' Amor no ; ma sol viv' odio eterno 
Vanne a l'ombre d'Abisso ombra di gelo : 
Ma temo non t'aborra anco l'inferno. 

Questa di cieco padre occhiuta figlia, 
Figlia del genitor fiero omicida. 
Che 'n anima gentil spesso s'annida, 
E 'n generoso cor ratto s'appiglia; 

Da che rigida, e cruda a meraviglia 
Si fé de' miei pensier compagna infida, 
Altro, lasso, che pianti, altro, che strida 
Dal petto unqua non trassi, e da le ciglia. 



— 92 — 

E quando tregua i miei tormenti avranno 
ministra del mal, nemica al bene, 
maestra d'error, maga d'inganno ? 

come nel mio cor, ne le mie vene, 
S'egli sol s'è di me fatto Tiranno, 
Tra '1 suo fuoco il tuo ghiaccio Amor sostiene? 

<^uesti due sonetti però risentono fortemente d'un 
sonetto sulla 'gelosia del Tansillo, poeta che tanto 
il Marino segui da vicino nella composizione delle 
liriclie amorose. 

d'Invidia, e d'Amor figlia si ria. 
Che le gioie del padre volgi in pene; 
Caiito Argo al male, e cieca talpa al bene, 
Ministra di tormento, Gelosia ; 

Tesifone inferii al, fetida Arpia, 
Che l'altrui dolce rapi, ed avvelene. 
Austro crudel, per cui languir conviene 
Il più bel fior de la speranza mia. 

Fiera, da te medesma disamata, 
Angel, di duol non d'altro mai presago, 
Tema, ch'entri in un cor per mille porte; 

Se si potesse a te chiuder l'intrata, 
Tanto il regno d'Amor saria più vago, 
Quanto il mondo senza odio, e senza morte. (1) 

Ed è questa forse una delle cause per le quali 
il poeta fece fortuna. Egli sdegna di descrivere 
il solito amore petrarchesco, dove non v'è pas- 
sione, dove manca l'alito vero e potente della 

(l) Poesie liriche edite etl iiieiiitc di Luigi Tansillo, con prefazione 
e note di F. Fiorentino, Napoli, Morano, 18S2 ; pag. 17. 



— 93 — 
vita mondana; il Marino perciò seppe colpire nel 
vivo delle passioni. Comprese benissimo che per 
farsi intendere dalla maggior parte della gente, 
doveva commuoverla, e per questo scopo si servi 
d'una frase infuocata e maravigliosamente ar- 
monizzante ; egli trasforma quel dialogo con- 
tinuo, lento, monotono e noioso de' petrarcliisti in 
tanti scatti, a volta anche violenti, perchè la pas- 
sione essendo di corta durata nel poeta, nasce natu- 
ralmente con grande rapidità, ma colpisce con più 
intensità; quindi, di conseguenza, l'interesse del pub- 
blico nel leggere le poesie di questo poeta, le quali 
sapevano cosi bene addentrarsi nelle coscienze, 
specialmente femminili, e lasciarvi l'orma loro. 
Abbiam detto più innanzi che il Marino è uni- 
versalmente conosciuto come il poeta della voluttà. 
Ma non è questo il solo punto della lirica mari- 
nesca, e noi già abbiam visto che alcuni canti 
sono informati ad un grande patriottismo. Vero 
è però ch'egli li scriveva alla corte di Torino, o 
meglio dopo la sua partenza da Napoli; ma in 
patria, mentre il poeta trascorreva lussuriosa la 
vita, e, lungi dal letto paterno, cercava in occa- 
sioni poco lodevoli di esercitare la sua portentosa 
vena poetica, i turchi pirateggiavano pel Medi- 
terrano; anzi i corsari sbarcavano a Taranto, met- 
tendo a ferro e a fuoco le ridenti spiagge ionie. 
Il Marino non restò insensibile alle lacrime ver- 
sate dalle popolazioni, che atterrite dalla ferocia 
turchesca si riversavano nel napoletano, facendo 
descrizioni orribili delle stragi commesse. 



— 94 — 

Lascian le eulte rive, e i cari pegni 
Stretti nel sen, con dolorose strida 
Portau le madri a più securi regni. 

Ed il poeta eccitava tutti i cristiani alla vendetta : 
Ite schiere animose, e '1 duro orgoglio 
Rompete voi del Barbaro Tiranno, 
Troppo di furti ornai vago, e di sangue. 

Egli si rivolge ai Veneziani, perchè ne Francia 
ne Spagna, in guerra tra loro, si commuovono a 
tanto dolore. 

Ma tu Lion, mentre, che '1 Gallo altero, 
E de l'Aquila Ispana il real figlio, 
Fan tra se stessi aspro contrasto, e fero : 

Perchè non tenti, il valoroso artiglio 
De' danni tuoi vendicator sereno, 
Far nel Barbaro sangue ornai vermiglio? 

Ne contento di ciò, vorrebbe che il principe 
Doria, emulando le virtù del padre, andasse pur 
egli a combattere, e quando il principe di Conca, 
grande Ammiraglio del Regno di Napoli, allestì 
una flotta per dar la caccia ai corsari, il poeta 
infiammato alla vista dei preparativi, vuol andar 
anche lui a combattere, e rivolgendosi al grande 
Ammiraglio, lo prega di condurlo sopra l'armata; 
perchè, se non saprà menar le mani come gli altri, 
illustrerà nondimeno degnamente la nobile spe- 
dizione. 

Hor, che per riportar nobil trofeo, 
E per l'Asia spogliar de' fregi suoi, 



— 95 — 
Quasi nov'Argo di famosi eroi, 
S'arma più d'un Alcide, e d'un Teseo: 

Me, fra si degno stuol per l'ampio Egeo, 
Signor, menate : e mi vedrete voi 
(Se s'udran fra le trombe i versi poi) 
Fatto a novo lason novello Orfeo. 

Saprò di schermo in vece, usar quell'arte. 
Che ferir sa la Morte; e potrò l'armi 
Trattar d'Apollo almen, se non di Marte. 

Vosco vedrete al Ciel volando alzarmi, 
Spiegherem, voi le 'nsegne, ed io le carte, 
Fabro voi di vittorie, ed io carmi. 

Dunque per il Marino, all'infuori dell'amore, non 
è tutto indifferente; superficialmente osservato, 
dall'esame di quei canti voluttuosi parrebbe che 
dovesse uscir fuori tutta una storia d'amori bassi o 
triviali, senz'altro istinto che quello del senso il 
più depravato e corrotto ; ma a fianco di essi, ispi- 
rati al desiderio del godimento, ve ne sono altri 
notevolissimi, perchè nati appunto in un secolo 
di grande corruzione morale. Egli, il cantore della 
voluttà, in una canzone nobilissima e piena di 
santo sdegno, si scaglia contro coloro, che pur- 
troppo dimenticano d'esser uomini, e fanno l'uf- 
ficio di donna ; egli maledice 

Chi pria le leggi immaculate^ e sante 
Del Monarca immortai ruppe, e disciolse, 
E morbo al Mondo, e vituperio accrebbe, 
Quando del sesso suo perfido amante 
In uso reo l'armi d'amor rivolse ; 
E di tradir natura orror non ebbe, 



— 96 — 
Fera dirsi non debbe, 
Benché in atto ferino il Cielo offese. 
Gli ordini a lor prescritti entro a le selve, 
Serbano ancor le belve, 
Né di fiamma sì brutta han l'alme accese. 
Fera non fu, ma furia empia d'Averno, 
Il trasgressor del gran decreto etei'no. 

Il quale, dice il poeta, sarà benissimo che abiti 

'n quell'albergo forse, ove pendenti 

Stanno immagini sante, e saci'e cere, 
Vergognose lusinghe, infami vezzi 

Qui il poeta è veramente eloquente ; contro questi 
esseri immondi, egli s'avventa senza pietà, e apo- 
strofandoli duramente, 

Macchiasti tu de l'innocenza antica 
Il semplice candor sozza inventrice. 
Sol di vizio, e d'error novella etade, 
Quindi a l'altrui libidine impudica 
L'empia delizia d'ogni mal nudrice 
Strade insolite aperse, e non usate. 

si meraviglia cbe leggi umane o divine non col- 
piscono questi esseri immondi. 

Leggi, e voi non -v'armate"? 

Fiamme, e voi non ardete? incendio, e peste, 

E non piovi, e non struggi: e tu guerriera 

Spada d'Astrea severa 

Non uccidi, e non sveni? Ira celeste, 

Tanto rigida più quanto più lenta, 

Ne la tua destra ancor fulmini avventa? 



— 97 — 
Poicliè il poeta ama, ma sanamente; egli dice 

Chiunque in grembo a giovinetta amata 
Talor si stringe, e 'n coinpagnia s'accoppia 
Quegli il piacer veracemente abbraccia, 
Ella, come colei, che a questo è nata, 
Emula nel diletto i nodi addoppia, 
E di piacerti sol par che le piaccia; 
Teco lieto s'allaccia, 
Se la baci, ribacia, arde, e si strugge ; 
Fertile poi di dolce prole, e bella 
In lei si ri no veli a, 

Né temer puoi, che qual balen, che fugge; 
come a mezzo Aprii torbida bruma 
Il tuo tesor t' involi invida piuma. (1) 

Le poesie del Marino ebbero mi successo gran- 
dissimo tra i letterati italiani, e le edizioni si 
moltiplicarono in pochi anni, acquistandogli nome 
di cliiaro poeta. (2) Ma la gloria non guastava punto 
quel carattere poco soggetto a ricevere emozioni, 
perchè, partito da Venezia, il Marino correva per 

(1) È inutile far osservare la grande Importanza di questa canzone 
sai VUio Nefando, in un'epoca di cosi grande corruzione morale; in 
un'epoca in cui il Franco chiamava l'Aretino flagello dei principi e 

dei ; il quale ultimo, nel Marescalco, fa sfoggio di questo vivere grae- 

catim. Il Bruno poi se ne ricordò anche lui nel Candelaio di questo uso 
so7,zo, perchè il protagonista della commedia, Messer Bonifacio, confessa 
di essere arrivato sino a quaranta e non so che anni, senz'essersi coinqui- 
mto cum nmlieribìi.s. (Cfr. A. Graf, Sludi draiiimatici, Torino, Loescher, 
1878). Cfr. anche il Boccaccio, (Decamerone, Giorc. I, Nov. II.) il quale 
mrra che Abraam Giudeo, venuto a Roma, trovò il papa e i cardinali 
« generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo 
nella naturale, ma ancora nella soddomitica. » 

(2) Nel 1304 il Ciotti pubblicava la quinta edizione della iirima e 
Cella seconda parte della Lira ; nel 1G12 le edizioni fatte dal Ciotti erano 
dieci. 



— 98 — 
tutta Italia seiiza tralasciare- gli studi poetici, 
Ritornato a Roma, « acclamato e desiderato, » il 
cardinale Pietro Aldobrandino, nipote di Clemente 
Vili lo ricevette come suo famigliare, « e gli 
assegnò un'eccedente pensione. » Durante questo 
tempo il j)oeta frequentava le principali acca- 
demie romane, in tutte festeggiatissimo (1). Morto 
Clemente Vili, nel 1605 gli succedeva per bre- 
vissimo tempo Leone XI, per il quale il Marino 
componeva un panegirico che intitolava il Tehro 
Festante. Il panegirico si compone di ventotto 
ottave, e rammenta le glorie (?) degli altri due 
pontefici di casa Medici, Leone X e Clemente VII. 
Il poeta è adombrato al solito in Fileno, pastore, 
il quale, forse non contento della servitù che 
aveva in casa dell'Aldobrandino, ba parole di 
rimprovero per questa. 

Fileno umil Pastor, Filen, che nacque 
Del bel Sebeto in su le sponde erbose, 
Cui poscia a pie de' colli, e lungo l'acque 
Del gran fiume latin sventura espose. 
Dove in sti), ch'a gentil cor non spiacque 
Sotto stelle cantò poco 2iielose, 

(1) Rilevo fla alcune annotazioni manoscritte, che lo Stigliani fico al 
6U0 libro AeW Occhiale, questo curioso annedoto: 

(( Il colonnello Celio Parisiauo d'Ascoli fece in Roma dinanzi all'osteria 
dell'Orso bastonare il Marino iu sua presenza per mano d'un Tiberio suo 
servitore. Dì qui è che poi il Marino, facendo una vendetta fiuse nel- 
V Adone Melante Ascolano esser gomorreo, ed appunto per avere il Marino 
tentato il figliuolo d'esso Celio in lussuria fu bastonato. » Non sappiamo 
quanto può esservi di vero in questa grossolana accusa dell'invidiosissimo 
poeta. Noi del resto conosciamo quanto efficacemente il Marino si difen- 
desse dalle accuse che gli facevano di lubricità nei suoi versi. 



— 99 — 
Sospirando sedea tra verdi faggi, 
De l'avaro destino i gravi oltraggi. 

Mentre adunque il poeta, sulla sponda del Te- 
Tere, pensava di 

Voler dolente abbandonar la riva, 

ecco che il gran fiume latino, commosso ed im- 
pensierito delle sventure e dei proponimenti 
di lui 

fuor de la profonda 

Spelonca ombrosa, ond'ha principio, e fonte 
Scosse trecciata di palustre fronda 
La verde chioma, e la cerulea fronte, 
Indi con mano al sussui-rar de l'onda 
Posto silenzio, e volti gli occhi al monte 
Dove Roma sedea con questi accenti 
Tolse la voce al petto, e diella a' venti. 

Il padre Tebro allora parla al poeta. Gli annuncia 
l'elezione del nuovo papa apportatore di pace e 
di prosperità, e fa l'apologia de' tre papi medicei. 

Ciò disse il Tebro, e poi tacque confuso 
Scosso da repentino alto rimbombo, 

e Fileno 

in cui affetto ardente 

Quel celeste parlar gran fiamma accolse, 
Di leggiadri pensier colma la mente 
A lodar lieto il Ciel la lingua sciolse; 
Indi da l'erba sorto immantinente 
Per la reggia di Pietro i passi volse, 



— 100 — 
Dove giunto a baciar corse veloce, 
Nel santo pie la riverita Croce. 

Ma, non ostante i lieti auspici del Marino, Ales- 
sandro Ottaviano de' Medici portò per poco il 
nome di Leone XI; ed a lui successe il car- 
dinale Camillo Borghese, o che dir si voglia 
Paolo V. Il Marino intanto seguitava la fortuna 
dell'Aldobrandino, che fu mandato cardinale le- 
gato a Ravenna. Vi giungeva però molto scon- 
tento di lasciar Roma. « Questa è una città, 
scriveva, anzi un deserto che non l'abiterebhono 
gii zingari. Aria pestifera. Penuria di vitto. Vini 
pessimi. Acque calde e insane. Gente poca e sel- 
vatica senza manichi. O bella Roma, io ti so- 
spiro. » (1) Colà si tratteneva alcuni anni e con- 
traeva amicizia coi più celebri poeti, quali erano 
lo Stigliani, che in quel tempo serviva il duca 
di Parma Ranuccio Farnese, il Preti, l'Achillini, 
ecc. Secondo il Loredano, quivi il Marino com- 
pose V Adone, la Strage degV Innocenti e parte delle 
Dicerie Sacre. Però rileviamo da una lettera di- 
retta a Bernardo Castello, pittore, il quale de- 
vette la sua celebrità al Marino, che il poeta in 
Roma avea già composti tre canti dell'^c?one, 
« il primo dei quali, dice il Marino, contiene l'ori- 
gine dell' innamoramento fra la Dea e il giovane. 
(2) Nel secondo si raccontano gli amori e i godi- 



(1) Lettera a Carlo Rondinelli. 

(2) Questo cauto il Marino lo ampliò e lo divise in tre. 



— 101 — 

menti dell'uno e dell'altro. (1) Nell'ultimo si narra 
la caccia dell'infelice giovane e la sua morte, 
col pianto clie fa la Dea, sopra il corpo del- 
l'amato Seguita poi la Strage degl'Innocenti^ 

divisa in due libri » 

Ma ad ogni modo, e questo lo abbiamo racco- 
mandato più avanti, bisogna star molto guardin- 
ghi nel credere a quanto dicono questi benedetti 
personaggi del Seicento. Il Marino poi, per sua 
natura mobilissimo negli affetti e nella fantasia, 
li supera tutti, perchè l'indomani smentisce quanto 
ha detto il giorno avanti. Il poema ^qW Adone 
fu concepito a Roma ; forse a Ravenna lo avrà 
abbozzato ; ma fu certamente ne' soggiorni che il 
poeta fece a Torino ed a Parigi che si mise se- 
riamente a fabbricarvi sopra con la sua poten- 
tissima fantasia, perchè molti canti del j)oeta ri- 
sentono l'impressione ricevuta dal Marino alle 
corti di Carlo Emanuele e di Luigi XIII. 



(1) Questo secondo canto fu dal Marino diviso in moltissimi e per 
ampliarlo contribuì moltissimo il personaggio della Falsirena, che sem- 
bra essere stato concepito dal Marino dopo la sua partenza da Koma. 



102 — 



Capitolo VII. 

Il Marino alla corte di Carlo Emanuele di Savoia — 11 Marino e il Murtol» 
— La Marineide e ìa Miirtoleide — Panegirico del Marino al duca di 
Savoia — Tentato assassinio del Marino e sua prigionia. — L'Italia si 
commuove per questo fatto — Liberazione del Marino — La " Fera 
titagiianima di Lenta „ e le guerre letterarie del Seicento — La terza- 
parte della Lira del Marino. 



Oramai il Marino erasi acquistata fama di 
grande poeta. Nel 1608 il cardinale Aldobrandino 
si trasferi da Ravenna a Torino, per acquietare, 
a nome del pontefice, i malumori clie s' eran 
desti a cagione del marchesato di Saluzzo fra 
Carlo Emanuele ed Enrico IV. Il Marino segui 
il cardinale anche in questo viaggio, e la sera 
del 24 gennaio del 1608 entrava in Torino. (1) 
Colà stringeva subito amicizia co' primi scrittori, 
che allora vivevano alla corte del Duca, tra i 
quali il Boterò, il conte di San Secondo, Ono- 
rato Claretti, l'abate Lorenzo Scoto, il quale poi 
scrisse allegorie àeW Adone^ il conte Ludovica 
Tesauro e tanti altri. 

In questo tempo immaginò la ^Galleria e fini 
di comporre le Dicerie Sao'e, cominciate nel suo 
soggiorno in Havenna. Era sul punto di darle 
alla luce, quando soprav^'enne quell'accidente che 

(1) T. Vallauri, 1 Cai: Atarino in Piemonte, Torino, Staniperìa^ 
Reale, 1847. 



— 103 — 

tutti conoscono e clie determinò l'uscita del Ma- 
rino dall' Italia e la sua andata in Francia ; in- 
tendiamo la lite lunga e rovinosa ch'ebbe col 
Murtola. 

Gaspare Murtola, genovese, segretario di Carlo 
Emanuele di Savoia, era gelosissimo della grazia 
che il Marino andava sempre più acquistando 
nell'animo del duca; anzi il Marino dice: « Avendo 
il Murtola alcuni giorni prima ch'io venissi a 
Torino, presentito eh' insieme cogl' Illustrissimi 
Cardinali Aldobrandino e San Cesareo doveva 
esservi di corto , senza nemistà alcuna prece- 
dente, incominciò (non so perchè) a seminare 
di me in molti gentiluomini cattiva opinione, 
ne pensando forse che costoro dovessero poi strin- 
gersi in amicizia meco, si come fecero, si sforzò 
d'imprimere concetto nella lor mente, ch'io fossi 
non solo nelle- lettere ignorante, ma ne' costumi 
intrattabile. I quali, si come poi praticandomi, 
accortisi della prova della sua iniquità, me l'hanno 
referto cosi parimente ne renderanno a Vostra 
Altezza piena e indubitata fede ogni volta, ch'ella 
lo chiegga. Giunsi finalmente, e come, ch'egli ve- 
nisse spesse volte a visitarmi, io nondimeno, per la 
contezza, che delle sue qualità io avea, fuggiva 
l'occasione, e volentieri da tal conversazione mi 
allontanava. » 

Il Murtola nondimeno faceva del tutto per ali- 
mentare l'antipatia che l'uno professava per l'al- 
tro. Un giorno egli presentò al Marino una can- 
zone, perchè ne desse il suo parere. Questi fran- 



— 104 — 

camente gli disse clie non gii piaceva. La cosa 
irritò grandemente il Murtola e risolse di pren- 
dersi la rivincita. 

In questo tempo il Marino dovette, per co- 
mandamento del Duca, recarsi alle feste di Man- 
tova, « celebratesi per cagione del recente ma- 
trimonio di quel serenissimo principe; e per 
viag-o-io invitato una sera dal Conte d'Arò nella 
sua barca, vi ritrovò il Murtola, il quale a bello 
studio, e gonfio di bile e di odio per le tene- 
rezze che tutti prodigavano al Marino, cercava a 
bella posta occasione di attaccar briga con esso. » 

Per una questione letteraria il Murtola ebbe 
a far osservare al Marino d' aver torto. (1) Il 
Marino gli rispose insolentemente e sconciamente. 
Però i due rivali furono rappacificati e la que- 
stione fini li. Quindi il Murtola andò a Venezia 
a stampare il suo poema della Creazione del 
Mondo; ed il Marino raggiunse la corte a Torino. 

Appena uscito il poema del Murtola, il Ma- 
rino die a leggere agli amici un sonetto satirico 
in cui metteva in ridicolo il Murtola, il quale 
aveva descritta minutamente la creazione di erbe 
come rape, piselli e simili. Si noti poi che lo 
stesso Marino aveva sconsigliato il Ciotti, libraio 
veneziano, di stampare il poema del Murtola, di 

(1) Io non so dove il Vallauri abbia potuto rintracciare che la que- 
stiono fosse sorta sopra la poesia maccheronica, e sul primo de' poeti 
maccheronici. Veggasi piuttosto nella Marineide del Murtola « iìi«af a I.a » 

Bisognava rispondermi in latino 
Nel viaggio di Mantoa, e non restare 
Stupido, e muto, come Fra Stuppino. 



— 105 — 
modo che la Creazione del Mondo dovette uscire 
pe'tipi del Deuschino. 

■ Il sonetto, passando di bocca in bocca, giunse 
alle orecchie del Murtola, che in quei giorni era 
ritornato a Torino, ed il «poeta della Creazione^ » 
come lo chiamava ironicamente il Marino, pieno 
di bile e d'odio giurò di vendicarsi. Rifiutando 
i consigli di amici di ambe le parti, i quali 
s'erano intromessi per la pace, die alle stampe 
un opuscolo che intitolò: Epilogo della vita del 
Marino. « Qui la satira fece pompa di tutte le 
sue malignità, né tralasciò invenzioni per far 
conoscere se stessa. » (1) 

Il Marino allora andò in collera anche lui. 
Colpito ne' suoi affetti più cari e fatto segno ai 
colpi d'una penna che s'era valsa delle infamie 
più abiette per A^endicarsi, compose ottantun so- 
netti che chiamò Fischiate^ ed ai quali pose il 
titolo di Murtoleide. 

Ecco il primo sonetto che serve d'introduzione: 

Stiglian, che vai da questo polo a quello 
Spargendo del tuo nome alto rimbombo, 
Mentre celebri in versi il gran Colombo 
Kitrovatore di un mondo novello; 

Perchè non volgi al Murtola il cervello, 
Ch' io per lodar mi sfegato e dislombo ; 
Il qual, quanto e più fin l'oro dal piombo, 
Tanto n' ha ritrovato uno più bello. 

Ma poiché te con stil degno d'alloro 

(1) Loredano, Vita del Marino. 



— 106 — 

Ti sei messo a compor la Colomheide 
Forse perchè quel mondo ha più tesoro, 
Io eh' ingegno non ho da far Eucide, 
Perchè quest'altro ha merda in cambio d'oro, 
Mi son messo a compor la Murtoleide. 

Questi sonetti circolavano per Torino mano- 
scritti, ed eccitavano la generale ilarità pel modo 
veramente satirico ond'erano composti. 

Il Murtola non rimase anch' egli inoperoso. Alle 
Fischiate rispose con trentun sonetti, cui diede il 
titolo di Risate. La questione prendeva una brutta, 
piega. Uscita dal campo letterario, era per en- 
trare in quello della più abietta diffamazione ; ed 
osili sonetto o sonettessa clie veniva man mano 
a comporsi, era un libello infamante. S'intromisero 
molti amici specialmente il conte di Passano, fa- 
migliare del duca e la pace fu fatta « con pro- 
messa che tutte le querele anticlie s'intendessero 
soppresse, ne si dovesse per l'avvenire produrre 
alcuna novità. » 

Intanto il Marino dava alle stampe il « Ritratto 
del serenissimo Don Carlo Enianuello Duca di 
Savoia. Panegirico del cav. Clarino al Pigino. » 
Immaginava di fare in versi il ritratto del prin- 
cipe e lo dirigeva ad Ambrogio Figino, famoso 
pittore ch'era allora alla corte del duca di Sa- 
voia. (1) 

Carlo Emanuele gradi molto il poemetto e no- 
minò il Marino Cavaliere dell'Ordine dei Santi 
Maurizio e Lazzaro. Nella dedicatoria che fece il 

(1) Marino, Lettere, pag. 205. 



— 107 — 
conte di Eovigliasco al duca, era accennato molto 
apertamente alle armi vili, di cui s'era servito il 
Murtola nel ferire il suo rivale. Il disgraziato poi, 
e forse ad istanza del Marino, era stato licenziato 
dal duca dal posto che occupava di segretario; 
perdette allora la testa. Una domenica, e fu il 
primo del febbraio dell'anno 1609, aspettò allo 
sbocco di una via il suo rivale e gli tirò un colpo 
di pistola ; ecco come racconta 1> cosa il Marino : 

« Domenica passata, che fu il primo di feb- 
braio, vigilia della Purificazione della Santissima 
Vergine, giorno per me sempre memorabile, su la, 
strada maestra, presso la piazza pubblica, poco 
innanzi alle 24 ore, mentre che io di lui non mi 
guardava, mi appostò con una pistoletta carica 
di cinque palle ben grosse, e di sua propria mano 
molto da vicino mi tirò alla volta della vita. 
Delle palle tre ne andarono a colpire la porta 
di una bottega, eh' ancora se ne vede segnata, 
l'altre due mi passarono strisciando su per lo 
braccio sinistro, e giunsero a ferire il Braida nel 
fianco, giovane virtuoso, ben nato e mio parziale 
amico, il quale m'era allora allato, e veniva meco 
passeggiando. » (1) 

D Murtola, commesso il misfatto, fuggi via, & 
lasciò il Marino cosi stordito della vampa che lo 
feri sul viso e del colpo che gli percosse sul capo, 
che non pensò ad inseguirlo. Appena però il Mur- 
tola giunse in piazza, sempre fuggendo, urtò negli 
sbirri che andavano perlustrando; gli sbirri lo- 

(1) Lettere del Cav. Marino, pag. 30. 



— 108 — 
fermarono, anche perchè s' era radunata molta 
gente, la quale voleva far giustizia sommaria del 
l'assassino. Condotto in prigione confessò subito il 
misfatto, ed aggiunse anche che era suo desiderio 
uccidere l'odiato rivale. 

Il delitto del Murtola, e per le circostanze con 
le quali l'aveva commesso, e per il fatto che aveva 
tentato d'uccidere un cavaliere della religione 
del duca e servitore d'un cardinale ospite del 
duca stesso, era della più grande gravità. Il Ma- 
rino però fece di tutto per salvare dal capestro 
il poeta genovese e vi riusci. Gasparo Murtola 
usciva cosi dagli stati del duca di Savoia, rifu- 
giandosi alla corte di Homa, dove occupò molte 
cariche onorifiche, essendo entrato nelle grazie di 
Paolo V, il quale lo mandò governatore a Mon- 
tefiascone. 

Il Marino intanto riceveva dimostrazioni di 
affetto dai principi e dai letterati italiani per lo 
scamj)ato pericolo; ed il duca di Savoia che an- 
cora non lo aveva fregiato cavaliere dell' ordine 
dei SS. Maurizio e Lazzaro, facendolo segno d'in- 
finite cortesie e carezze, lo insigniva finalmente 
della croce, dandogli Sjjeranza altresì d' una com- 
menda ; e il poeta tutto lieto scriveva al Barbazza; 
« Di me poi non so altro che dirle, se non eh' io 
spero dopo le feste, o almeno a Carnevale ritor- 
nare a cotesta volta, poiché questi paesi m'inco- 
minciano a fastidire et s'io vi sono stato fermo 
infino a quest' ora l' ho fatto per condurre a fine 
alcuni miei interessi, e per l'infinite cortesie, e 



— 109 — 
carezze ricevute da questo Serenissimo Principe^, 
dalla cui mano appunto dimane sono in procinti 
di ricever 1' habito di San Mauritio, et Lazzaro 
con le cerimonie solenni, et se bene me l'haveva 
già conceduto un pezzo fa, l'effetto però della 
sollennità si è ritardato iniino al presente per 
farmi maggiore onore, poiché spero subito dopo 
la Croce ottenere nova Commenda, della quale 
Sua Altezza mi ka data intentione. » (1) 

Ne la prigionia sofferta, ne il passato pericolo 
di far la conoscenza di alcune braccia di corda, 
impedirono al Murtola di seguitare nelle sue dia- 
tribe contro il Marino. 

Uscito di prigione, ed ancor tutto pien di paura, 
torna di nuovo ad impugnar la sua penna vele- 
nosissima e compone ventinove sonetti e sonet- 
tesse, cbe chiama Bastonate ; dando a tutto quanto 
il componimento pieno di basse ingiurie e di ge- 
suitesca rabbia, il titolo: « U Lasagnolo^ di Monna 
Betta, o vero bastonatura del Cavalier Marino, 
datali da Tuff. Tiff. Taff. in Turino alti 23 di 
febbraio dell'anno 1608. (2) 

La bastonatura prima è una specie di proemio 
e merita la pena di esser trascritta : 

(1) I.ettere del Cav. Marino, (Ed. 1C27), pag. 35. 

1,2) È un niauoscritto cartaceo giacente nella biblioteca Vittorio Ema- 
nuele del fondo di S. Pantaleo in Urbis lìló. 22). È, crediamo, runico ma- 
noscritto di quest'importante componimento poetico, posseduto antica- 
mente da padri delle Scuole Pie. L'opera però non ebbe forse 1' onore 
dt-lla stampa, avendo a ciò contribuito la corrente di simpatia che si ma- 
nifestò pel Marino, quando impetrò la grazia presso il duca di Savoia, a 
favore dell'aggressore, e per le grandi aderenze che mise in moto il 
poeta napolitano, perchè il libello non fosse pubblicato. 



— 110 — 

De riiasta sua, che in punta il ferro porta 
Se ne vada Marin Pallade armata, 
De l'arco suo, de la feretra usata 
Per via Diana montuosa, e torta. 

La falce babbi Saturno, in man la storta 
Marte crudel, e in testa la celata, 
Porti il folgore Giove, e fulminata 
Sia da quello ogni torre, et ogni porta. 

Di serpi cinto il suo bastone alato 
Alzi Mercurio, il Tirso babbi, e il bordone 
D'bedere Bacco, e viti circondato. 

La clava Hercole adopri, un grosso Eapo 
Da trapiantar in e . . . . a le persone 
Il reverendo ognor padre Priapo. 

Ch'io per romperti il capo 
Non altro voglio sotto il fei'raiolo 
Che di Madonna Betta il Lasagnolo. (1) 

Il Marino era per miracolo scampato dall' ar- 
chibugiata del Murtola; ma i suoi nemici, e molti 
ne avea alla corte di Torino per la grande for- 
tuna in die era salito, visto andare a vuoto il 
colpo, cercarono di perdere il Marino colla ca- 
lunnia. (2) Egli in gioventù avea scritto un poe- 
metto satirico intitolato la Cuccagna, contro la 
famiglia di certo Tiberio Bucca, nobile napoli- 



(1) Tutti gli altri sonetti sono su questo stampo. 

(2) Il Marino, il quale dopo l'accaduto del Murtola scrisse una lunga 
lettura al duca di Savoia, desiderava che la stessa venisse esaminata dal- 
l'Inquisitore. Dice poi lo Stigliani che Paolo V, avendo im giorno do- 
mandato al Murtola perchè avesse tentato di uccidere il Marino, tiran- 
dogli una pistolettata, « Padre Santo, disse il poeta genovese, zelus do- 
mus nec comedit me. » 



— Ili — 

tano. (1) Questo poema non era stato mai stampato; 
Tina copia manoscritta però pervenne nelle mani 
degl'invidiosi cortigiani torinesi, i quali perfida- 
mente fecero intendere al duca come il Marino 
avesse voluto nel poemetto « detrarre alla somma 
virtù, ed all'immortal gloria di Sua Altezza vo- 
lendo intendere di lui, quello ch'egli avea scritto 
molti anni prima in Napoli. » (2) Il duca ascoltò le 
calunnie dei nemici del poeta, ed ordinò la pri- 
gionia del Marino. 

Questo fatto commosse l'Italia più clie una ca- 
lata di stranieri. Il cardinale d'Este scrisse da 
Casale al duca, pregandolo di liberare il Marino ; 
il duca di Mantova passando per Torino chiese 
verbalmente quanto avea impetrato suo fratello; 
il contestabile di Castiglia, il viceré di Napoli, 
duca di Lemos, spedirono corrieri a Carlo Ema- 
nuele ; il cardinale Aldobrandino ruppe quasi la 
lega col duca per questo rispetto, do]DO averlo 

(1) « Poema narrativo ridicolo in ottava rima, composto negli ozii 
-del carnevale per passatempo a somiglianza della Macheronea di Merlino. 
Ma questo per disavventurato caso si è perduto; » dice il Claretti, par- 
lando della Cuccagna. (Vedi pref. alla terza parte della Lira.) 

(2) 11 Prof. Mango, nostro egregio amico, e autore d' una monografia 
sulla poesia pastorale del Marino, (Il Marino poe'.a lirico, Ricerche e 
studi del Dott. Francesco Mango, Cagliari, 1887.) secondo l'asserzione 
del Vallauri, dice che una signora torinese « fu la causa vera della pri- 
gionia del Marino, dove la Cuccagna ne fu il pretesto. » Noi siamo in- 
c.inati a non accettare quest'asserzione. Il Marino, a Napoli, era amicis- 
simo degli spagnoli, co' quali divideva la mensa e i piaceri. Forse questo 
poema, scritto in un'epoca in cui Carlo Emanuele assaliva singolarmente 
la Spagna, e quando il Tassoni, il Boccalini e il Cbiabrera applaudivano 
il forte alpigiano, avrà contenuto ingiurie contro di lui. S'osservi infine 
«he nella prima e nella seconda parte delle rime del Marino, pubblicate nel 
1602, non si accenna affatto al duca, mentre che le tracce di lode per la 
Spagna s'osservano dovunque. 



— 112 — 
con mille importunità infastidito. (1) Finalmente^ 
essendosi a quelle nobili preghiere aggiunte quelle 
degli ambasciatori di Francia e d' Ingliilterrar 
e del Marchese della Villa, duca di Manso, il 
duca di Savoia accordò la libertà al Marino, il 
quale, uscito dalla prigione, dovè aspettare un 
pezzo prima di riavere i suoi scritti. (2) Però 

(1) Lettere del Cav. Marino, pag. 190. 

(2) Il Marino, mentre era in prigione, scriveva continuamente a no- 
bili amici, perchè s'adoprassero a liberarlo. Al conte Guido Villa in oc- 
casioni del capo d'anno diceva : 

Guido, deh per pietà non mi si tolga, 

Ch'almeno in questo di, mentre di quello 

Viene a stringersi il nodo, il mio si sciolga. 
A Carlo Emanuele poi, scriveva quattro sonetti tutti belli ed eloquenti; 
anche in prigione, costrettovi dalla necessità, il Marino lodava le alte virtù 
del (luca, ed in occasione dell'anno nuovo, gli mandava il sonetto: 
Per questa penna misera fra quante 

Signor, nel volo tuo ne spieghi, e spandi 

Quella, che manca al portator, ti maudi 

Salute, e pace, il circonciso Infante. 
E, liberato, quando pregava il duca Carlo Emanuele che gli venissero 
restituite le sue scritture, scriveva al Barbazza : « Xc ho fatte, e fatte 
fare continue, e caldissime istanze, e ultimamente gli ho fatto presentare 
le lettere del vostro Signor Cardinale. Ma ut supra, faremo, diremo, oggi, 
dimane, e quel dimane non vieu mai, le promesse son molte, le speranze 
più grandi, ma gli effetti son pochi, e tardi, ed io per me non so quando 
la mia fortuna podagrosa potrà arrivare a darmi un calcio nel e.... per 
isbalzarmi su la ruota. Intanto io spendo, e spando, e l'ore vanno a 
staffetta. Iddio mi dia pazienza, e pane. » Al Salviani poi scriveva che 
tutte quelle misere fatiche, egli le avea in molti anni accumulate, e 
già teneva in procinto di pubblicarle in breve alle stampe per corrispon- 
dere a quella aspettazione, che si potesse aver di lui. » E « nella ferraggine 
di certi frammenti, e residui poetici avanzatigli nella memoria, cavava 
alcuni sonetti e glieli mandava. Erano, diceva, parti d'ingegno torbido, e 
travagliato, e li gittava via a guisa di merci, che nelle tempeste si so- 
gliono spargere per l'onde, w Pregava il Salviani di farli vedere agli a- 
mici ; al Ouarini però glieli facesse riredere, perche « egli solo (non eccet- 
tuando alcuno) per la viva espressione degli affetti, e delle tenerezze, e 
per la purità e delicatura dello stilo, pareva a lui, che in quel secolo me- 
ritasse titolo di vero Poeta. » 



— 113 — 
Però il Marino avea contratto nel carcere una 
malattia che gli aveva accasciato 1' anima e il 
corpo. A Griuseppe Fontanella scriveva: 

Uscita fuor de le Tartaree porte 
Superba, e preso in man l'arco fatale, 
A scoccar venne in me colpo mortale 
Intempestiva, insidiosa Morte. 

Ma colse a punto, ov'era assisa a sorte 
Amorosa saetta infino a l'ale, 
Onde indietro tornò spuntato un strale. 
L'altro nel cor si concentrò^ più forte. 

Così campai Giuseppe, e la ferita. 
Che mi fer duo begli occhi in mezzo al core^ 
Contro piaga maggior mi porse aita. 

Ahi, che fu certo industria, e parve errore, 
Fé di Morte l'ufficio, e volse in vita 
Per più fai'mi morir, tenermi Amore. 

E indirizzando una lettera a G-asparo Salviani, 
che, come vedemmo, fu suo amico carissimo, 
e che allora era segretario dell'Accademia degli 
Umoristi^ gli diceva : « Dello stato mio non mi 
diffondo in darle minuto avviso ; basti sapere, 
che le false accuse d'amici traditori avevano mac- 
chinato il precipizio delle mie fortune, se il di- 
vino aiuto non avesse dato adito alla mia giu- 
stificazione, e all' altrui disinganno. Cosi son 
fatto ormai bersaglio delle calunnie, e delle per- 
secuzioni. Il che mi dà quasi a persuadere, ch'io 
davvero vaglia qualche cosa, e mi fa pregiare 
assai più, ch'io non faceva, sapendo che l'Invidia 



— 114 - 
è avversaria della Virtù, e che per ordinario, 
dove abbonda ingegno manca ventura. Ma la Ve- 
rità è figlinola del Tempo, e se bene dalle pro- 
celle della fraude pare alle volte sommersa, alla 
fine risorge a galla. Io non ebbi mai denti da 
mordere, ne se avuti li avessi, gli avrei rivolti 
contro chi mi ha onorato, e beneficato : Così cre- 
dess'io punita la malvagità di clii mi ba insi- 
diato a torto, come la mia penna fu sempre in- 
nocente dalle punture satiriche, e massime di 
quelle, che vanno a trafìggere i Grandi. Già la 
mia innocenza è provata, e l'altrui perfidia è ma- 
nifesta, e spero assai tosto uscir di travagli non 
solo libero, ma glorioso ; se non che questo Sere- 
nissimo Signore pretende da me alcune sodisfa- 
zioni, le quali io son prontissimo a dargli. Suc- 
cedendo l'effetto (coni' è da credere) di questa 
mia liberazione, il mio pensiero è di ritornarmene 
subito in Roma a riveder gli amici antichi. » (1) 
Questo avveniva nel 1612. (2) Due anni dopo 



(1) Lettere del Cav. Marino, Ed. 1627, pag. 295. 

(2) Rilevo da una lettera del Marino ad Andrea Barbazza, segretario 
del duca di Mantova, che il poeta ora scontentissimo di Carlo Emanuele 
e che desiderava cambiar padrone. « Questo Prìncipe mi dà ogni di delle 
pappolate e delle canzoni, delle quali sono oggimaì sazio e stanco in 

guisa, che mi vien voglia a guisa dtl castoro di lasciare i e in preda 

del cacciatore e restar castrato per iscampar via. Voglio dire ch'alia fine 
manderò iu bordello le scritture con quante fatiche ho fatte al mondo per 
uscire di queste miserie. Partendo di qua io non farei altra resoUizione 
che venirmene da codesto Serenissimo Vostro Cardinale, a cui mi ritrovo 
tanto obbligato, e se vorrà accettarmi al suo servigio, sarò prontissimo a 
dedicargli la vita, non che la penna. Delle condizioni mi rimetto a voi, 
ma vi pongo in considerazione, ch'io mi ritrovo distrutto pertanto spese 
che ho fatte qui, e fo tuttavìa, onda tton ho più bisoyno di fumo. «Che 



1 



— 115 — 
sfaceva stampare a Torino in due volumi le sue 
Dicerie Sacre, specie di lunghi discorsi, in cui si 
tratta di cose ascetiche e teologiche, « frutto, dice 
lo stesso Marino, di studi particolari ch'egli fin 
dai primi anni fece sopra la Sacra Scrittura. » 

Il libro è diviso in tre, diciamo cosi, Dicerie ; 
la prima, della Pittura, è dedicata a Carlo Ema- 
nuele di Savoia; la seconda della Musica al car- 
dinale Maurizio ; 1' ultima il Cielo, al principe di 
Piemonte, figlio del duca. E tutte a Paolo V. 

La Pittura è a sua volta divisa in tre parti : 
filosofica, descrittiva e apologetica ; cosi che nella 
prima il Marino cade in quelle astruse e ridicole 
squacquerate, eh' erano la filosofia d'allora; nella se- 
conda fa il parallelo tra la pittura e la poesia ; 
nella terza s' encomia il duca e la casa di Savoia 
come protettore delle arti. 

La Musica è divisa in quattro parti, e pren- 
dendo argomento dal mito di Pan, « che venuto 
in contrasto con Amore, e da lui superato, è co- 
stretto ad innamorarsi di Siringa, ninfa d' Ar- 
cadia, la quale come ritrosa e selvaggia fugge, 
e per liberarsi dall' incalzante nume si trasforma 

nou fossero altro che fumo i mille scudi d'oro di pensione che si diceva 
il Jlarino ricevesse dal duca di Savoia? Questo a prima vista non par 
dubbio ; il Manifesto del Tassoni informi. 

E la questione di cambiar servitù parve cosi sicura, che il Marino scri- 
veva al Barbazza: ti To mi struggo di desiderio di venirmene costà e di 
sofricarmi con gli effetti in anima, e in corpo al vostro Keverendissimo e 
Serenissimo ; » ma voleva che il Cardinale l'aiutasse « a distaccarlo da 
quella pece. » E sperava che l'andata alla corte di Mantova del principe 
di Piemonte potesse giovargli, « perchè si poteva trattare qualcosa a suo 
benefizio, ed essendosi mutato il giuoco, e passando gl'interessi, che pas- 
savano, si sarebbe forse fatto maggior conto delle intercessioni e de' favori, u 



— 116 — 
in carme, cou le quali il Dio forma la sampogna su. 
cui accorda i canti della sua lamentevole storia, » 
trae il poeta occasione di dimostrare, si come fece 
nel sesto secolo Fulgenzio vescovo di Cartagine, 
clie nelle poetiche finzioni della mitologia si tro- 
vano ascosi molti sacramenti della religione cri- 
stiana. « E, dice, così si ritroverà in certo modo 
(quantunque imperfetto) figurata la Trinità in 
Gerione, la generazione eterna in Minerva, la^ 
creazione dell' uomo in Prometeo, la rovina degli 
angeli nei Giganti, Lucifero in Fetonte, Gabriello- 
in Mercurio, Noè in Deucalione, la moglie di 
Lotk in Niobe, Giosuè in Leucothoe, la conser- 
vazione del mondo in Atlante, l'incarnazione del 
Verbo in Danae, l' amor di Cristo in Psiche, la- 
battaglia col diavolo in Ercole, la predicazione 
in Anfione, la risuscitazione dei morti in Escu- 
lapio, l'istituzione del Sacramento in Cerere, la 
discesa del Limbo in Orfeo, la salita al Cielo iir 
Dedalo, l'incendio dello Spirito Santo in Semele, 
r Assunzione della Vergine in Arianna, il Giu- 
dizio in Paride, » ecc. « Calisi la cortina, conclude- 
il Marino, e rilucerà la scena ; levisi la maschera 
e comparirà la faccia; picchisi la selce e sfavil- 
lerà la fiamma; rompasi il guscio e gusterassi il. 
frutto ; spezzisi la conchiglia ed usciranne la por- 
pora; ceda la scorza alla midolla, il corpo allo 
spirito, la nube al sole; traggasi dall'ombra la 
luce, dalla mentita la verità, dalla favola l'alle- 
goria e dicasi che in questo Pan ci vien chiara- 
mente dinotato il grande e vero Iddio. » Quindi il 



— 117 — 
poeta fa l' elogio della musica, come ispiratrice 
di grandi e nobili sentimenti, e termina il di- 
scorso con l'esaltazione del cardinale di Savoia. 
L' ultima diceria, il Cielo^ è una dissertazione 
sopra la religione dei Santi Maurizio e Lazzaro. 
Come introduzione il Marino passa in rassegna 
tutti gli ordini cavallereschi, che, dice il Nostro, 
« esciti dal seno della cavalleria, in un colla re- 
ligione, spiegarono la insegna, i fondamenti e i 
principij di questa. » Cosi nacque « la milizia 
•de' Cavalieri Gerosolimitani per opera di Ge- 
rardo, Rettore dello spedale di San Giovanni, 
presso il sepolcro del Redentore nell'anno 1080; 
incominciò quella de' Teutonici, da un tedesco 
introdotta nella città di Gerusalemme nel 1100. 
Germogliò quella di S. Giacomo in Ispagna con 
la guida di Pietro Bernardino nel 1150. Spun- 
tarono quella della Redenzione, e quella di Mon- 
tesia insieme sotto gli auspicij di Giacomo re 
d'Aragona nel 1211; fu fondata quella di Cala- 
trava in Portogallo da Giovanni XXII nel 1520; 
fu stabilita quella di S. Stefano da Cosimo de' 
Medici, duca di Firenze nel 1561. » E cosi pure 
nasceva la Tavola Rotonda istituita da Artù re 
di Brettagna; la Banda da Alfonso X re di Spagna, 
la Gartiera da Odoardo re d'Inghilterra, il To- 
sone da Filippo il Buono conte di Fiandra, la 
Stella da Giovanni re di Francia, lo Spirito Santo 
da Enrico III, il Sangue di Cristo da Vincenzo 
Gonzaga duca di Mantova ecc. . . . Fa quindi la 
storia e tesse l'eloo-io dell' ordine dei SS. Man- 



— 118 ~ 
rizio e Lazzaro, il quale órdine, dice il Marino, passa 
sotto la giurisdizione di casa Savoia nel 1572. » 
E il discorso termina colla lode del principe di- 
Piemonte. 

Le Dicerie Sacre, zeppe di citazioni, sono uno- 
sfoggio d' erudizione sacra e profana, sotto la 
quale egli nasconde malamente una grande adu- 
lazione per la casa di Savoia. Il lettore si perde^ 
in mezzo ad un discorso dove le frasi vuote ed 
ampollose eie citazioni di libri sacri, d'astrologia 
e di magia incalzano sempre più e inutilmente; 
dove r ascetismo teologico e la fede per la reli- 
gione, clie non erano qualità principali dell' animo 
del poeta, servon di esempio per dimostrar cose 
che ad esse non si connettono che lontanamente. 
Non di meno il libro fece chiasso, e in breve se 
ne fecero molte edizioni. Li questo mentre, e 
quando appunto il poeta si godeva un poco di 
tranquillità, una fiera contesa letteraria s'accen- 
deva tra i letterati italiani e causa n'era, come 
sempre, lo sfortunato poeta. Certo Raffaele Rabbia 
avea composto un poema sopra la vita di Santa 
Maria Egiziaca. Il Marino, suo amico, scrisse in 
lode di quésto componimento il sonetto, che co- 
mincia 

Obelischi pomposi all'ossa alzai'o, 

nella cui prima terzina volendo indicare il leone- 
ucciso da Ercole, lo chiama 

La fera magnanima di Leriia. 



— 119 — 

Un errore cosi manifesto non doveva passare 
inosservato i]i un tempo di fervori di furori 
mitologici. Ferrante Carli, parmigiano, nascon- 
dendosi sotto uno pseudonimo, pubblicò nel 1614 
in Bologna, dove dimorava, una censura di quel 
verso. Il conte Ludovico Tesauro, figlio dell'au- 
tore della Sereide, prese a difendere il Marino, 
e stampò un libercolo a Venezia, per sostenere 
che il Marino in quel sonetto non aveva errato. (1) 

Il Carli rispose al Tesauro in modo alquanto 
insolente; (2) il secondo voleva andare a Bologna 
per vendicarsi ; poi si contentò di dare alle 
stampe in Torino una replica. (3) Allora la con- 
tesa prese proporzioni più vaste: Francesco Dolci 
da Spoleto, (4) Giovanni CapjDoni, sotto il nome di 
Girolamo Chivigieì'o, (5) il bolognese Gian Luigi 
Valesio sotto quello di Instahile Accademico Incam- 
minato (6) e Sebastiano Forteguerri da Pistoia, 

(1) Ragioni del conte Liudovico Tesauro, in difesa d'un sonetto del ca\u- 
lier Marino, Venezia, presso Giambattista Ciotti, 1614, in 12". 

(2) Esamina del conte Andrea Dell'Arca, intorno alle Ragioni del conte 
Ludovico Tesauro, in difesa d'un sonetto del cav. Marino, In Bologna, per 
Vittorio Beuacci, 1614, in-12". 

(3) Annotazioni di Ludovico Tesauro, intorno all'Esamina di Ferranle 
Carli, pubblicata sotto nome del conte Andrea Dell' Arca, in Torino, 
1614, iu-12. 

(4) Giudizio di Francesco Dolci da Spoleto, intorno alle Ragioni del 
conte Ludovico Tesauro, in difesa d'un sonetto del càvalier Marino, e in- 
torno all'Esamina del conte Andrea Dell'Arca, in risposta di quelle. In 
Bologna, per il Benacci, 1611, in 12. 

(5) Lettera del Signor Girolamo Clavigero, scritta ad un suo amico a 
Bologna, in materia dell' Esamina del Conte Andrea Dell' Arca, in Bologna, 
per il Benacci, ltìl4, in-12. 

(6) Parore dell'Instabile Accademico Incamminato, intorno ad nna 
postilla del conte Andrea Dell'Area contro ad una particella, che tratta 
della Pittura, nelle Ragioni del conte Ludovico Tesauro, in difesa di un 
sonetto del cavalier Marino, In Bologna, per il Benacci, 1614, in-12. 



— 120 — 
trasformato in Sidpizio Tenaglia^ (1) s'avventarono 
contro il finto conte Dell'Arca, il quale pensò 
bene di non rispondere a nessuno. 

Il curioso poi è che il Marino non curò di 
difendersi da se. Troviamo solamente un brano 
di una sua lettera, diretta al conte Fortuniano 
Sanvitali, clie dice: « In Bologna un certo 
Parmigiano promosse una controversia sopra mi 
mio sonetto, e in questa disputa sono uscite 
molte scritture. Ha egli questi giorni pubblicata 
un'esamina contro alcune ragioni scritte dal conte 
Ludovico Tesauro in mia difesa. Ma si assicuri, 
che non andrà a Roma per penitenza, perchè in 
breve manderò a Vossignoria una replica di pepe 
che gli renderà pan per focaccia; e se non si 
va questa volta a cacciar dentro un forno, o in 
un cesso bisogna credere che non abbia conosci- 
mento d'onore, ne di vituperio. » (2) Eppure il 
Marino aveva torto ; e solamente la grande am- 
mirazione de' letterati piemontesi per lui, giustifica 
1' accanita polemica che fu fatta soj)ra un punto 
della mitologia niente affatto controverso, perchè 
tutti noi sappiamo, e gli stessi sostenitori non 
l'ignoravano, che il leone nemeo non è l'idra di 
Lerna. 



(1) Lettera del conte Sulpizìo Tenaglia, in materia dell'esamina del 
conte Andrea Dell'Arca, intorno ecc., In Bologna, per il Benacci, 1614, iu-12. 

(2) Lettere del Cav. Marino, Pag. 45. Altre liti ebbe poi il Marino con 
una poetessa, Margherita Sarocchi, autore della Scandet-henìe e grande 
«mica del Galilei, e con Giambattista Vitale, detto il Poetino, Per queste 
rimandiamo il lettore allo studio del Vallauri (lì Car. Marino in Pie- 
monti^ già citato. 



I 



— 121 — 

In questo modo la corte di Torino era pel Ma- 
rino divenuta insopportabile. Abbiamo visto ohe 
^ià da tempo aveva manifestato il desiderio di 
cercare in altra terra pace e tranquillità, che 
a Torino gli mancavano. Ma sembra che l'af- 
fare di Mantova avesse avuto esito infelice per 
lui, perchè non ne parla più, nelle lettere se- 
guenti, al Barbazza. In quel mentre fece stam- 
23are a Verona VEpistole Eroiche, episodi stac- 
cati da' romanzi di cavalleria, specialmente àal- 
V Orlando Furioso e dalla Gerusalemme, esempio 
eloquentissimo di quanto i seicentisti facessero 
per sminuzzare l'arte. Contemporaneamente al- 
V Epistole Eroiche, pubblicava la terza parte delle 
sue rime, dedicandola al cardinal Doria, arci- 
vescovo di Palermo. Onorato Claretti, letterato 
piemontese e grande amico suo, ne curava la 
stampa, dicendo nella prefazione che il Marino, 
« non poteva intervenire di persona a Venezia, 
per curar l'edizione delle sue rime, occujDato co- 
m'era alla corte di Carlo Emanuele; » ma che 
ne avea dato a lui l'incarico. 

In queste rime si conserva la stessa disposizione 
della prima parte della Lira. Sono cioè divise 
in amorose, lodative, lugubri, sacre e capricciose. 

Le rime amorose sono qui in maggior numero, 
che non nella prima parte della Lira, anche 
perchè il poeta comprende sotto questo nome 
i madrigali e le canzone pastorali. Il proemio 
è una nuova prova dell' indole poetica del Ma- 
rino, il quale è nato per cantar l'amore essen- 



— 122 — 
zialmente: è un pentimento, un ritorno verso quel 
sentimento oli' egli lia lasciato di coltivare, per 
dedicarsi esclusivamente alla narrazione d'imprese 
guerresclie ed eroiche. (1) 

Tempro la cetra, e per cantar gli onori 
Di Marte, alzo talor lo stile, e i carmi, 
Ma invan la tento, ed impossibil parmi, 
Ch'ella giammai risoni altro ch'Amori, 

Così pur tra l'arene, e pur tra' fiori 
Note amoi'ose Amor torna a dettarmi. 
Né vuol ch'io prenda ancora a cantar d'armi, 
Se non di quelle, ond'egli impiaga i cori. 

Or l'umil plettro a i rozzi accenti indegni 
Musa, c^ual dianzi, accorda, altìn ch'ai vanto 
De la tromba sublime il Ciel si degni. 

Riedi a i teneri scherzi; e dolce intanto 
Lo Dio guerrier, temprando i fieri sdegni 
In gi'embo a Citerea dorma al tuo canto. 

E cosi il poeta ha nuovamente cangiato « »la- 
tromba in plettro, » per dirla con una frase seicen- 
tista, e cominciano di nuovo le imprese amorose ; 
però, a prima vista, non si scorge più in queste 
ultime rime il poeta di qualche anno indietro. 
Egli ora ha tornito la frase, facendola più chiara e 
il verso corre più facile e spedito ; non v' è 
più il folle trasporto per l'oggetto amato. Ora 

(1) Il panegirico, gli epitalammi, il tempio, dal poeta già composto iu 
queir epoca, ed altre composizioni d'occasione. « Non voglio però lasciar 
di dire, aflferma il Clareiti nella prefazione, ch'egli ha più d'uu altro 
poema grande per le mani, in cui molto più si compiace, opera sua favo- 
rita e diletta, e nuovo genere non più tentato da' volgari, dove impiega 
tutto il suo studio, e da cui spera tutta la gloria sua. » 



— 123 — 
il Marino è nomo; ha sofferto lungamente, e i 
dispiaceri gli hanno lasciato nel cuore una dose 
di sostenutezza e di dolce mestizia, che lo rende 
più gradito al lettore. Egli ha poi educato sempre 
più il gusto estetico, che gli fa sceverare con si- 
curezza il bello dal brutto. Sentitelo come ragio- 
na davanti al ritratto della sua donna: 

E labbra ha di rubino, 

Ed occhi ha di zaffiro 

La bella, e crudel Donna, ond' io sospiro. 

Ha d'alabastro fino 

La man che volge del tuo carro il freno. 

Di marmo il seno, e di diamante il core. 

Qual meraviglia Amore, 

S' a' tuoi strali, a' miei pianti ella è si dura? 

Tutta di pietre la formò Natura. (1) 

Ha poi acquistato una certa audacia che gli 
permette di ragionare anche quando è in preda 
alla passione amorosa: 

Io dissi al cor. Perchè '1 tuo chiuso affetto 
Non osi (ahi vile) a la tua Donna aprire? 
Ei si dispose a l'opre, e prese ardire 
Appressando le note al gran concetto. 

sicché non ha timore di dichiarare alla sua donna 
che calpesterà l' idolo amoroso, avendo imparato 
alla scuola dell'onore di non esser più deriso da 
una donna crudele e ingannatrice. 

(l) Questo, insieme ad altri cinque madrigali del Marino, sono stati 
posti in musica, iu quest'anno (1888) da un valente maestro. 



— 124 - 
Più non avrai mal'adorato oggetto, 
D'ingrata Deità profana stampa, 
Nel tempio mai del mio pensier ricetto- 
Ma, com' abbiam detto, difficilmente la donna 
si mostra crudele con lui; anzi al vederlo par- 
tire dà in ismanie, ed il poeta è pronto a con- 
solarla con amorevoli parole. 

Lungo da le due luci oneste, e sante. 
Là dove dolce lia la mia vita albergo, 
Pur com'uom, che si lasci il Sole a tergo, 
Altro non mi vegg' io, ch'ombre davante. 

Solo il leggiadro angelico sembiante, 
A cui sempre il pensier sollevo, ed ergo, 
Per cui spesso di pianto i lumi aspergo, 
Sostien d'anima invece, il cor tremante. 

Tolsemi Amor gli amati almi splendori 
Ma che? S'ei muta Ciel, non cangia fede, 
E se disgiunge i corpi, unisce i cori. 

Per questi boschi, ovunqu'io volga il piede, 
Sappi Donna, ch'ognor tra l'erbe, e i fiori 
A dispetto degli occhi il cor ti vede. 

Ciò non ostante il poeta non può vivere lungi 
dalla donna amata; è un inferno ch'egli lia nel 
cuore, percbè il ricordo delle gioie passate gli 
brucia le vene : 

Gire, e restarsi, e nel restar partire. 
Partir senz'alma, e gir con l'alma altrui, 
Languir, dolersi, e non saper di cui, 
E morir di dolor senza morire. 



— 125 — 
Struggersi di speranza, e di desire, 
Pascer sol di memoria i pensier sui. 
Avere un core, e dipartirlo in dui, 
Cader dal Ciel nel fondo del martire. 

Prender le solitudini a diletto, 
Narrai'e a i sordi boschi il duolo interno. 
Negare il vero, e credere al sospetto: 

Chiamar de l'ore ogni momento eterno, 
Questo è quel mal, che Lontananza è detto, 
Morte de l'alme, e de la vita inferno. (1) 

Le rime che il poeta cliiama lodative, segnano 
tm gran passo dato da lui verso l'amor della 
patria. Anch'egli lia imparato ad odiare il feroce 
spagnolo, personificato negli avidissimi viceré, 
mentre che, per contrario, non finisce mai dal- 
l'encomiare le valorose imprese del duca di Sa- 
voia. Il Marino agguaglia il duca all'arcangelo 

(i) È questo sonetto una imitazione spiccatissima di un altro, scritto 
da Lope de Vega. Noi avremo campo di osservare più innanzi, quanto il 
Marino e il Lope de Vega fossero in relazione tra loro. Riportiamo del 
resto il sonetto : 

Yr y quedarse, y con quedar partirse, 
Patir sin alma, y yr con alma agena, 
Oyr la dulce voz de una Sirena, 
Y no poder del arbol desasirse. , 

Arder comò la vela, y consumirse, 
Hazieudo torres sobre tierna arena, 
Caer de un cielo, y ser demonio en pena, 

Y de serio jamas arrepentirse. 
Hablar entre las mudas soledades, 

Fedir prestada sobre fé paciencia, 

Y lo que es temperai Uamar eterno. 
Creer sospechas, y negar verdades, 

Es lo que llaman en el mundo ausencia, 
Fuego en el alma, y en la vida inSerno. 



— 126 — 

Michele, ed i mostri, clie Carlo Emanuele deve 
scacciar d'Italia, sono gli spagnoli, 

Né questa è la sola imitazione che il Marino fa de' poeti spagnoli; cos' 
il sonetto intitolato « ci Mcnìoiuui n, dove descrive le bellezze della sua 
donna : 

Simulacro divino, unica stampa 
Di bellezza immortai, pompa del Cielo, 
Etna d'Amor, che dal tuo vivo gelo 
Scoti faville, ond' ogni core avvampa. 

Chiara face d'onor, lucida lampa, 
Ch' oscuri il Faro a Mentì, il Sole a Delo, 
Anima pura in cristallino velo. 
In cui d'alte virtù schiera s'accampa. 

Opra maggior del gran peunel di Dio, 
Lavoro di Natura il più perfetto, 
Maraviglia del Mondo, Idolo mio. 

Beltà, neve al candor, foco all'effetto. 
Pace degli occhi, e guerra del desio. 
Dammi a cantar, com'a languir sospetto. 
è pure imitato dal Lope 

Belleza singular, ingenio raro, 
Fuera del naturai curso del cielo, 
Ethna de amor, que de tu mismo yelo 
Despides llamas entra marmol Paro. 

Sol de hermosura, euteudimeuto claro, 
Alma dischosa eu cristalino velo, 
Norte del mar, admiracion del suelo, 
Emula el Sol, comò a la Luna el Faro. 

Milagro del autor del cielo, y tierra, 
Bien de naturaleza el mas secreto, 
Luciada hermosa, en quien mi luz se encierra. 

Nieve en blancura, y fuego en el efeto, 
Paz de los ojos, y del alma guerra, 
Dame a escrivir, comò a penar sujeto. 
Quello intitolato « Donna che fila », e che comincia 

Parca d'Amor, che tra le man gentili 
Hai la rocca, ov'attorcì i miei tormenti, 
è anch'esso imitazione di quello di Lope de Vega che comincia 

Hermosa Parca, blandamente fiera, 
Dueiio del hilo de mi corta vida, 
En cuya bella mano vive asida 
La rueca de oro, y la mortai tixera. 
Di queste imitazioni noi ne potremmo citare moltissime. 



— 127 — 

Sci-iverò pur, duo gran Campioni in guerra 
Da l'Aquilon precipitaro i mostri: 
Michele in cielo, e Manuello in terra. 

Lo cliiama iu guerra « fuoco e fulmine di 
Marte »; ed in pace « il signor de le contrade al- 
pine, » saprà 

con lo scettro a' popoli guerrieri 

Dar leggi in capo 

augurandogli clie 

Da le ricche del Tago arene aurate, 
saprà 

D' aurate spoglie a dispogliai'e i regni 
di Bisanzio, e d'Algier 

facendo « di frutti d'or preda onorate. » 

Da questo momento insomma, il Marino lia an- 
clie lui un obiettivo politico, il quale lo porta 
ad amar la patria. In quel piccolo stato italiano, 
che l'ambizione e lo spirito guerresco del suo 
capo tenevano sempre in armi, la fibra del poeta, 
portato per sua natura ad amar cose belle e gran- 
diose, si sarà sentita scuotere da un caldo amor 
per la patria, ch'egli avrà intraveduta felice e 
libera dal giogo straniero, come libera e felice 
r intravidero il Tassoni, il Boccalini e tanti altri, 
per opera del duca sabaudo. Egli non avrà vo- 
luto restare indietro agli altri scrittori e poeti 
della splendida corte di Torino, tutti pieni di 
lodi pel duca ; e divenne tanto nemico degli 



— 128 — 
spagnoli, che, dice il Loredano, « quando il duca- 
di Savoia faceva la guerra con la Spagna, es- 
sendo il Marino al sole, ed egli all'ombra, fu 
richiesto da quell'Altezza che gli paresse di lui; 
risjDOse, che gli pareva, ch'egli fosse cotanto ini- 
mico degli spagnoli, che non voleva ne anche 
riscaldarsi al loro fuoco. » (1) 

(1) Loredano, Vita del Cai: Marino, op. clt., pag. 34. 



— 129 — 



Capitolo Vili. 



Il Marino alla Corte di Francia — È accolto festeggiatissimo da Maria 
de' Medici e dal Concini — Turbolenze in Francia e timori del Ma- 
rino — La Galleria — Lope de Vaga e il Marino — Analisi della 
Galleria — Fama immensa del Marino — Suoi imitatori e traduttori in 
Francia — Il Malherbe gli è nemico — La Sampogiia — Valore della 
poesia pastorale del Marino. 



Intanto da Parigi la ripudiata sj^osa di Enrico 
IV, Margherita di Valois, aveva invitato più volte 
il Marino alla sua corte. A questa bellissima 
e viziosa donna, il Marino dirigeva un sonetto, 
in cui la paragonava a Cleopatra. 

La bella, che lo scettro ebbe in destino 
De Tantiche Piramidi famose, 
Coppia di Perle elette, e preziose 
Mise a stemprar dentro odorato vino. 

Per onorar de l'Idol suo divino 
Le magnifiche mense, e generose, 
A gustar l'una volentier si pose 
L' innamorato Principe Latino : 

Ma disfar l'altra ancor veggendo poi. 
Parto maggior de l'Eritreo fecondo. 
Mostruoso splendor de' lidi Eoi. 

Serbò de' duo miracoli il secondo, 
Ch'egual mai non trovò, tanto che voi 
Margherita real nasceste al mondo. 

In quei giorni poi l'ambasciatore inglese, do- 



— 130 — 
vendo ritornare in patria, lo esortava a non la- 
sciarsi sfuggire cosi bella occasione, offrendosi 
d'accompagnarlo sino a Parigi. 

Il Marino allora, lusingato dall'offerta a lui 
fatta, e dalle esortazioni degli amici, sui primi 
giorni dell'anno 1615 s'incamminò alla volta di 
Francia. La descrizione ch'egli fa per lettera, al- 
l'amico Arrigo Falconio, del viaggio sino a Lione, 
è amenissima. Ci) Giunto a Lione incontrò la 
corte della Regina Maria de' Medici, la quale 
dopo l'assassinio di Enrico IV. tentava, colla sua 
presenza, far finire la guerra civile ancor viva 
in Francia. Colà il Marino stampò il Temino, 
panegirico eh' egli intitolò a Maria de' Medici e 
dedicò ad Eleonora Galigai, moglie di Concino 
Concini il maresciallo d'Ancre, ambedue consiglieri 
della regina. (2) In quello stesso anno, Lucilio Va- 
nini, peregrinando per la Francia, giungeva a Lione 
e vi stampava il suo libro: Amphìtheatrum aeteniae 
providentiae divinae divino- magicum, christiano-phy- 
sicum ecc., che doveva costargli tante sventure. 
Tutto il panegirico comprende duecentonovanta- 
sette stanze ed è in sesta rima, come il panegirico 
per il duca di Savoia. In esso il poeta invita le muse 
ad aiutarlo con l'ingegno a fabbricare un tempio 
alla cristianissima regina di Francia. EgK ne di- 
segna rarchitettura, che « vinca in misura ed 
in giudizio l'Architettura Greca e Romana. » 

(1) Lettere del Cai: Marino, pag. 381. 

(2) // Tempii), Panegirico del Cavalier Marino alla Maestà Crisfia- 
uìBsirua di Maria de' Medici Uegiua di Francia e di Navarra, in Lione , 
per Nicolò JuUeron, Stampator del Re, M.DC.V (?) 



— 131 — 

De la struttui'a mia celeste, e sant a 
Adamautino il fondamento io voglio, 
Che '1 peso appoggi de l'immobil pianta 
Sovra ben saldo, e non caduco scoglio, 
Si che le linee sue vadan per entro 
L'ultimo punto a terminar nel centro. 

Vuole che le mura siano di un calcinato di 
-diamante e d'oro; il legno non deve esser che 
cedro e lauro ; per dipingere le pareti del tempio 
devono concorrere i più grandi pittori viventi: 

Voi Giuseppe, Baglion, Caracci, e Palma, 
Fulminetto, Bronzin, Valesio, e Paggi, 
C4uido, Castello, e tu che senso, ed alma 
Infondi ne" color, saggio tra' saggi 
Morazzone immortale, Apelle Insubro, 
Comporrete il bel fregio al gran Delubro. 

Sulle pareti di questo tempio, ridicolo per lo 
sfarzo di tesori e di colori ammucchiati senza 
^usto ne arte, devono essere scolpite le imprese 
guerresche di Enrico IV, ed il poeta rammenta la 
statua fusa in bronzo da Gian Bologna. Enrico IV 
non ha nemici che possano stargli di fronte, e 
quando le grand voi deve combattere l'anime so 
duca di Savoia, il poeta esclama : 

chiaro incontro in paragon di guerra. 
Quando Carlo, ed Enrico in campo entrare 
Pur duo fulmini in Ciel, due spade in terra, 
Onde balen di luce uscì sì chiaro. 
Che '1 mondo al par del Sol trascoi'se intorno 
Dal fin de l'ombre a i termini del giorno. 



— 132 — 

Il panegirico seguita colle lodi della famiglia- 
de' Medici; fa l'apoteosi del re morto e del del- 
fino, divenuto poi re Luigi XIII, e termina con 
le lodi delle bellezze corporali di Maria de'Medici. 

Pubblicato il panegirico, il Marino s' uni alla 
corte di Maria de' Medici, che ritornava in Pa- 
rigi; d'onde cominciò per lui una vita di agi 
e di felicità. Da questo punto e per lo spazio 
di dieci anni, riceve lodi ed onori da sbalor- 
dire. È proclamato il primo poeta passato, vi- 
vente, e forse futuro; corteggiato dai principi 
del sangue e dalle eleganti dame francesi, egli 
però non dimentica gli ammiratori che ha in 
Italia, e scrive loro continuamente degli onori 
che riceve in Francia, e delle composizioni che 
verranno man mano alla luce. 

Lo spirito allegro e spensierato, ch'era la nota 
rilevante dell' ingegno suo, gli fece acquistare 
subito rinomanza in Francia. Giimse in Parigi 
senza conoscere una sola parola di francese : 
e di ciò faceva le più matte risate con gli 
amici d' Italia. (1) « Vi dò avviso, scriveva a 
Lorenzo Scoto, che sono in Parigi, dove lasciando 
a voi altri Piemontesi il Vaire, il Kecio ed il 
Mideccò, mi son dato tutto al linguaggio Fran- 
cioso, del quale però altro fin qui non ho impa- 
rato che Qui/ e Nani; ma ne anco questo mi 
par poco ; poiché quanto si può dire al mondo 
consiste tutto in aifirmativa e negativa. » E 

(1) Leu. th! Marino, pag. 173 



— 133 — 

questa sua ignoranza del linguaggio francese gli 
giovò appena giunto a Parigi. Ricevuto in udienza 
pubblica da Concino Concini, il famosissimo ma- 
resciallo d' Ancre, il quale era sul tramonto 
■dalla sua fortuna, questi ordinò che tosse a lui cor- 
risposta una somma di cinquecento scudi. Il Ma- 
rino ringraziando il Concini, se ne fece dare mille 
dal tesoriere del re. ■ — • « Diavolo, esclamò in ita- 
liano il maresciallo, la prima volta che vide il Ma- 
rino, si vede bene che siete napolitano, caro cava- 
liere. Vi regalo cinquecento scudi, e voi ve ne fate 
dare mille ! — Eccellenza, replicò il poeta. Vostra 
Altezza può stimarsi felice eh' io non me ne sia 
fatti dare tremila; non capisco mica il francese, 
io! — Il furbo Concini rise di gran cuore a 
questa risposta. (1^ 

La regina Maria de' Medici, che allora reggeva 
il trono di Francia in luogo del figlio Luigi XIII 
minorenne, concesse al Marino una pensione an- 
nua di millecinquecento scudi d'oro. « Son vivo 
(la Dio mercè) scrive al Sanvitali, sano e (quod 
peius) ricco come un asino. Le mie fortune qui 
vanno assai bene. Son ben veduto da questa 
Maestà, ed accarezzato da tutti questi principi. » 

Intanto a Parigi accadevano tali disordini che 
il Marino, il quale godeva la protezione del ma- 
l'esciallo d' Ancre e della regina Maria de' Medici, 
(2) fu sul punto di ritornarsene in Italia. Il 24 

(1) Ferrari, Vila (Jel Car. Marinn, op. cit., pag. 25. 

(2) «In segno della stima ch'ella faceva del Marino, incontrandolo per 
la città, non isdi'gnò ben tre fiate di comandare che la sua carrozza si 



— 134 — 
aprile 1617 Concino Concini veniva barbara- 
mente ucciso, per ordine di Luigi XIII, dal 
Vitry, e poco dopo Maria de' Medici doveva- 
cercare la via dell'esilio. (1) Luigi XIII, che 
in quel modo, uscendo di reggenza, assumeva 
il titolo di re di Francia, protesse invece il Ma- 
rino. Intanto la regina madre, dopo essersi riti- 
rata a Blois, rientrava a Parigi alla morte del duca 
di Luynes, favorito del re. (1621) Ed il Marino^ 
clie doveva pubblicare VAdone^ era afflittissimo 
per questi torbidi. « Il mio disgraziato Adone 
credo che sia nato sotto costellazione pessima, 
poiché ogni di non mancano impedimenti e di- 
sturbi, che s'attraversano alla sua pubblicazione. 
Eccoci ora un'altra volta su l'armi, e già tutta 
la Francia è in guerra; onde mi bisogna per 
buon rispetto soprassedere alquanto, ed attendere 
la riuscita di questi rancori, perciocché se le cose 
andassero contrarie per alcuni personaggi che al 
presente sono in favore e in grandezza, sarei co- 
stretto a mutar nel libro molte circostanze par- 
ticolari. » Ed al Ciotti scriveva: «Il mio Adone 
già sarebbe a quest'ora stampato, ma per alcuni 
nuovi accidenti, sono stato costretto a mutare 
tutto un canto intiero, che mi ha dato un gran 
travaglio. » 

Intanto Luigi XIII accresceva sino a duemila 



fermasse, vaga di ragionare con esso lui, e dì onorare in lui nel mede- 
simo tempo, con quello eccesso di cortese benignità, la incomparabile virtù, » 
dice il Ferrari (Vita del Cai: Marino, op. cit.). 
(1) Vedere V Appendice (I). 



— 135 — 

scudi la pensione del Marino, il quale rispondeva 
al Sanvitali, ribattendo alcune accuse che in Italia 
gli venivano mosse: « Duemila scudi di pensione, 
oltre i donativi, ed esser libero da qualsivoglia 
obbligo di corteggio, son condizioni molto ono- 
revoli, e vi Ila in Homa cardinali clie non hanno 
tanto. » Al Sanvitali medesimo poi, il quale lo 
stimolava a cercare in Italia un altro padrone, 
diceva: « Quanto alla mutazione della servitù, 
che mi accennate, per Dio che starei ben fresco 
a voler scendere dal cavallo. Non dico eh 3 il 
Personaggio, di cui si parla, (1) non sia g]'ande 
e degno di Soggetto più eminente di me. Ma 
non mi par che convenga, dopo l'aver servito il 
maggior Re del mondo con condizioni tanto ono- 
revoli, d'impiegar la mia persona altrove. » 

Il Marino, a Parigi, ricco, corteggiato, invi- 
diato, non dimenticava però, come abbiamo detto, 
i suoi amici d'Italia. E scriveva loro continue 
lettere, pregandoli a non dimenticarsi di lui ed 
inviando loro libri e regali. Era poi venuto in 
testa al nostro poeta un' idea curiosissima : rac- 
cogliere una galleria di quadri de' più celebri 
pittori antichi e moderni, ed immortalare questa 
galleria per mezzo di un libro di rime, che de- 
scrivessero le opere d' arte comperate o ricevute 
in dono. Per questo suo lavoro scrisse ai pittori 
più in voga del tempo, quali Pietro Malombra, 
Pier Francesco Morazzoni, Giovanni Valesio, Ber- 

(1) Sarebbe stato Ranuccio Farnese, duca di Parma, secondo quanto 
afferma lo Stigliani in alcune note marginali alle lettere del Marino. 



— 136 — 
nardo Castello, Griacomo Palma, Francesco Maria 
Vanni, Ventura Salimbeni, Lodovico ed Agostino 
Caraccl, Bartolomeo Schidoni, Lucilio Gentiloni, 
Giuseppe d'Arpino, Cristoforo Pomarancio e per- 
sino a Pietro Paolo Rubens, il quale in quel tempo 
era stato cliiamato da Maria de' Medici a dipin- 
gere le volte del Louvre. Con altre lettere pre- 
gava gli amici suoi letterati di mandargli il pro- 
prio ritratto, il quale sarebbe poi comparso nella 
Galleria. Fra gli altri scrisse anche a Lope de 
Vega, il quale tosto l'esaudì, dedicandogli anche 
una commedia, « Vh'tud, Probeza y Mtijer, » che 
accompagnò con questa lettera: (1) 

« Autes que el senor Juan Jacobo Pancirolo, 
Auditor de Monsenor Ilustrisimo Julio Saccetto, 
Nuncio de Su Santidad en estos Eeinos de E- 
spana, me dijese la merced y favor que vuesa 
Seiioria me bacia, el Secretarlo del Duque de 
Monte-Leon en la jornada de Francia me habia 
dado estas nuevas, y de haber conferido con vuesa 
Senoria en Paris algunas cosas acerca de mi per- 
sona y estudios, de que me confieso tan obligado, 
que, a no constar mi sentimiento por escrito en 
algunos mios, hiciera particulares demostraciones 
de la esclavitud y rendimiento en que me ha 
puesto; porque laudari a viri laudato, y ser esti- 
mado de quien todos estiman, es la mayor feli- 
citad que puede adquirir la peregrinacion de los 

(1) Pubblichiamo iuteramente la lettera di Lope de Vega al Marino, 
perchè l'importanza di essa è troppo manifesta per molti punti di vista 
La commedia fu pubblicata nel 1618, insieme ad alcune altre, ed il libro 
fu cbiaraato dcUl'autore : « /,7 Pelrgrino en su patria. » 



— 137 — 
estudios en la opinion extrana de la patria. Y 
siendo vnesa Seiioria en su profesion tan ùnico, 
que los bien nacidos ingenios le conceden el pri- 
mero liigar en toda Italia, y nuestros espanoles 
leen con venerable admiracion la mmensa copia 
de sus escritos en tanfas rimas sacras y huma- 
nas, ^ quien diida que pnede calificar su alabanza, 
graduar su estimacion y defender su juicio? 

« Debe a mi amor y inclinacion vuesa Seiioria 
justamente tanto favor, que liaya tenido desco 
de mi retrato; que puesto que la piuma lo es 
del alma, despues de liaberla leido en el inten- 
dimiento, tengo por honra grande bacer estima- 
cion de Iqs exteriores instrumentos ; y obediente 
•al senor Auditor, dejé copiar a los pinceles de 
Francisco Yaneti, florentin, en estos anos las 
ruinas de los dias al declinar la tarde, cuyas pri- 
meras flores aut morbo aut aetate defior escunt. 
Si ha llegado el lienzo, podrà vuesa Seiioria con 
jucio fisionòmico reconocer fàcilmente si corre- 
sponde a su voluntad quien esas seiias tiene. 
Pregunté al seilor Juan Jacobo si me parecia, y 
respondióme con aquella naturai gracia y afabi- 
lidad de que el cielo dotò su claro entendimiento : 
En Roma os parecerd muclio. Y pues en ella se 
bacia tanta bonra a los libertos, comò consta de 
Ciceron, que puso a Tiron su esciavo el de Marco 
Tulio, baga vuesa Seiioria que le lionren de su 
nombre para confirmacion de la esclavitud que 
reconozco, y en satisfacion de baber puesto el 
de vuesa Seiioria en mi jardin imaginario, im- 



— 138 — 
preso eu la Filomena, que no por eso es de mé- 
nos estimacion, conio las fìguras astronómicas en 
al cielo. Los versos dicen asi: 

Juan Bautista Marino, que enamora 
Las piedras Anfion, es sol del Tasso, 
Si bien el Tasso le sirvió de aurora. 

ISTo Ile querido escribir à vuesa Senoria sin 
ofrecerle alguna parte de las que este libro con- 
tiene, y asi le snplico por todo el amor que me 
ha mostrado y la veneracion y respeto que me 
debe, se digne de acetar en su gracia està co- 
media (humilde ofrenda en el tempio de su cele- 
brado ingenio y insigne nombre), para que, Ue- 
vàndole en la frente, le alaben de bien empleada 
los que la culparen de atrevida. 

En Espaila no se guarda el arte, ya no por 
ignorancia, pues su primeros inventores Rueda 
y Naliarro le guardaban, que apénas ha ochenta 
aùos que pasaron, sino por seguir el estilo mal 
introducido de los que les sucedieron. Los versos 
cortos son castellanos antiguos, no usados en 
Italia, aunque he visto algunos en el Serafino; 
no despreciados de la lengua latina, comò se ve 
en sus himiios. basta o-uardar el rigor de los con- 
soiiantes: dulce y dificultosa composicion, que la 
falta del naturai, que ha de ser el primero fun- 
damento deste edificio, destierra con arrogancia, 
introduciendo eù Espaiia la bàrbara aspereza que 
llaman eulta, por quien la defensa de la lengua 
(cuya gramàtica no sufre estas novedades) me 



. — 139 — 
debe tantas injuras. Quid enim (escribió Cortessio 
a Policiano) voluptatis afferre possnnt ambiguae 
vocabulorum significationes , verba transvers a^ 
abruptae sententiae, structura salebrosa, audax 
translatio nec felix, ac intercisi de industria nu- 
meri?; Qué excelentes palabras! Vale, Antistes 
Musarum et Italiae decus. » 

E. libro usci a Venezia per i tipi del Ciotti; 
ma la Galleria fu stampata malissimo, e lo stesso 
Marino se ne dolse vivamente coll'editore: « Ho 
veduta una parte della Galleria stampata, nelle 
,mani di questo Eccellentissimo Signor Ambascia- 
tore Veneto, a cui è stata mandata di costà; e 
vi giuro che leggendola m' e venuta compassione 
di me stesso, perchè mai ne dalle vostre, né da 
altre stampe è uscito libro più scorretto, e più 
sconcanato di questo. Veramente io non credeva 
che l'opere mie dovessero essere strapazzate a 
questo modo, e non avendo io interesse alcuna 
con voi, non dovevate voi averne tanto con esso 
meco, che non si avesse riguardo alla mia ripu- 
tazione, più che alla mercanzia, almeno nella 
prima impressione. Ma se voi non vi curate del- 
l'onor mio, ne io mi curerò del guadagno vo- 
stro. (1) Io non mi lamento tanto di voi, quanto 

(1) Ed infatti se ne vendicò. Fece stampare nel 1620 la Sampogna a 
Parigi, e vi premesse una lettera al Ciotti stesso, la quale comincia: « Io 
avea pensato di mandar costà a Vinegia molte dell'altre opere mie, men- 
tre qui in Francia si stampano V Adone e la Strage (ìe'fanciuUi innocenti. 
Ma quando io era in procinto d'inviarne alcuna, mi è sopraggiunta la 
Giiììeria da voi stampata si sconciamente, che in leggendola mi è venuta 
pietà di me stesso. » Questa lettera, corretta e mutata in alcune parti, 
noa è che quella da noi citata poco fa. 



— 140 — 
di codesti correttori ignoranti (se pur da alcuno 
sono stati riveduti i fogli) che avendo il mio ori- 
ginale innanzi chiaro e intelligibile, non l'hanno 

saputo ne leggere ne intendere Oggidì la 

stampa s' è ridotta a semplice mercatura, e ne' li- 
brai è tanta l'avidità del guadagno, che pospon- 
gono all'interesse la propria riputazione e quella 
dell'autore. » Ed in un'altra lettera, pure al Ciotti: 
« Ho ricevute le quattro copie della Galleria^ 
che mi avete mandate, e ve ne ringrazio. Ma siate 
sicuro, che quante me ne capiteranno in mano, 
tante ne straccierò in pezzi, o ne butterò al fuoco; 
€ me ne farò prestare a posta dagli amici per ab- 
bruciarle. Io non avrei mai creduto che le cose 
mie dovessero essere assassinate con tanto vitu- 
perio mio e vostro. » 

Dopo poi una seconda e più accurata edizione 
della Galleria^ (1) il Marino si rabboniva, e faceva 
stampare a Venezia, dal Ciotti stesso, la seconda 
edizione della Sampogna, la quale, come stampa, 
è una delle più accurate delle opere del Marino. 

La Galleria è distinta in favole, storie, ritratti, 

(1) In questa seconda edizione, fatta nel 1620, v'è una dichiarazione 
del Ciotti, i-I q^ale dice: « Non nego che il sig. Civaliere non abbia avuto 
<i;ialcho ragione di dolersi, come ha fatto con una lettera, che si vele 
impressa nella sua Smìipugiin; ma non per certo di ascriverne la colpa 
alla poco premura, che io abbia in far correggere le mie stampe, «è al 
risparmio, che io procuri della spesa, che vi bisogna; cs-iendo ciò più 
tosto derivato dalla scarsezza de'biioni correttori, dall'esser stato anch'io 
defraudato della solita accuratezza di chi sovrasta all'opera, et anco dal 
non esser forse in molti luoghi ben aggiustato a penna, et intelligibile 
esso originale. Concedo però all'autorità del sig. Marini, quella risentita 
maniera, con la quale mostra desiderare l'esquisitezza nell' impressione 
delle sue opere, come quelle, che dal suo ingegno hanno ogni desiderata 
perfezione » 



— 141 — 
sculture e capricci. (1) Le favole e le storie sono 
piccoli madrigali, o madriali, come si chiama- 
vano allora, e descrivono un quadro regalato al 
Marino o da lui veduto in qualche gallei'ia di 
quadri principesca. V è Meleagro con Atalanta e 
Leandro morto tra le braccia delle Nereidi^ di 
Pietro Paolo Rubens. Il madrigale che descrive 
il secondo quadro dell' immortale pittore, è bel- 
lissimo: 

Dove, dove portate 
Ninfe del mar nella pietà spieta'e, 
Il feretro funesto 
Del misero d'Abido, 
Cbe l'amoroso foco, e '1 vital lum.e 
Tra le torbide spume insieme ha sp-^nto 
Del vostro crudo, e barbaro elemento '? 
Deh no, perchè di Sesto 

(1) La Galleria del Cavaìier Marino, Di-itinta in Pitture et sculture, in 
Venezia, dal Ciotti, 1818. È dedicata a Carlo Doria, il quale « non solo con 
munifiche spese uè ha ^an (itiantità accumulata (d'opere d'arte) de'più ec- 
cellenti maestri del mondo, ma per nutrire questa bell'arte, con la raccolt.i. 
di diversi giovani studiosi ne ha stabilita un Accademia nella propria casa. « 
Nella prefazione poi, il Marino assicura ch'egli nou ha voluto « comporre ne 
Museo universale sopra tutte le materie, che possono essere rappresentate 
dalla Pittura e dalla Scultura, ma di scherzare intorno ad alcune poche, 
secondo i motivi poetici, che alla giornata gli son venuti in fantasia; nò 
di fare elogi distinti a tutti coloro, che sono de^ni di lode, ma di cele- 
brare gli uomiui più illustri dell'età antica, o de' moderni solamente i 
morti, o de'vivi appena alcuni Principi da lui domesticamente conosciuti 
e alquanto suoi cari e particolari amici, i quali per avere esposte le 
1 )ro fatiche alla pubblica luce, sono noti per fama, e le cui immagini gli 
sono state in effetto da essi medesimi donate; et sebbene di queste pare 
che molti ve ne manchino, vuoisi nondimeno considerare, che parte di 
essi ne sono stati da lui lodati in altre opere già stampate, et parte an- 
cora ne saranno aggiunti in questa di mano lu mano nelle seguenti im- 
pressioni, quando uscirà poi istoriata, et ornata di ficjure, poiché non si 
ò potuto al tutto supplire appieno in una volta. » Questa nuova edizione 
della Galleria, istoriata ed ornata di figure, non venne mai alla luce. 



— 142 — 
Esporlo essangue al Lido, 
E l'ai" che sia da la sua Donna scorto, 
Eia maggior crudeltà, c'haverlo morto. 

Di Guido Reni il poeta rammenta Calisto^ Apollo 
con Dafne^ David con la testa di Golia, la Strage 
degl' Innocenti] del Caracci la meravigliosa Ga- 
latea nell'atto di esser sorpresa da Polifemo. 

Esalava in sospir l'aspro tormento 
Mongibello animato. Isola viva, 
Polifemo il feroce ; e 'n su la riva 
A la grand'ombra sua pascea l'armento ; 

Quando tenendo il fiero lume intento 
A la ninfa crudele, e fuggitiva. 
Quella, che '1 gran Caracci coloriva. 
Vide apparir sovra '1 tranquillo ai'gento. 

Onde di doppio foco acceso il petto 
Disse alternando a le sembianze sue, 
Quinci, e quindi confuso il dubbio affetto. 

Deh cessa Amor le maraviglie tue, 
Poiché s'occhi non ho per un oggetto, 
Cora'esser può, ch'io ne sostenga due? 

Notevole è pure il madrigale in lode del quadro 
d'Ambrogio Figinio, clie rappresenta Ercole con 
Anteo. 

Anteo svelto da terra 

Tra le braccia sospende 

L* invitto Alcide, e con tal forza il prende, 

Che de l'aura vital la via gli serra : 

Fìyin, con simil guerra 

De l'indomito senso, e ribellante 



— 143 — 

La superbia arrogante, 

Ch'ognor cade, e risorge, e l'armi tratta, 

La Spirto in noi vittorioso abbatta. 

E di Guido Reni, che dipinge « La Strage 
de' fanciulli innocenti », il Marino dice: 

Che fai Guido? che fai? 
La man, cbe forme angeliche dipigne, 
Tratta or' opre sanguigne? 
Non vedi tu, che mentre il sanguinoso 
Stuol de' fanciulli ravvivando vai. 
Nova morte gli dai? 
E ne la crudeltate ancor pietoso 
Fabbro gentil, ben sai, 
Ch'ancor tragico caso è caro oggetto, 
E che spesso l'orror va col diletto. 

E in questo madrigale il principio, come ve- 
diamo, è rettorico ; ma termina bene, perchè le 
antitesi, specialmente dei due ultimi versi, sono 
vere ed eiììcaci. 

I ritratti, che sono circa quattrocento, in forma 
di sonetti ed ottave, rappresentano i personaggi ce- 
lebri dell'antichità e i contemporanei. Vengono in 
prima linea i Principi, Capitani ed Eroi, da Mosè 
a Don Virginio Orsini duca di Bracciano, e tra 
questi v' è Artù, Carlomagno, Orlando, Goffredo 
de Bouillon, Tancredi, Giorgio Scanderbegh, Carlo 
V, Francesco I, Filippo II e III, Don Giovanni 
d'Austria, Sebastiano re di Portogallo, Emanuele 
Filiberto, Cristoforo Colombo, il duca d' Alba, 
Enrico IV, Luigi XIII, Francesco di Lorena duca 



— lu- 
di Guisa, Anna di Montemorency Grran Conte- 
stabile di Francia, il vincitore della giornata di 
Ravenna, il maresciallo di Lesdiguières, Carlo 
Emanuele di Savoia, Alessandro Farnese e tanti 
altri. 

A costoro succedono i tiranni, i corsari, gli 
scellerati d' ogni specie : Serse^ Oreste, Nerone, 
Siila, Mario, Erode, Attila, Totila, Gano di Ma- 
ganza, (1) Dragutte e Drake il celebre corsaro in- 
glese. Poi vengono i papi ed i cardinali, da 
Leone X al Cardinale Duperron; i padri santi e 
i teologi, da S. Basilio al beato Ignazio Loyola ; 
(2) i negromanti e gli eretici, da Simon Mago a 
Filippo Melanchton; gli oratori ed i predicatori da 
Demostene ad Innocenzo Cibo; i filosofi e gli 
umanisti da Esopo Frigio a Giacomo Mazzoni; 
gli storici da Cornelio Tacito a Francesco Guic- 
ciardini; i giureconsulti ed i medici da Ulpiano 
ad Ippocrate; i matematici e gli astrologi da Ar- 
cliimede a Giovanni Battista Della Porta; i poeti, 

(1) Crediamo utile riportare /l ritratto di Gano di Maganza, perchè 
tutto quanto si può trovare sul traditore di Carlo Magno, può essere og- 
getto di speciale attenzione per gli ajjpassionati critici dell' epopea. Il 
Marino adunque scrive: 

Traditor si fellone, 
Sì disleale e si spergiuro io fui, 
Che per tradire altrui 
Non pur fede, pietà, legge, e ragione; 
Jla con gl'inganni miei, 
Tradito ancora il tradimento avrei. 
Pensai perfido spesso 
Tradire ajco me stesso; 
Ma non volsi poi farlo 
Per tradir Francia, i Paladini, e Carlo 

(2) Nel lt)l8 Don Ignacio de Loyola non era stato ancora santificato 



— 145 — 
greci latini e volgari; i pittori e gli scultori; i 
ritratti burleschi, nei quali il poeta raffigura Teofìlo 
Folengo, Luigi Pulci, Francesco Berni e Cesare 
Caporali ; vengono in ultimo le donne, divise in 
beile, caste, magnanime, impudiclie, scellerate, 
bellicose e virtuose. È insomma una scorsa clie 
si fa nel campo della storia, della favola e 
della superstizione; lanterna magica curiosissima 
ed interessantissima, che vi ritrae fedelmente il 
pensiero morale, religioso e politico dell' artista. 
Il Marino si serve della sua inesauribile vena 
poetica per ritrarre personaggi storici, alcuni fe- 
delmente, altri seguendo la corrente intellettiva 
del Seicento, ed il resto infine per fare alcune 
sue vendette private. I personaggi, il più delle 
volte, parlano essi stessi ne' ritratti, ed in modo, 
cbe si rendono subito riconoscibili. Enrico IV, 
quando vien pugnalato dal Eavaillac, dice: 

Villana mano infame, 

Quand' io l'armi stringea per far' a Cristo 

Di novi mondi acquisto 

Ruppe il mio regio stame. 

La nemica paura 

Ordì questa congiura. 

Chi per valor di spada 

Cader non può, di tradimento cada. 

Degna di nota è la parte religiosa dei ritratti, 
dove Calvino, Martin Lutero, Erasmo di Eotter- 
dam, Teodoro di Bèze e Filippo Melancliton sono 
ritratti in modo veramente obbrobrioso. Calvino è 



— 146 — 
Quel gran nemico del Romano impero, 
Ebro. che gonfio di furor di vino, 
Predicando, e scrivendo offese il vero : 

Queir uom di cor diabolico, e ferino, 
Eubello a Cristo, e contumace a Piero : 

Lutero è « una volpe maligna, un lupo fellone, 
un corvo immondo, clie uscito dall'arca si nutre 
di putrida esca, (1) una perfida iena, una iniqua 
aragna, una rana loquace. » Ed al colmo della col- 
lera gli domanda: 

Pitou cbe "1 mondo ammorbi, Idi'a ferace 
Di mille avide teste, ahi come ardisci 
Sotto aspetto vezzoso esser vorace? 

Erasmo, pel quale il poeta lia un poco di sim- 
patia, la quale trova la sua giustificazione nel 
terzo idillio della Sampogna, idillio che noi ben 
presto dovremo esaminare, il Marino non sa come 
cliiamarlo, dottore o seduttore. 

Maestro rio d'abominabil' arte. 
Falso Profeta, entro i cui spirti accensi 

(1) L'Arca qui, pel poeta, sarebbe la chiesa cattolica; ed allora, di' 
clamo noi, quale sarà la n putrid' esca » se non le dottrine dell'umane- 
simo ? Crediamo poi qui utile di trascrivere un' ottava satirica, da noi 
trovata in un manoscritto della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele 
di Roma, e che crediamo sia inedita : 

Luther, Viret, Bèze, et Calvin 

Ont renversé l'esprit Divin, 

Hèze, Calvin, Luther, Viret 

Croyent aultant Christ que Mahomet, 

Calvin, Luther, Viret, et Bèze, 

Ont mis tout le monde à mal aise, 

Bèze, Viret, Calvin, et Luther 

£t leurs livres iront à l'eufer* 



— 147 — 

Sol di zelo infernal, tutto contiensi, 
Quanto dal vero s'allontana, e parte. 

Tu mostrar' il sentier, eh' al Ciel conduce, 
Guida fallace ? e tu per via secura 
Scorgere i ciechi, assai più cieco Duce? 

Che vai candido inchiostro, e fede impura? 
Ombra nel core, e ne l'ingegno luce? 
Scienza chiara, e coscienza oscura ? 

I ritratti de' poeti greci, latini e volgari sono 
-aneli' essi della massima importanza, e studiati 
in modo speciale dall'autore, perchè di una grande 
verità, e fanno prova del come il Marino stu- 
diasse i classici. Quelli di Tito Lucrezio Caro e 
di Virgilio, tra i latini, sono senza dubbio i mi- 
gliori. Il primo parla per conto proprio: 

Gli effetti di Natura, 
E i secreti del Ciel seppi, e cantai, 
E la mia penna oscura 
Con la luce del nome immortalai. 
Ma la vita futura 
Incredulo filosofo negai. 
Tutto intesi, e spiai. 

Ma piti scernendo assai lunga, che presso. 
Tutto conobbi al fin, fuor che me stesso. 

Del secondo il Marino dice: 

A le selve il Pastore, 

A le ville il Cultore, a l'armi il Duce 

Ammaestrò; ma finalmente il fine 

Di tante opre divine 

È terra, è polve, è fumo, è ombra, è nulla. 



— 148 — 

De l'urna, e de la culla 

"Fanno il Mincio, e '1 Sebeto eterna fede, 

Mantoa diello a la luce, 

Partenope il possiede. 

E ben la morte al suo natal conviene, 

Nasce tra' Cigni, e muor tra le Sirene. (1) 

Tra i poeti volgari, sono delineati mirabilmente 
i ritratti per Dante, per il Petrarca, per l'Ariosto 
e pel Tasso. Il Marino, che fu amico del cantor 
della Gerusalemme^ dovette anche lui riconoscere 
che lo sfortunatissimo poeta non avea equilibrate 
tutte le facoltà mentali. Nei ritratti gli fa dire: 

Forte destini Per imitar cantando 
L'ingegnoso Ariosto, io venni a farmi 
Imitator del forsennato Orlando. 

E davanti alla tomba negletta del poeta, il 
Marino non può fare a meno di rimproverare 
agi' italiani tanta ingratitudine : 

Cosi ti giaci senz" onor di tomba 
In povero terren nudo di marmi. 
Sonator de la più chiara tromba, 
Che spiegasse giammai sublimi carmi? 

In cotal guisa il cener sacro accoglie? 
Questi sono i trofei? la pompa è questa, 
Ch' a le tue degne, e gloriose spoglie 
Roma superba ingratamente appresta? 

E dove in laude di sì nobil' ossa 

(1) Cfr. il sonetto di Torquato Tasso « A Napoli e a Bergamo : » 
Mori Virgilio in grembo alle Sirene 
Nacque tra' Cigni 



— 149 — 
Son l'auree note, e le tabelle appese ? 
E dove intorno a la famosa fossa 
Le ricche statue, e le facelle accese? 

Ahi che se valor tanto urna non serra, 
Ben' è ragion, n'era incapace un sasso; 
Poiché sepolcro alcun non ha la terra, 
Che sia bastante a seppellire il Tasso. 

L'Aretino e il Franco occupano anch' essi il 
loro posto nella Galleria; il primo è ritratto dal 
Marino in modo abbastanza lusinghiero, essendo 
rappresentato come un « saettatore del vizio, » e 
Tin « flagello de' j^rìncipi, » e come colui clie sco- 
pre altrui 

il ver chiaro, e distinto: 

De la mia penna al moto il Vizio trema, 
Ferite (o Grandi) il corpo a VAreiino, 
Pur che viva la lingua il mondo tema. 

Del secondo il poeta lamenta l'atroce fine che 
fece sul patibolo per lui innalzato davanti a Ca- 
stel S. Angelo; al Galilei poi il Marino assegna 
un posto notevolissimo fra i ritratti, paragonan- 
dolo ad Argo ed a Colombo ; poi gli dice : 

Ma tu maggior del primo, e del secondo, ' 
I campi inaccessibili, e remoti 
Gisti a spiar de lo stellato mondo. 

Ed internato in que' recessi ignoti, 
Trovar sapesti entro il suo sen profondo 
Novi orbi, novi lumi, e novi moti. (1) 

(1) In que' tempi Galileo Galilei sapientemente applicava all'astrono- 
tnia la fortunata quanto fortuita scoperta del maestro d'occhiali fiammingo. 



_ 150 — 

La parte dedicata alle sculture segue lo stesso 
ordine di quella delle pitture. E divisa in statue, 
rilievi, modelli e medaglie, in tutto settantasette 
tra sonetti e madrigali, dedicati al marchese 
Luigi Centurioni. Di importante però in queste 
ultime rime, non si riscontra che un madrigale 
indirizzato al duca di Savoia, in lode della gal- 
leria, da lui formata in Torino, d' opere d' arte 
antica pregevolissime. 

Opra certo è, Signor, di te ben degna 

Uscir del secol prisco in chiusa parte 

Le reliquie cadute, 

Le memorie perdute ; 

E raccolte dal suolo 

Kotte da gli anni, antiche statue, e sparte, 

Sovra sostegni alteri 

Rendere ai tronchi busti i capi interi. 

Questo sol, questo solo 

A' tuoi fatti mancava, ed a' miei carmi ; 

Esser largo, e pietoso ancora ai marmi. 

La Galleria del Marino divenne in breve pò-- 
polare in Italia, dove qualche scrittore lo accu- 
sava di aver tradotto alcuni epitafìos di Lope de 
Vega in versi italiani, e di averli fatti passare 
per suoi. Infatti alcuni ritratti eili copiò fedelissi-- 
mamente, salvo poi a non confessare che non era 
farina del suo sacco. (1) 



(1) Il Jlarino ebbe senza dubbio presente l'edizione dello rime di 
Lope de Vega dell'anno 1614 (IMmas de Lope de Vega Carpio, aora de 
nuevo auadidas con el nuevo arte de hazer Comedias deste tieinpo, alio- 



— 161 — 
Il Marino cosi La fatto il ritratto di Fran- 
cesco I. 

Ecco un Gigante forte 
Un Lume della guerra, 
Un Nume della terra. 
Un Encelado in morte, 
Un re Francesco in vita. 
Un re, che '1 mondo addita 
Emulo del gran Carlo, 
Che ben seppe agguagliarlo 
Ne' gesti, e ne le gloi'ie, 
Se non nelle vittorie, 
Però eh' ebbe minore 
Sorte sì, non valore. 

E Lope de Vega: 

Este funebre obelisco 

Detiene un Gigante fuerte. 

Un Encelado en la muerte, 

Y en la vida un rey Francisco. 

Un emulo de las glorias 

De Carlos con pecho tal 

Que fué à su valor igual 

Si non lo fué à sus victorias. 

Di Giovanni d'Austria il Marino dice 

Giovinetto eh' altero 
Di tante palme, e tante 

1614, Madrid.) Lope de Vega fu, a sua volta, fervente ammiratore del 
Marino e grande detrattore della sua fama. Il Marino poi cercò discol- 
parsi dalle accuse di plagiario, che gli venivan dirette, con la lettera che 
premise alla Sa»ipogiia. 



— 152 — 

Scopri in fronte superba umil sembiante ; 

Dimmi quai Templi edificò Ubero? 

Quai statue eccelse a la tua gloria eresse? 

Dirai, l'opre mie stesse 

Sono il mio Tempio vero, 

E Statua assai più stabile, cbe sasso 

È la fama, eh' io lasso. 

Lope de Yega avea detto egualmente 

Tu, que con tan alta gloria 
Yace tan bùmilde aqui, 
6 Qué tempio, qué estatua, di, 
Se levanta en tu memoria ? 
Qué ai'oma en humo derrama 
Espana al nombre que cobras? 
— Mi tempio fueran mis obras, 
Mi estatua ha sido mi fama. 

Air infelice re di Portogallo, Don Sebastiano, 
il Marino mette in bocca questo lamento: 

Fu la mia morte acerba, ed immatura 
Del mio regno agitato eterna guerra, 
Incerta pietra, e dubbia sepoltura 
L'ossa, e '1 cenere mio nasconde, e serra: 
Ma Don nasconde me una morte oscura. 
Chiaro son troppo a l'Africana ten-a. 
Copra pur terra, o mare il corpo mio, 
Dov' è la fama mia, colà son" io. 

E Lope de Yega: 

Dudosa pietra me encierra. 
Si no es arena africana. 



- 153 — 

Siendo mi muerte tempiana 
De mi reino eterna fama. 
Mi vida parece llama 
Mi fama parece enima ; 
Pero tierra f mar me oprima 
Yo estoy donde està mi fama. 

Intanto la fama del poeta s'allargava sensi- 
bilmente, e i maggiori poeti ed artisti d'Europa 
facevano a gara nell'adularlo ; Lope de Vega, 
come abbiam detto, gli dedicava una sua com- 
media: « Virtud probeza 1/ miijer » e gì' inviava 
il proprio ritratto (1) ; il cardinale Guido Benti- 
voglio gli scriveva da Melun una lettera, congra- 
tulandosi con lui per la mirabile fattura della 
Sampogna. la quale poi in tutte le principali 
città d'Italia era stata ricevuta con grande ap- 
plauso (2). 

(1) Lope de Vega, morto il Marino, in un sonetto lo paragonava a 
Rubens, il grande pittore olandese, cbe allora era in Ispagna (1626) e in 
casa del quale, ad Anversa, moriva la grande protettrice del Marino, 
Maria de'Mediei. Ecco il sonetto : 

Dos cosas despertaron mi^ antnjos, 
Extranjeras no al alma, a los sentido»: 
Marino, gran pintor de los oidos, 
Y Rubens, gran poeta de los ojos ; 

Marino, féuix ya de bus despojos, 
Yace en Italia, resistendo olvidos ; 
Rubens, los héroes del pincel vencidos, 
De gloria à Fiandra y a la envidia enojos. 

Mas ni de aquel la piuma ó la destreza 
Deste con el pincel piutar pudieran 
Un hombre, que pudiendo, a nadie ayada ; 

Porque es tan desigual naturaleza, 
Que mando à retratalle se atrevieran, 
Ser hombre ò iiera les pusiera eu duda. 

(2) Lettere del Cai). Marino, pag. 61. 



— 154 — 

Il marchese d'Urfè, Fautore àeìV Astrée^ Van- 
gelas, Brussiu, traducevano in gran parte le sue 
composizioni poetiche; e Giulio Mazarino « tor- 
rente d'eloquenza e specchio di bontà, nell'ultima 
parte d'un suo miserere, s'abbassò a comprovare 
molte sue proposizioni » con le sentenze de' versi 
del Marino (i). Ed ai molti invidiosi della sua 
fortuna, rispondeva con la nobilissima lettera di- 
retta a' suoi amici d' Italia, l'Achillini ed il Preti, 
lettera che il poeta chiude cosi: 

« Il continuo corso de' miei vari e fortunevoli 
accidenti crederei oggimai, che bastasse a farmi 
degno d'esser più compatito, che invidiato; e 
sarebbe pietà il considerare, che se fra tanti 
moti, pericoli, e travagli qualche cosa ho pur 
fatta, ho fatto oltre il possibile del poter mio. 
Ne il vulgo dei poeti correnti dovrebbe con tante 
persecuzioni calunniarmi, avendo più tosto occa- 
sione d'amarmi, se non per altro, almeno per aver 
io portate le Muse Toscane di qua dall'Alpi, ed 
introdottele nelle camere reali ; e per aver fatto 
oltracciò al lauro, eh' è pianta infeconda, invece 
di coccole produrre scudi al sole, che ben del 
sole meritano il nome, poiché a sostentamento 
de' signori d'Apollo si dispensano. » 

Avea 2)0Ì acquistato una certa agiatezza, la 
quale gli permetteva d'inviare in Italia del da- 
naro, allo scopo di comperare a Napoli una villa, 
dove passare il resto de'suoi giorni. 

(1) Questo predicatore non deve coiifondcisi coH'omonimo cardinale, 
il quale, in quel tempo, appena diciottenne, studiava nel Collegio Romano. 



— 155 — 

« Mi trovò, la Dio mercè, scrive al Sanvitali, 
quattordicimila scudi in contanti su i bandii di 
Napoli; e qui n'iio da buttar via e da donarne 
agli amici. » 

A Parigi godeva presso i Francesi di una fama 
grandissima. Saint - Amant, 1' autore dell' idillio 
eroico il « Moisé sauvé », Tliéophyle de Yiau, il 
poeta disgraziato, ch'ebbe vita tanto avventurosa, 
Vaugelas, Volture, Cottin e tanti altri, seguivano 
con ardore la sua maniera di poetare. (1) Però 
il gran retore francese, il demolitore della Plèiade 
francese^ Francesco Mallierbe, era invidioso della 
sua fama ; ed il poeta napolitano se ne vendicava 
dicendo: « qu'il n'avoit jamais vu d'bomme plus 
liumide, ni de poète plus sec. » (2) I librai pa- 
rigini gli offrivano buonissime occasioni, ma il 
Marino le rifiutava tutte. « Qui m'hanno fatto 
gran partiti i librai, ma io per grazia di Dio 
non ho necessità, né in queste materie ho inte- 
resse alcuno se non che le impressioni riescan 
ben corrette. (3) 

(1) Il Marino, quando era in Roma, indirizzava a Mathurin Rógnier il 
s onetto : 

Mentre ch'a pie de la famosa Ardenua 
Ranier, cantando in dolce stil ti stai, 
Ond'ad Arno, ed a Sorga invidia omai 
Più non hanno a portar Durenza e Senna. 

(2) Talleraent des Réaux, Histc-leltes, Voi. 1, pag. 244. Del resto 
Jlalherbe odiava iu generale gl'italiani. « Les Italiens, dice Tallement, 
ne lui revenoient point ; il disoit que les sonnets de Pétrarque étoient à 
la grecque (sic) aussi bien que les épigrammes de Mademoiselle de Gour- 
nay (figliana di Montaigne). De lous leurs ouvrages 11 ne pouvait souf- 
frir que VAmhite dii Tasse. » Questo annedoto ci vien anche riportato dal 
Racan, discepolo del Malherbe. 

(3) Lettere del cav. Marino, pag. 131. 



— 156 — 

Insomma in questa pace ed agiatezza, accla- 
mato, lodato e udito religiosamente dai letterati 
di tutte le nazioni, viveva un poeta, che spessis- 
simo dimenticava la sua professione, per esercitare 
quella del cortigiano, più furbo che abbia esi- 
stito mai. Non ostante le terribili agitazioni civili 
della Francia, il Marino s'era saputo cosi bene 
equilibrare, da cattivarsi la benevola protezione 
di Luigi XIII, divenuto nemico acerrimo della 
madre Maria de'Medici. Questo re di Francia, 
di carattere originale ed eccentrico, s'intratte- 
neva volentieri col poeta leggermente sarcastico e 
motteggevole ed alieno dalle grandi passioni, e le 
sue liriche, piene d'ingenua sensualità, risveglia- 
vano nell'animo del re sogni ed ebbrezze ignote 
a quell'arido cuore d'asceta. 

Tipo veramente curioso questo re di Francia^ 
sul quale si sono rivolti gli sguardi di molti ed 
illustri storici, senza poter però dare di lui un 
giudizio sicuro. Luigi XIII fu per diciassette 
anni un fanciullo. Aifermò la sua volontà con 
un atto arditissimo: l'assassinio di Concino Con- 
cini. Ma poi ricadde nelle mani del Luynes, che 
successe al maresciallo d'Ancre, ed in seguito in 
quelle del Richelieu. 

Luigi XIII fu uno di quegli uomini impene- 
trabili, che passano nella storia ravvolti in un 
manto di misterioso silenzio; la freddezza e la 
taciturnità, che in un principe sono spesso qua- 
lità politiche, non erano in lui che condizioni 
naturali del carattere e dell'umore. « Ses amours 



— 157 — 
dice mastro Tallemant sieur des Réaux, étoient 
d'estranges aniours ; il n'avoit rien d'un amou- 
reax que la jalousie. » Luigi XIII insomma è 
curioso ad osservare, a ricercare e ad analizzare 
in tutto. (1) 

E certamente il nostro poeta, che, vivente il 
Concini, godeva di tutta la sua fiducia, fece sfoggio 
di molta abilità per entrare nelle grazie del figlio 
di Enrico IV. Giacché tutti i favoriti del morto 
maresciallo, o furono imprigionati, o si salvarono 
colla fuga. Il Marino invece, nella maniera clie 
presto conosceremo, divenne invece un personag- 
gio molto importante nella nuova corte. 

Ed ora diciamo qualche cosa della Sampogna^ 
composta di idilli e di egloghe ad imitazione di 
Virgilio e di Claudiano. Nella dedica assicura 
essere stato lui « il ritrovatore e l' introduci- 
tore di questa specie di componimento poetico 
nella nostra lingua » ; ed aggiunge : « Mi son 
lasciato nondimeno prevenire da molti peregrini 
ingegni; i quali ne hanno poi ripiene le carte; » 
e giustifica che i suoi idilli, primi ad essere 
composti, sono stati poi gli ultimi a venire alla 
luce, perchè sbalestrato ora in una, ora in altra 
parte dalla fortuna, si ritrovava fuori di patria. » 

Dice il De Sanctis, che l'ideale del Marino fu l'i- 
dillio ; « una vita convenzionale, mitologica, amo- 

(1) Sopra il morale di questo re di Francia, non abbiamo che a ri- 
portare il lettore al libro di Armando Baschet, benemerito veramente 
dell'Italia per le sue accuratissime ricerche storiche e letterarie, intitolato: 
Le Eoi chez la Heine ou histoife secrète du mariage de Louis XIII et 
d'Anne d'Autriche, Paris, 1866, 



— 153 — 
rosa, allegrata dal riso del cielo e della terra, » 
ed infatti tutte le sue creazioni sono inspirate 
al sentimento idilliaco, che gli permette di estrin- 
secare l'immaginazione sua ardente e sensuale, 
sia pure l'ambiente pastorale e mitologico ; quindi 
ne vien di conseguenza clie sono migliori, per 
composizione e per sentimento, quegl' idilli ove 
la passione amorosa ha campo di estendersi. 

Grl' idilli composti dal Marino furono da lui 
divisi in favolosi ed in pastorali. I primi sono 
otto, Orfeo^ Atteone, Arianna, Europa^ Proserpina, 
Dafne^ Siringa, Pìramo e Tisbe. Il Marino man- 
tiene l'idillio favoloso secondo il concetto origi- 
nario, e perciò alcuni di questi sono poemetti lirici, 
come Piramo e Tisbe ed Europa, dei quali l'uno è 
una specie di novella milesia sugli amori sventurati 
di Piramo e Tisbe, amori che come sappiamo ricor- 
dano quelli di Giulietta e Romeo ; e l'altro il rapi- 
mento di Europa, che ispirò, a tanti poeti da Orazio 
al Monti, versi lirici appassionatissimi, il poeta 
ampliò considerevolmente, ponendo in bocca alla 
rapita fanciulla lamenti strazianti. 

Due degli idilli del Marino vennero alla luce 
prima che il Marino pubblicasse la Sampogna. 
L'uno è il Rapimento d'Europa, che j^oi fu in- 
serito come quarto idillio favoloso nella Sampogna 
ed usci anche in una raccolta che fece il Bidelli 
di Milano (1) degli idilli di alcuni poeti: quali 

(1) GV kìilli di (licersi ingegni illustri del secolo nostro, nuovamente 
raccolti da Giov. Balt. Bidelli, insieme aggiuntovi alcuni non piìt veduti, 
in Milano, appresso Gio. Batt. Bidelli, 16X8. 

Alcuni idilli favolosi, come Priamo e Tisbe, e parte dell' Orfeo, del- 



— 159 — 
il Preti, l'Acliillini ed il Campeggi; l'altro, « Il 
Testamento Amoroso^ » è un idillio pastorale e 
non lo troviamo più in nessun altra edizione di 
idilli marineschi, neanche nell'edizione della Sam- 
pogna del 1667, dove sono aggiunte molte altre 
composizioni del poeta, e vengono ciiiamate « Ri- 
me boscherecce ». 

Il « Testamento Amoroso » è compreso in una 
raccolta di poesie del Marino, che usci in Mace- 
rata nel 1614, (1) cioè quando il Marino era sulle 
mosse per partire alla volta di Francia. Ed a noi 
reca grande meraviglia che questo idillio non 
sia stato mai più stampato, sebbene non manchi 
di quel colorito caldo e appassionato proprio della 
fantasia del nostro poeta ; ha poi di nuovo, che 
fa singolare riscontro con gli altri idilli seicentisti, 
nei quali chi soffre è sempre il pastore, costretto 
ad implorare l'amore della ninfa scettica ed avara. 

Lilla, amante non riamata di Lidio, s'apre la 
vena del cuore, e, col sangue che esce dalla ferita, 
sopra un candido foglio, fa il suo testamento amo- 
roso; poi muore, benedicendo il suo amante che 
è lungi da lei. (2) Questo è brevemente il sunto 



V Arianna e AéìV Atteonti hanno il verso che i poeti spagnoli introdussero 
nel romancero. Dice il Claretti che gì' idilli composti dal Marino dove- 
vano essere quaranta o cinquanta. 

(1) Nuove Poesie del Cavalier Marino, in Macerata, appresso Bastiano 
Martellini M.DC.XIIII. Questo volume di poesie contiene : Il ritratto del 
Sireiiitisimo Signor Duca di Savoia, il Tebro Festante, il Rapimento d'Eu- 
ropa, il Testamento Amoroso, Lidia Abbandonata, i Sospiri, L' Amante 
Messaggiero, ed un. epitalamio per le nozze del Principe di Stigliano. 

(2) Noi non esitiamo a riconoscere qualche cosa di soggettivo nell'a- 
zione di quest'idillio. 



— 160 — 
dell' idillio, il quale è come un testamento che 
il Marino lascia per gli amori di lui contratti in 
Italia. 

Come tutte le liriche del Marino, anche la Sam- 
pogna canta 1' amore ; qui anzi il poeta ha potuto 
fare sfoggio della sua voluttuosa fantasia, la quale 
« non è il vivo sentimento della natura del Poli- 
ziano, del Fontano e del Sannazaro, ma è un 
brivido di sensualità; » è l'ingenua espressione 
del poeta erotico, il quale vi ripete sempre, con 
strana insistenza; 

Amor fu mio maestro, appresi amando 
A scriver poscia ed a cantar l'Amore. 

E dico ingenua espressione del poeta erotico, 
perchè di£6cilmente nella Sampogna, e la mede- 
sima cosa diciamo in generale di tutt.e le liriche 
del Marino, il poeta descrive cose lubriche pen- 
satamente; per cui il lettore della Sampogna non 
stanca mai, ne il sentimento, ne l'attenzione. Gli 
idilli del Marino, sono, se vogliamo, macchinette 
mitologiche, come disse il De Sanctis, ma se sono 
macchinette, queste sono state fabbricate da un 
artista ingegnoso, il quale si fa leggere e volen- 
tieri. Perchè uno dei maggiori meriti del Marino 
è, a nostro credere, quello di rendere nuovo ciò 
che è passato in disuso, assicurando, il più delle 
volte, essere di sua invenzione la materia jjrima 
di quanto dà a leggere. 

Questo è del resto il giudizio che lo stesso Ma- 
rino dà delle sue liriche. « Per quel che concerne i 



— 161 — 

particolari, scrive all' Achillini, nella famosa lettera 
cli'egli premise alla Sampogna, non nego d'aver 
imitato alle volte, anzi sempre in quello i stesso 
modo (se non erro) che hanno fatto i migliori 
antichi, e i più famosi moderni, dando nuova 
forma alle cose vecchie, o vestendo di vecchia 
maniera le cose nuove. » 

E nella prefazione della Lira : « Non si nega, 
che quasi tutti i Poeti tanto anticlii, quanto mo- 
derni, eziandio i più eccellenti, non abbiano usato 
di rubarsi l'un l'altro, e troppo sarebbe chi vo- 
lesse fame minuto racconto. Ma chi ruba, e non 
sa nascondere il suo furto, merita il capestro; e 
bisogna saper ritignere d'altro colore il dra^Dpo 
della spoglia rubata, acciò che non sia con faci- 
lità riconosciuto. » 

La Sampogna poi è il primo passo del poeta 
nel dramma pastorale; ed egli spingerà la sua 
smania di comporre idilli favolosi sino a imma- 
ginare quell'insieme di azioni mitologiche, tessute 
senza un ordine stabilito, che poi sarà l' Adone. 
Perchè negl'idilli che comporranno il poema, la 
forma pastorale di Teocrito non entrerà affatto, 
essendo la materia ch'egli tratta un mondo mi- 
tologico nel solo argomento, e moderno, se non 
contemporaneo, nella esposizione dei fatti ; perchè 
la maggior parte delle descrizioni, ed alcuni degli 
episodi, sono ricavati dalle vicende dei tempi. 

Il Marino ebbe idee originali nella composizione 
degli idilli pastorali. Il sentimento amoroso, sen- 
suale, per meglio dire, in essi entra in copia 



— 162 — 
si grande, che cancella ogni parvenza bucolica. 
L'amore teocriteo sparisce interamente, perchè 
nel poeta pastorale greco la donna è una figura 
cosi semplice e delicata, che a prima vista si 
crede sia incapace di grandi passioni ; anzi ha 
una qua! certa grossolanità di modi, per cui si 
pensa che Teocrito niente o poco curasse ne' suoi 
idilli il sentimento dell'amore, anzi si può affer- 
mare che non lo conoscesse. Egli, del resto, in- 
namoratosi del gran quadro della natura, ha de- 
scritto ingenuamente tutti gli usi de' pastori e 
i loro veri costumi, componendo, per tal modo, un 
quadro fedelmente storico sugli usi pastorali. Fin 
in Virgilio, che, come da se stesso osserva, fu il 
primo dei latini a scrivere di cose pastorali, il sen- 
timento dell'amore entra come di straforo, in nes- 
suna delle egloghe virgiliane essendo rappresen- 
tata la donna. Anche nelle egloghe del sommo poeta 
latino v' è contemplazione serena de' fenomeni 
della natura essenzialmente, se si eccettua la velata 
allusione, che in esse il poeta fa, della sua vita o 
delle gesta de' suoi protettori. Ma la decadenza 
della coltura latina, portava un notevole cambia- 
mento nell'indirizzo dato alla poesia pastorale, 
che subiva anch' essa 1" influenza dell' abbassa- 
mento della moralità nei popoli, e veniva man 
mano corrompendosi, perdendo quella ingenua sem- 
plicità che le stava cosi bene. Cosi la vita sensuale 
cittadina entrava nella vita pastorale, alterando 
sensibilmente lo spirito di quella poesia. 

La quale, quando col Rinascimento venne ri- 



— 163 — 
messa in uso, ed ebbe per primi cultori Dante, il 
Boccaccio e il Petrarca, si vide a vicenda colti- 
vata secondo il gusto virgiliano, e secondo quello 
■di Stazio e di Claudiano. Alla prima scuola ap- 
partengono il Baldi, il quale più di tutti si ac- 
costa a Virgilio, il Rota ed altri. Della seconda 
sono campioni Jacopo Sannazaro, Torquato Tasso, 
Griainbattista Guarini, e si giunge sino al Ma- 
rino; pel quale l'ambiente pastorale non è che 
secondario e forse inutile. Nei suoi idilli la sola 
nota dominante è l' amore sensuale e sjDOglio 
■d'ogni freno rettorico. (i) 

S' io dicessi, che pieno 
È d'Amor ruuiverso, e chAmor solo 
Tra le catene sue costringe i Cieli, 
E cliAmor move il Sole, e che le stelle 
Ardon dAmore anch'elle, 
Sì come astratte cose. 

Ecco quanto il Marino ci dà per precetto nella 
sua poesia pastorale ; la quale non è, per il poeta, 
descrizione minuta e semplice d'un mondo primi- 
tivo, nella vita e nel cuore, ma aspirazione ed 



(1) Troppo lungo sarebbe voler notare tutte le definizioni che il Ma- 
rino dà dell'amor'?. Eccone una: 

Non già sempre con danno 

Amor produce affanno. 

Talor soave affetto 

È padre del diletto. 

Amor fiamma gentile 

Desta a nobili imprese anima vile, 

Anzi foco fecondo 

È sostegno dell'alme, alma del mondo. 



— 164 — 
entusiasmo per un Dio, il quale, secondo lui, fa 
soffrire tutta l'umanità. E questo Dio è l'amore. 
Uno degli idilli favolosi della Sampogna., quello 
intitolato « Proserjnna, » è di sana pianta copiato 
da quello di Claudiano. Dove il poeta latino della 
decadenza dice: 

..... pariter prò vii"gine certaut 
Mars clipeo melior, Phoebus praestantior arcu. 
Mars donat Ehodopen, Phoebus largitur Amyclas 
Et Delou Clariosque lares. Hinc aemula luno. 
Hinc poscit Latona nurum. Despexit utrumque 
Flava Ceres raptusque timeus (lieu caeca futuri) 
Aethera deseruit: lurtim sua pignora terris 
Commendat fidis Siculasque relegat in oras, 
Ingenio confisa loci. (1) 

il Marino traduce: 

Quinci Giunon, quindi Latona intanto 
La vuol per nuora, ed emuli, e discoi'di 
L'uno armato di spada, e l'altro d'arco, 
!Ne contendon tra lor Marte, ed Apollo. 
Questi Delo, ed Amicla, e Cinto, e Claro, 
Quei le promette in dote 
Il Rodope, e '1 Pangeo, 
I Geloni, i Bistoni, i Traci^ e i Geti. 
Ma la madre orgogliosa 
L'uno e l'altro rifiuta, 
E pur tra sé dubbiosa 
Di frode, e di rapina, 
Tiene in Trinaeria ascosa 
Quella beltà divina. 

(1) Claiidii Claudiaui, Cai-mina, Lipsiae, MDCCCLXXIX, pag. 86,. 



— 165 — 
-Claudiano dice: 

Causa latet. Dubios agnovit sola tumultus 

Diva Paphi mixtoque metu perterrita gaudet. (1) 

Ed il Marino: " 

Né la cagion di strepito sì grande 
Altra che Vener sola, 
In cui mista al timor serpe la gioia, 
Ancor v'ha chi comprenda. 

Il Marino prende da Claudiano perfino nna 
-similitudine. Il poeta latino, per dire che Plutone 
tenta uscire dalle atre caverne, dov' è confinato, 
per rapire Proserpina, dice : 

Ac velut occultus securum pergit in hostem 
Miles et effossi subter fundamina campi 
Transilit inclusos arcano limite muros, 
Turbaque deceptas victrix erumpit in arces 
Terrigenas imitata viros : sic tertius heres 
Saturni latebrosa vagis rimatur habenis 
Devia fraternum cupiens exire sub orbem. (2) 

Ed il Marino: 

Inorridirò, ed adombraro usciti 
Al ben lume superno 
I cavalli d'Averno, 
Già lungo tempo avvezzi 
Ad esser di caligine nutriti, 
E stupiti, e smarriti 
Al novello splendore 

<1) Op. cìt., pag. 98. 
<2) Ibid. 



r 



— 166 — 
D'alt)"0 mondo migliore, 
Torser le briglie, e col timone obliquo 
S'arrestaro sbuffando 
Per far ritorno alle regioni ombrose. 

Claudiano : 

Diffugiunt Nymphae, rapitur Proserpina curru. i^ 



Imploratque deas. lam Gorgonis ora revelat 
Pallas et intento festinat Delia telo, 
Nec patruo cedunt. (1) 






Marino 



.... Allor corredo 
Dansi tutte a fuggire 
Le sbigottite Ninfe, 
E Proserpina misera e dolente 
Ecco rapidamente è alfin rapita, 
E portata a gran corso 
Dal ferrugineo carro, 
Non sa, se non piangendo 
A le compagne Dee chiedere aita. 
Svela Bellona ardita 
Allor del torvo e pallido Gorgone 
Il mostruoso aspetto^ e seco quella, 
Che Triforme s'appella, 
Dà di piglio agli strali. 
Ed incurvando il suo cornuto nervo, 



Claudiano : 

Intei-ea volucri fertur Proserpina curru 

(1) Ibid., pag. 100. 



— 167 — 

Caesariem diffusa Noto planctuque lacertos 
Verberat et questus ad nubila fundit inanes : 

Marino : 

Intanto lagrimosa 
Sovra il carro volante 
Verso le bolge orribili discende 
De l'Eleusina Dea l'alta speranza, 
E battendosi il petto, 
Diffonde in un co' capei d' oro ai venti 
Questi vani lamenti 

L'immagine di Flegetonte è cosi descritta da 

Claudiano : 

Dominis intrantibus ingens 
Assurgit Phlegethon; flagrantibus hispida rivis 
Barba madet totoque fluunt incendia vultu. 

Ed il Marino: 

Gli assorge in su l'entrata 
Il vasto Flegetonte, 
A cui da tutto il volto 
Piovono incendij, e da la barba scorre 
Di cocenti ruscelli orrida brina. 

Il Marino termina l'idillio col pianto di Cerere 
elle, ritornando da' giuochi eleusini, non ritrova 
più la figlia. 

Dir con quai strida, e quanti 
Dolorosi lamenti il Ciel' offese, 
Come recisi in Flegra 
Duo cipressi gemelli, 
Levogli in alto, e con le chiome sciolte 



— 168 — 
Kicercando ogni parte, il moudo scorse, 
E come moderando 
De' Dracrlii alati, e mansueti i freni, 
L'aprica arena, e la canuta polve 
D' aurea messe feconda, 
Eese fertile, e bionda. 
Non fia mia cura. 

E consiglia il lettore a goder la fine dell' idillio 
nella bellissima tela in cui Tiziano rappresenta 
il doloroso episodio, perchè, dice il poeta: 

Narrar gli affanni e i pianti^ 
D'una madre, che perde 
L'amata prole, ed orba 
D'ogni suo ben si lagna, e s'addolora, 
Lnpossibil mi fora. 

JJ Orfeo e il solito idillio ovidiano, cosi spesso 
cantato da' poeti; e non v' e niente di originale, 
se si tooflie il curioso ditirambo clie cantano i 
satiri e i baccanti in onore del Dio indiano, di- 
tirambo cbe il Marino imitò dal Poliziano. 

L'ultimo idillio favoloso, clie narra gl'infelici 
amori di Piramo e Tisbe, è anch'esso imitato e 
dallo spagnuolo, cui il Marino ricorreva molto 
di sovente. Giorgio di Montemayor gli forni l'ori- 
ginale ; e quando il Marino non traduce la poesia 
dell'autore della Diana, ne fa la parafrasi. Il 
Marino ne imita pei-fìno il verso, che è, come ab- 
biam detto, quello adoperato nel romancero spa- 
gnolo, e crediamo che questo del poeta napolitano 
sia esempio raro nella poesia italiana. 



— 169 — 
Montemayor comincia l'idillio: 

De Tisbe y Piramo quiero 

cantar la muerte j amores, 

oyan me solo amadores, 

y el qne no, corno grosero 

ti'ate de cosas menores. 
Quien tuviere en poca estima 

un amor firme y constante, 

no me escuche, aunque yo cante, 

que se abaxarà la prima, 

si acaso lo veo delante. 
Pues comienza musa mia, 

de los dos el triste canto, 

de euya muerte y espanto 

una temprana alegria 

abrió las puertas al llanto. 
Y si piensas està muerte 

muy al naturai pintalla, 

tus propias palabras calla 

y à, mi desdichada suerte 

las pide para conti Ila. (1) 

Ed il Marino: 

Voglio pianger cantando 
Di Piramo, e di Tisbe 
E gli amori, e la morte. 
Ascoltino il mio canto 
Sol gli amanti fedeli, 

(1) È quest'idillio unito alla Duma di Jorge De Montemayor, (en Ma- 
drid, aSo de M.DCC.XCV, pag. 363). Per quante ricerche abbia fatte non 
m'è stato possibile trovare Piramo y Tishe del Montemayor nell'edizione 
del Rivadeneyra. 



— 170 — 
Ch' uditor, che spregiasse 
Un vero amor geutile, 
Farla languir lo stile. 
Prendi Musa selvaggia 
La tua flebil Siringa, 
E narra il fiero caso 
De' duo malnati, in cui 
Una gioia immatura 
Partorì doglia eterna. 
E se dipinger vuoi 
Quanto convieusi, al vivo 
Questa istoria pietosa, 
Lascia le proprie tue 
Dolci parole usate, 
E chiedile dolenti 
A la mia sorte trista. 



Montemayor: 



Ella Tisbe se Uamaha, 
él Piramo se decia, 
ella por él se encendia, 
él per ella se abrasaba, 
y es lo menos que sentia. 

Eran ninos en la edad, 
mas el amor la suplió, 
j tanto se si les dio, 
que nunca una voluntad 
sin otra se desmandó. 



Ed il Marino: 



Piramo ei nome area, 
Ella Tisbe era detta. 
Il Giovane n'ardea, 



— 171 — 
N'ardea la Giovinetta. 
Eran su l'età fresca 
Pargoletti ed acerbi, 
Ma là dove mancava 
La grandezza de' corpi, 
Supplivano de' cori 
Le piaghe smisurate; 
E '1 difetto de gli anni 
Empiva Amor' adulto. 
Amor' intempestivo. 
Ch' ai lor crescenti ardori 
Die di se stesso tanto, 
Che Tun voler da l'altro 
Giammai non si diso-iunse. 



Montemayor : 



Las horas piden à Dios 
tan largas para gozar, 
quan breves para es^jerar, 
qua ya el amor en los dos 
puede estender y cortar. 

Y quiere muy en su seso, 
que en principio de su vida 
el tiempo con su corrida 
el verse les de por peso, 
y el ausencia sin medida. 

Con pasatiempos y juegos 
con otros minos holgando, 
y ellos solos conversando 
con un solo nifio ciego, 
que à los dos està abrasando. 



E il Marino: 



— 172 — 

Ed egli, ed ella a prova 
L'ore chiedeano al Cielo 
Tanto lunghe a la gioia, 
Quanto corte a la speme, 
Con altri fanciulletti 
Ivano esercitando 
Gli scherzi puerili. 
Ma con loro giocando 
Fieramente scherzava 
Un fanciul cieco, e nudo. 

Moutemayor cosi descrive l'afFannosa aspettativa 
di ciascuno degli amanti: 

i ó lo que Tisbe sentia 

quando Piramo tardaba ! 

ó Piramo quàl estaba, 

si Tisbe se detenia 

al tiempo que la esperaba ! 
Como se vengara el uno 

del otro, si ser pudiera, 

en la culpa que le diera, 

que la pena cada uno 

por el otro la sufriera. 

Ed il Marino: 

Tisbe che sentiva 

Qualor più del costume 

Tax'dava un sol momento 

Piramo a comparire ; 

E quale anco a l'incontro 

Piramo rimanea, 

Se Tisbe oltre l'usato 

Aspettar si facea. 



— 173 — 

come vendicata 

L'un contro l'altro avrebbe 

La colpa de l'indugio. 

Se colpa esser potesse 

Colà dove la pena 

L'un per l'altro sofferta 

Avrebbe volentieri. 

E terminiamo con un ultimo confronto. Tisbe, come 
sappiamo, dopo essere stata divisa dall'amante, 
per inimicizie clie corsero tra le due famiglie, sup- 
plica il padre di unirla a Piramo. Montemayor 
fa dire alla sventurata: 

Padre, la doncella dice, 

o enemigo capital, 

pues al amor paternal 

tu condicion contradice, 

y al mio que es mas leal. 
l Quando mi bien me quitaste, 

di, por qué no te acordabas, 

que aquella à quien le quitabas 

es la misura que engendraste, 

j la que viva enterrabas? 
è Qué fieras 6 qué serpientes 

venenosas j mortales, 

qué aves ó qué animales 

por el bien no paran mientes 

de sus liijos naturales? 
6 Si à los que falta razon 

esto no les has faltado, 

dime, dónde lo bas allado 

de abrasar un corazon 

que tu mismo bas engendrado ? 



— 174 — 
Si lo haces por mi honra, 

que desista asi lo siento, 

ya llevas mal fundamento, 

pues no vi major deshonra 

que vida con descontento. 
Quanto mas, que de mirar 

no viene deshonra alguna, 

j de baxo de la luna 

no hay crueldad corno apartar 

dos almas que ya son una. 
Si lo haces por curarme, 

abrame este corazon, 

do se arraigó la pasion. 

que querer sobre sanarme, 

no lo tensfo à discresion. 
Tu sobresanas un mal, 

un no ver despues de ver, 

mas la fuerza del querer, 

que es la causa priucipal, 

bien ves que no puede ser. 

Ed il Marino imitando sempre il poeta portoghese, 

Padre (dicea) non padre. 
Ma capital nemico, 
■ Posciach' a la pietate 
E paterna, ed umana 
Contradice e repugna 
La tua gran feritate; 
Tu, che '1 mio ben mi togli, 
Come non ti ricordi, 
Né pensi, che colei, 
Che viva hai sotterrata 
Crudele, è quella istessa. 



— 175 — 

Che 'n vita hai generata ? 
Qual barbarica rabbia 
Giunse a sì fatto sdegno, 
Che struggesse il suo sangue ? 
Qual serpente, o qual fera 
Vive armata cotanto 
Di veleno, e d'orgoglio, 
Ch' a la sua propria prole 
Procuri strazio, e morte ? 
S'agii animali istessi, 
A cui manca ragione. 
Ragione in ciò non manca. 
Dimmi, donde imparasti 
D'incenerire un core, 
che tu stesso creasti? (1) 

Questo si può notare per gridilli favolosi; i 
quali appunto per l'indole loro, già argomento 

(1) Montemayor imita in questo idillio l'Ariosto ; quando Tisbe arriva 
al fonte, e vede arrivare la leonessa, fugge ; 

Como pequeuuela gama, 
La qual va huyendo loca 
Del pardo, y quando le toca 
De un àrbol qualquiera rama, 
Piensa qae es la horrible boca. 

Questa similitudine egli la ricavò dal Furioso, in quella celebre ot- 
tava, che il Galilei non rifiniva mai di lodare. 

Qual pargoletta o damma, o capriola. 
Che tra le fronde del natio boschetto 
A la madre veduta abbia la gola 
Stringer dal pardo, e aprirle '1 fianco e '1 petto, 
Di selva in selva dal crudel s'invola, 
E di paura trema e di sospetto : 
Ad ogni sterpo che passando tocca, 
Esser si crede a l'empia fiera in bocca. 

[Furioso, Canto I., St, 34). 



— 176 — 
di racconto nei poeti antichi, sono da giustificarsi 
per l'imitazione, alcune volte servile, clie il Ma.rino 
adotta de' modelli latini. 

Il curioso però, sta nel fatto che anche negli 
idilli pastorali, dove la fantasia del poeta poteva 
creare fatti ed episodi nuovi ed originali, si ri- 
scontra la stessa mancanza del sentimento proprio, 
originale e creativo, di immagini e d'episodi. 

Gl'idilli pastorali sono quattro: La Bruna Pa- 
storella, la Ninfa Avara^ la Disputa Amorosa ed 
i Sospiri d'Ergasto. 

Il primo di quest'idillio è il migliore di tutti^ 
perchè ha una tinta di originalità, la quale manca 
negli altri due seguenti, non potendosi chiamare 
idillio pastorale il quarto, cioè, « I Sospiri d'Er- 
gasto. » 

L' originalità della Bruna Pastorella risulta 
dall'avere il Marino introdotti nel dialogo argo- 
menti che si riferiscono alle vicende della sua 
vita ; fatto che del resto si riscontra in quasi tutta 
la bucolica italiana, dal Boccaccio in su. 

Il prof. Mango crede che questo idillio sia 
stato coniposto in Napoli, e dice: « Insomma la 
« Bruna Pastorella » è un idillio napoletano, per- 
chè e' è il riverbero della natura e della vita 
napoletana voluttuosa, e la sua nota caratteristica 
è la poesia del bacio, toccando del quale il Marino 
ci dà lirica piena di bellezze. » (1) 

Noi invece siamo inclinati a credere che la 

(1) // Marino poeta lii-ico, Cagliari, 1887, pag. 85. 



— 177 — 
Bruna Pastorella sia stato composto negli ul- 
timi momenti, in cui il Marino rimase alla Corte 
di Carlo Emanuele. Da Napoli il Marino era 
partito sui primi mesi del 1600 e non v' era più 
tornato per lo spazio di quindici anni; in patria 
poi non sognava davvero di diventar poeta della 
corte di re Luigi XIII. Mentre invece egli scrisse 
quest'idillio, quando ebbe invito da Margherita 
di Navarra a voler raggiungere la sua corte. 

Lidio. A se l'appella il gran Pastor di Senna, 

Accioch' egli cangiando 

In tromba la sampogna, 

Possa intrecciar col verdeggiante alloro, 

Che gli cerchia la fronte, i Gigli d'oro. 

Quinci a varcar s' appresta 

Le gelid' Alpi, e le profonde valli. 

Ch' el Rodano divide. 
Lilla. Hor' ha ben d' onde 

Di Durenza, e di Sorga Arno dolersi, 

A cui dever confesseranno homai 

Il furto di duo Cigni. (1) 

Il secondo idillio è uno dei soliti contrasti tra 
un pastore ed una ninfa, l'una crudele, e che non 
conosce, ne vuol conoscere amore, l'altro che spa- 
sima j)er lei. Nell'idillio la « Ninfa Avara » Fileno 
è quello che pel Tasso è Aminta e pel Guarini 
Lineo. Anzi la imitazione è manifesta, quando 
Fileno vuol indurre Filaura ad amarlo, e per 
persuaderla gli descrive « l'amore univesale. » 

(1) L'uno è Fileno, ossia il Marino. Credo che l'altro sia Ottavio Ki- 
nucciui. 

12 



— 178 — 

Fileno. S' io dicessi, che pieno 

È d'Amor l'Universo, e ch'Amor solo 

Tra le catene sue costringe i Cieli, 

E eh' Amor move il Sole, e che le stelle 

Ardon d'Amor' anch'elle. 

Si come astratte cose, 

E dal senso mortai troppo lontane, 

Potrebbon forse (ancorché chiare e piane) 

All'intelletto tuo rendersi oscure. 

Ma tutto ciò, eh' io icario, 

Tel dimostra Natura, e 'n questa scena 

Di misti, e d'elementi 

Tu tei vedi, e tei senti. 

Mira là la Giovenca in su l'erbetta 

Il suo Torel, che l'araa, 

Amante aifettuosa, 

Lambir, quasi baciando, il caro fianco. 

Odi con quali accenti 

Chiama là tra le fronde 

Di quella quercia antica 

L'usignuol lusinghier la dolce amica. 

Vedi tra' rami di quel verde mirto 

La Colomba amorosa 

Come col vago insieme 

Gemendo bacia, e ribaciando geme. 

Vedi il suo Tortoj.-ello 

D' un' in altro arboscello 

Seguir cantando a volo 

La compagna vezzosa. 

La qual s' avvien che poi ne resti priva, 

Sconsolata, e malviva 

In secco tronco lagrimando dice. 

Piango i miei gionii vedova infelice. 

Vedi (non eh' altro) vedi 



- 179 — 

La Vipera gelosa 

Ne l'orlo de la siepe, or che rìdente 

Bingiovenisce l'anno, 

Là dove dolcemente 

Più d'Amor, che di Sol foco la, scalda. 

Come ondeggiando mostra 

A l'Aspe innamorato 

Ricca di lucid' or la nova spoglia, 

I pestiferi fiati, e i fischi orrendi 

In sospir son rivolti. 

Le lingue, che pungenti 

Saettavano altrui rabbioso tosco, 

Son saette soavi, ond' Amor vibra 

Dolcezza a l'un de' due spesso mortale. 

Ecco la Vite a l'Olmo, 

Ecco l'Edera a l'Orno abbarbicata; 

E tu cruda, ed ingrata 

Perchè di viver pur sempre t'ingegni 

Solinga e scompagnata? 

Pon mente ivi a quel Pruno, 

Fu già sterile un tempo inutil x^ianta, 

Da' cui ruvidi rami 

Nascer frutto solea pontico, e vile. 

Or per virtù d'un nodo, e d'un innesto 

Fatta è dolce d'amara, 

Di selvaggia gentile, 

E te come non vale 

Con sua forza immortale 

Far di rustica ed aspra Amor possente 

Domestica, e feconda ? 

Cosa in somma non è tra quanti oggetti 

Questo si spazioso 

Teatro universal ti rajDpresenta, 

Dove in ogni stagion Amor non regni. 



— 180 — 

Ma vie più in questa assai, 
Quando l'erbette, e i fiori 
Torna con Glori a rifiorire (1) Api'ile. 
Queste selve vicine. 

Quest'antri, queste valli, e questi mentir 
Quest'acque, e questi fonti 
Si distillano amando; 
.Discorron mormorando 
Di quel foco gentil, che '1 tutto incende. 

Tasso : 

Dafne. Stimi dunque nemico 

Il monton de l'agnella? 
De la giovenca il toro? 
Stimi danque nemico 
Il tortore a la fida tortorella? 
Stimi dunque stagione 
Di nemicizia e d'ira 
La dolce primavera 
Ch'or allegra e ridente, 
Riconsiglia ad amare 
Il mondo e gli animali, 
E gli uomini e le donne; e non t'accorgi 
Come tutte le cose 
Or sono innamorate 
D'un amor pian di gioia e di salute? 
Mira là quel colombo 
Con che dolce sussurro lusingando 
Bacia la sua compagna ; 
Odi quell'usignuolo 
Che va di ramo in ramo 

<1) Riaprire, ed. di Venezia, 1620. 



^ 181 — 
Cantando: Io amo, io amo: e, se no '1 sai, 
La biscia or lascia il suo veleno, e corre 
Cupida al suo amatoi-e, 
Van le tigri in amore, 
Ama il leon superbo : e tu sol, fera 
Più che tutte le fere. 
Albergo gli dinieghi nel tuo petto. 
Ma che dico leoni e tigri e serpi, 
Che pur han senlimento ? Amano ancora 
Gli alberi, veder puoi, cori quanto affetto 
E con quanti iterati abbracciamenti 
La vite s'avviticchia al suo mai'ito, 
L'abete ama l'abete, il pino il pino. 
L'orno per l'orno e per la salce il salce, 
E l'un per l'altro faggio arde e sospira: 
Quella quercia, che pare 
Si ruvida e selvaggia, 
Sente anch'ella il potere 
De l'amoroso foco ; e se tu avessi 
Spirto e senso d'amore, intenderesti 
I suoi muti sospiri, or tu da meno 
Esser vuoi delle piante, 
Per non esser amante? (1) 

;E il Gruarini infine: 

Lineo. Dimmi : se 'n questa sì ridente e vaga 

Stagion, che 'nfiora, e rinnovella il mondo, 
Vedessi invece di fiorite piagge. 
Di verdi prati, e di vestite selve, 
Starsi il pino e l'abete e '1 faggio e l'orno 
Senza l'usata lor frondosa chioma, 

(1) n Rinaldo e l' Aminta, di Torquato Tasso, per cura di Guido 
Mazzoni, Firenze, Sansoni, 1881, pag. 274. 



— 182 -^ 
Senz'erbe i prati, e senza fiori i poggi, 
Non diresti tu, Silvio : Il mondo langue^ 
La natura vien meno? Or, quell'orrore 
E quella maraviglia che dovresti 
Di novità SI mostruosa avere. 
Abbila di te stesso. Il Ciel n'ha dato 
Vita agli anni conforme, ed ali 'etate 
Somiglianti costumi: e come amore 
In canuti pensier si disconviene, 
Cosi la gioventù d'amor nemica 
Contrasta al Cielo, e la natura offende. 
Mira d' intorno, Silvio : 
Quanto il mondo ha di vago e di gentile. 
Opra è d'Amore : amante è il Cielo, amante- 
La terra, amante il mare. 
Quella che lassù miri innanzi all'alba, 
Così leggiadra Stella, 
Arde d'amor anch'ella, e del suo Figlio 
Sente le fiamme; ed essa che 'nnamora^ 
Innamorata splende: 
E questa è forse l'ora. 
Che le furtive sue dolcezze, e '1 seno 
Del caro Amante lassa : 
Vedila pur come sfavilla e ride. 
Amano per le selve 
Le mostruose fere; aman per Tonde 
I veloci delfini, e l'orche gravi. 
Quell'augellin, che canta 
Si dolcemente, e lascivetto vola 
Or dall'abete al faggio. 
Ed or dal faggio al mii'to. 
S'avesse umano spirto. 
Direbbe: Ardo d'amore, ardo d'amore: 
Ma ben arde nel coi'e, 



— 183 — 
E pai'la in sua favella 
Sì, che l'intende il suo dolce desìo: 
Ed odi appunto, Silvio, 
Il suo dolce desìo 

Che gli risponde: Ardo d'Amore anch'io. 
Mugge in mandra l'armento, e que' muggiti 
Sono amorosi inviti. 
Rugge il leone al bosco. 
Né quel ruggito è d'ira: 
Così d'amor sospira. (1) 

Però il Marino, do|)0 aver imitato i due più 
rinomati scrittori di drammi pastorali, confessa 
l'imitazione sua; e per bocca di Filaura, dice: 

Filaura. Fileno, il tuo discorso 
È vago, e dotto invero, 
Ma si trito e comune, 
E già sì antico ornai, che sa di vieto. 
Quando Dafne esortava 
Silvia ad amar' Aminta, 
Con questa invenzion le predicava. 
Poi quando a Silvio Lineo, 
Pur' altro amor persuader volea, 
Il medesmo dicea. 

Ed aggiunge che non v'è meschino capraio 
o fattore che, per convincere la sua ninfa ad 
amarlo, non adoperi queste ragioni. E quasi pen- 
tendosi d'aver preso le stesse immagini adope- 
rate dal Guarini e dal Tasso, dice: 



(1) Il Pastor Fido, di Giambattista Guarini, Firenze, Barbèra, 1866, 
pag. 24. L'Ongaro ha, nell'atto I, scena I, ù.e\V Alceo, favola pescatoria, 
le medesime parole. Alcippe vuol persuadere Eurilla ad amarlo. « Colui, 
dice, che non ama essendo amato. Commette gran peccato. « 



— 184 — 

Conviensi a non vulgai-e 

Spirito peregrino 

Dal segnato sentier sviarsi alquanto, 

E per novo camino 

Dietro a novi sentier movere il eorso. 

Il terzo idillio « La Disputa Amorosa » è degno 
di nota, per essere la traduzione di uno dei « Col- 
loc[UÌa famiìiaria » di Erasmo di Rotterdam. Il 
Marino fu molto severo con questo grande filosofo, 
che venne chiamato il Voltaire del Cinquecento. 
Nella « Galleria » lo dij)inge coi colori -piix neri, 
e lo carica d'ogni più bassa ingiuria, insieme ai 
grandi riformatori suoi contemporanei: 

Dottore, o Sediittor deggio appellarte? 
Di Giuda, d'Anticristo empio conviensi 
Il nome a te^ che 'n alterando i sensi, 
Sai del Vangelo adulterar le carte? 

Maestro rio d'abominabil' arte, 
Falso Profeta, entro i cui spirti accensi 
Sol di zelo infernal, tutto contiensi, 
Quanto dal "^ero s'allontana, e parte. 

Tu mostrar' il sentier, ch'ai Ciel conduce, 
Giuda fallace? e tu per via secura 
Scorgere i ciechi, assai più cieco Duce? 

Che al candido inchiostro, e fede impura? 
Ombra nel core, e ne l' ingegno luce ? 
Scienza chiara, e coscienza oscura? 

Già il Mango aveva notato come la « Disputa 
Amorosa » — un dialogo tra Laurino e Selvaggia, 
de' quali una scherza senza spirito, l'altro ragiona 
con troppe acutezze • — fosse una disputa sfornita 



— 185 — 
d'ogni pregio artistico e piena di sofismi, come 
■appare dalle stesse parole di Selvaggia a Laurino : 

Aguzza pur la punta 

De la tua dialettica saetta 

Amoroso Sofista. 

Ma non accenna però alla imitazione, che il Ma- 
rino fa del dialogo Proci et Puellae di Erasmo. (1) 

Costui nel dialogo introduce, come personaggi, 
Pamphiìus e Maria. E comincia : 

Pa. Salve crudelis, salve ferrea, salve adaman- 
tina. — Ma. Salve tandem et tu Pampliile, quo- 
ties et quantum voles, et quocumque libet no- 
mine. Sed interim milii videris oblitus nominis 
mei. Maria vocor. 

Ed il Marino: 

Laurino. A Dio Tigre, a Dio quercia, 

A Dio selce, a Dio smalto, a Dio diamante. 

Ninfa crudele a Dio. 
Selvaggia. A Dio Laurin, ma dimmi, 

Che titoli son questi ? 

Hai tu forse obliato il nome mio? 

Selvaggia m'appell'io. 

Dove Erasmo dice: 

Ma. Bona verba. Ubinam strages ista morta- 
lium, quos ego occidi? Ubi sanguis interfecto- 
rum? — Pa. Unum cadaver vides examine, si 



(l)Cito la seguente edizione: Desideri! Ersarai Roteradami Colloquia fanti' 
liaria, Cum omnium Notis, Amsterodami, apud J. Jansonium, cla.Io.cxxxv, 
pag. 119. 



— 186 — 
modo me vides. — Ma. Quid ego audio? Mor- 
tuus loqueris, et obambulas? Utinam. m.i]ii nun- 
quam occurrant umbrae formidabiliores ! — Pa.Lu- 
dis tu quidem, tamen interim. m.iserum examinas, 
et crudelius occidis, quam si confonderes telo. 
Nunc longo cruciatu excarniiicor miser. — il/a.Eho! 
die, quot gravidae ad tuum occursum abortieront? 
— Pa. Atqui pallor arguit exanguem magis, quam 
ulla sit umbra. — Ma. Atqui iste pallor tinctus 
est viola. Sic palles, ut cerasum maturescens, aut 
uva purpurascens. — Pa. Satis procaciter rides 
miserum. — Ma. Atqui si mihi non credis, admove 
speculum. — Pa. Non optarim aliud speculum ; 
nec arbitror esse clarius ullum, quam in quo 
nunc me contemplor. — Ma. Quod speculum mihi 
narras ? — Pa. Oculos tuos. 
Il Marino traduce: 

Sei. E dove è tanta strage 

Di mortali trafitti, 

E di tanta infelice 

Gente da me spietatamente uccisa? 
Lau. Un cadavere essangue 

Vedrai, s'a me ti volgi, a cui sol manca 

La sepoltura dell'amato seno. 
Sei. Che strane cose ascolto? 

Morto dunque favelli, e spiri, e senti? 

non m'incontrin mai 

Più spaventose e formidabil'ombre. 

Quante gravide Ninfe 

In mirando il tuo volto 

Si sconciato nel parto? 



— 187 — 
Lau. Tu motteggi, e schernisci 

L'amorosa miseria^ anzi la morte 

D'un' anima innocente. 

Pur vedi ben dal pallido sembiante 

Il color scolorito; 

Questo mortai pallore, ond'io son tinto, 

Ti può mostrar eh' io sono 

Ombra tra' vivi, e più che vivo estinto. 
Sei. Si certo, è ben di cenere funebre 

Questa tua pallidezza. 

In quella guisa impallidisce a punto 

La tua languida guancia, 

Che suole uva matura, 

maturo ciriegio 

Quando sorseggian più là ne l'Autunno 

Tra le porpore lor Bacco, e Vertunno. 
Lau. Ancor scherzi, i tuoi scherzi 

Son saette pungenti, onde trafigi 

Il mio misero cor, eh' è già trafitto. 
Sei. Se fede a me non pi-esti, 

Prendi lo specchio, e mira. 

Crederai forse a te medesrao il vero. 
Lau. Altro specchio non chieggio. 

Né (credo) oggetto offerse agli occhi altrui 

Cristallo mai più lucido di quello. 

In cui felice hor' io 

Mi contemplo, e vagheggio. 
Sei. E quale specchio è questo, 

Ch'oggi dopo il morir ti fa beato ? 
Lau. I tuoi begli occhi, in cui 

Del mio perduto cor scherza l'imago. 

Erasmo : 

Ma. Argutator, ut semper tui similis es! Sed 



— 188 — 
unde doces esse exanimem te? An cibum capiunt 
iimbrae ? 
Marino : 

Sei. Faceto gai-ruletto, 

Sempre all'arguzie torni. 

Ma dimmi, ond'argomenti 

Esser morto vivendo? Hor gustan forse 

Cibo (come tu fai) gli spirti ignudi? 

A questa domanda di Maria ^ Panq^hilus ri- 
sponde : 

Capiunt, sed insipidum, qualem ego. 
E Laurino anche lui: 

Si nutrisce quest'alma, 
Gustan, ma tal, qual'io. 
D'invisibil vivanda, 
Che mi pasce, e consuma. 

Maria domanda a Pamphilus: Sed obsecro te, 
num etiam ambulant umbrae? num vestiuntur? 
num dormiunt? 
e Selvaggia : 

Parlano forse i morti? 

Colgon fior, premon latte? 

Veston lana ancor l'ombre ? e prendon sonno ? 

PampMlus dice : 

Sed quid dices, si argumentis Acliilleis evin- 
cam, et me esse mortum, et te esse liomicidam? 
E Laurino: 



— 189 - 
E che diresti poi, 

Se con ragion gagliarde io ti provassi, 
Che quantunque mi viva, 
Son di vita diviso, 
E che tu l'homicida, io son l'ucciso? 

Il Marino copia j)ersiiio i sottilissimi sofismi del 
filosofo fiammingo; Erasmo dice: 

Pa. Primum illud milii donabis, opinor, mor- 
tem niMl alind esse quam abductionem animae a 
corpore. — Ma. Largior — Pa. Sed ita ut ne repo- 
scas quod dederis. Tum band infìciaberis, eum, qui 
alteri adimit animam, bomicidam esse. Concedes et 
illud, quod a gravissimis auctoribus dictum, tot 
seculorum suffragiis comprobatum est, animam. 
hominis non illic esse, ubi animat, sed ubi amat. 

Ed il Marino: 

Lati. Altro non è il morir, che scioglier l'alma. 
Da la sua viva spoglia. 
Homicida è colui, 
Che priva d'alma altrui. 
Ma l'alma de l'amante 
Vive dov'ama piti, che dov'ha vita, 
Dunque muor per colei, che l'ha rapita. 

Ed il dialogo, o meglio contrasto amoroso, va 
sempre di questo passo, tanto nel poeta napoli- 
tano, quanto nel filosofo fiammingo. Però, siccome 
il dialogo nel primo è fra due pastori, l'ambiente 
ed i particolari del contrasto risentono della vita 
pastorale ; e questa è l'unica variante fatta dal 
Marino al dialogo di Erasmo, nel quale ultimo 



— 190 — 
l'azione è fra due personaggi qualunque, lasciando 
indeterminati l'epoca e l'ambiente. 

L'ultimo componimento pastorale del Marino, 
compreso nella 1*^ edizione della Samjpogna, s'in- 
titola « I Sospiri d'Ergasto. » 

Il Marino chiama questo componimento idillio 
pastorale, ma potrebbesi chiamare invece poemetto 
lirico o stanze boscherecce; perchè nei Sospiri 
d' Ergasto non esiste azione pastorale, che co- 
stituisce appimto r idillio, I Sospiri d' Ergasto 
sono stanze ove un pastore innamorato sfoga la 
sua passione 'amorosa in affettuosi lamenti, ma, 
su per giù, questo contrasto, spesso fìnto, tra il 
pastore innamorato e la ninfa, la quale gli ha 
rifiutato d'amarlo, e l'ha lasciato in dolorosi affanni, 
è rappresentato in ogni componimento d'indole 
pastorale, che del resto, per esser compreso in con- 
fini troppo angusti, manca di varietà d' episodi 
in tutte le altre manifestazioni del sentimento 
che non sia quello amoroso ; dove la fantasia crea- 
tiva del poeta si sbizzarrisce in mille modi, fino 
a creare scene ed azioni, ove la vita pastorale 
non esiste che nell'ambiente, mentre la forma e 
il sentimento dell'amore è spesso moderno e tale, 
che semplici pastori non potrebbero mai esprimere 
e provare. 

Dunque tanto negli idilli che nelle egloghe 
primeggia l'amore colle sue gioie e colle sue pene. 
Amore convenzionale, forse più convenzionale di 
quello de' petrarchisti, perchè nel Marino s'ag- 
giunge anche il convenzionalismo della frase, oltre 



— 191 — 
quella dell'azione e del colorito. Ed il poeta, 
per sua natura, superficiale negli affetti e volgare 
nella forma, non raggiunge mai la frescliezza delle 
pastorali e dell'egloglie del Tasso e del Baldi, dei 
quali il primo è poeta verista, ossia conoscitore 
e cultore della natura, e dà perciò vita reale ai 
personaggi che descrive; nello stesso tempo clie 
mantiene fermi, per quanto si riferisce all'ambiente, 
le stesse azioni o scene create dagli antichi, dan- 
doci per giunta la pastorale più bella e di colorito 
più delicato, che sia mai uscita dalla fantasia di 
poeta. 

Nel Marino invece osserveremo passione e non 
amore ; la quale gli serve per far parlare ai per- 
sonaggi un linguaggio enfatico e pieno di calde 
immagini; ed in questo appunto il Marino è grande 
artista. E se qualche volta svia l'azione della pa- 
storale, per sua natura elegiaca, questo è lieve 
difetto, quando il poeta crea episodi caldi d'amo- 
rosa passione. 

Ed il cardinal Bentivoglio, scrivendo al Marino, 
si congratulava con lui per la fattura del libro, 
dicendogli: « Oh che vena! Oh che purità! Oh 
che peregrini concetti ! » Mentre che in Italia l' o- 
pera veniva accolta con grande favore, e, appena 
pochi mesi dopo la prima, aveva l'onore di una 
seconda edizione. 



— 192 — 



Capitolo IX. 



Il Marino e V Hotel de Jìamboitilìet — Zi' Ariane — Il Marino e lo ChapC' 
lain — Valore letterario e morale del poema — Il Marino poeta epico 
e lirico — Vénus and Adonis di Shakespeare — Valore lirico del poem» 
shakespeariano — Vénus t>t Adonis del La Fontaine, e gli altri poemi 
sul mito adoniano — La favola di Amore e Psiche — Marino, La Fontaine 
e Molière — Importanza del mito di Psiche. 



Fondavasi in questo mentre a. Parigi il cele- 
berrimo « Hotel de Rambouillet, » e istituivasi la 
classe cosi detta dei précieux e delle précieuses. In 
via Saint-Thomas du Louvre, non lungi dal pa- 
ìais du CanUnal, esisteva, nel 1615, un palazzo 
notevole per la sua architettura italiana. Questo 
palazzo era V Hotel Pisani o Romhouillet, che ì pré- 
cieux scelsero per loro quartier generale, e che 
distinguevasi per lo splendore ricercato de' suoi 
ornamenti, per lo stile magnificamente civettuolo 
dei suoi vasti giardini, e soprattutto per l'eleganza 
della gente che lo frequentava. La padrona di casa, 
una italiana, (figlia d'un Pisani e d'una Savelli) 
aveva sposato il marchese di Rambouillet, amicis- 
simo di Concino Concini e gran maestro della guar- 
daroba sotto Luigi XIII. Attorno ad essa si riuni- 
vano quegli ultimi residui della corte italiana di 
Caterina e di Maria de' Medici e coloro che in 
Francia jD^ssavano per gente di spirito. 

Ciascuno prendeva quivi un battesimo d'eie- 



— 193 — 
ganza, clii dal Bembo, chi dai romanzi di caval- 
leria, ma soprattutto dall' Ariosto e dal Tasso ; un 
profumo venuto dall'Italia imbalsamava questa 
casa consacrata ai raffinamenti esotici ed alle 
delicatezze sconosciute. Dall' Hotel de Rambouillet 
ebbero origine i précieux e le précieuses contro 
cui Boileau, Racine e Molière s'armarono, tren- 
t'anni più tardi, della collera del buon senso. I 
primi frequentatori dell' Hotel de Eambouillet fu- 
rono italiani, e quando nel 1615 giunse in Francia 
il Marino, madama di Eambouillet gli aperse 
con gioia la casa. Si credeva esser lui il degno 
successore degl' immortali poeti italiani, i quali 
erano ogni giorno rammentati con venerazione 
dai frequentatori dell'Hotel de Eambouillet. In- 
vece il Marino rappresentava una società nuova, 
scevra d'energia, d' anima politica, di nazionalità 
e di coraggio. (1) 

Il Marino, entrando a far parte àeìVHótel de 
Eaìnbouillet, ne divenne subito l'idolo. Colà conobbe 
Cbapelain, Godeau, Gomberville, Conrart, Costar 
e tanti altri, ed il poeta napolitano invaghiva co- 
storo alla lettura del Tasso, dell'Ariosto, del Gua- 
rini e del Bonarelli, mentre, a sua volta, imitava 
le egloghe e gl'idilli bellissimi, indegnamente 
calunniati dal Malherbe, del Honsard. 

Intanto a Parigi il Marino preparava la stampa 



(I) Philarète Chasles. Le Marino en France. La France, V[Espagne 
et l'Italie cui XVII siede, Paris, 1875, pag. 248. Vedere anche 11 breve 
ma succoso articolo del Salvici), salla Rassegna Settimanale: L'Ariosto 
all'Hotel de Eambouillet, 1880. 

13 



— 194 — 
àeW Adone ; s' era deciso a farlo stampare in 
Francia « si per la correzione, avendovi da inter- 
venire egli stesso, si perchè forse in Italia non 
gli avrebbero passate alcune lascivette amorose. » 
Per pubblicarlo avea dovuto indugiare moltissimo, 
perchè le continue discordie civili in Francia non 
gli permettevano di accennare ad alcuni perso- 
naggi, che da un momento all'altro potevano ca- 
dere in disgrazia della corte francese. « Quando 
il Marino pensò di pubblicare in Parigi il suo 
Adone^ scrive l'Aprosio nel Buratto^ ne' primi 
tempi che si trovò in quelle parti, volse racco- 
mandarlo alla protezione del maresciallo d'Ancre; 
ma convenendoli per le rivoluzioni della Francia 
raccomandarlo a Sua Maestà Cristianissima, mutò 
ogni cosa, . né vi rimase vestigio della prima de- 
dicazione. « Girolamo Aleandri pure assicura, che 
« la stamjDa àelV Adone restò per un pezzo inchio- 
data per la morte del maresciallo d'Ancre. » 
Però nel 1623, morto il Luynes, ed acquietatesi 
in Francia le discordie civili, V Adone uscì alla 
luce pe' tipi del Varano, e dedicato « alla Maestà 
Cristianissima di Maria de' Medici, Regina di 
Francia e di Navarra. » 

Durante la stampa del poema, « che per l'ac- 
curatezza e ricchezza sua richiedeva molto tempo, » 
il Marino, a guisa d'un buon padre, che vede i 
progressi del figlio suo prediletto e se ne compiace, 
scriveva agli amici d'Italia, esternando loro le 
sue paure od i suoi vivi compiacimenti. « Jj Adone 
si stampa, scriveva al Ciotti, e già n' è tirata 



— 195 — 
una gran parte. La stampa riesce magnifica, e 
Azeramente degna di poema regio, perchè si fa in 
foglio grande con dieci ottave per facciata, in 
due file, onde la spesa è grossa per esser volume 
forse di trecento fogli, e si fa il conto, che sia 
per sette volte maggiore della Gerusalemme del 
Tasso. In dodici non si potrebbe stampare, se non 
si facesse in più tomi. » 

Vi figurate ora voi questo poema, frutto d'un 
buon verseggiatore, al quale stanno rivolti gli 
sguardi di tutti i letterati italiani e stranieri, 
come una famiglia che aspetta con ansia un ma- 
schio, il quale perpetui il nome di lei, indaga le 
spasmodiche torture della partoriente, quasi per 
carpirgli innanzi tempo il grande responso? Fi- 
guratevelo, pensando altresì che il re dà al Ma- 
rino mille scudi per prepararne la stamj^a; e cer- 
tamente nascerà spontanea una mesta riflessione, 
osservando che il povero Torquato, alla distanza 
di appena trent'anui, impazzisce perchè gli fanno 
scempio della sua Gerusalemme^ e deve la stampa 
di questo poema alla infedeltà d'un amico! 

La vendita dell' J.cZo«e arrivò sino a cinquanta 
scudi il volume, ed il Loredano dice che « in 
Francia era in istima maggiore della Lucerna di 
Epitetto, o delle orazioni di Isocrate, che furono ven- 
dute venti talenti, ed il re permise che una copia di 
esso venisse depositata nella biblioteca reale. » (1) 
Giovanni Chapelain, autore della Pucelle d'Or- 
ai) Loredano, Vita del Cav. Mai-ino, op. cit., pag. 42. 



— 196 — 
léanSj e amico intimo del cardinal di Richelieu, il 
quale l'onorava, come dice egli stesso « de son 
estime et des marques da sa libéralité, » richiesto da 
Giacomo Favereau, forse il correttore delle stampe 
del jDoema, di un suo parere sull'opera che doveva 
pubblicarsi a Parigi, scrisse una lunghissima let- 
tera o meglio una sperticata lode sul poema, la 
quale fu premessa all'edizione di Parigi. (1) 

Quello però che più meraviglia, è che lo Cha- 
pelain, subito dopo la morte del Marino, cambiasse 
completamente idea sull'eccellenza, e del poema, e 
dell'autore. 

Infatti in una lettera che egli scrive a Saint 
Amant, nel 1654, lo ammira per esser cosi fe- 
dele seguace del Marino, e con fare ironico si ma- 
nifesta, in fondo dalla lettera, della stessa ojdì- 
nione del contradittore. 

« Monsieur, gli scrive, j'avoue que ce seroit 
une grande témérité à moy de contester jamais 
avec vous de la moindre chose du monde, lorsque 
mesme j'ay ojDiniastré que le nombre des stances 
de V Adone estoit plus petit que vous me l'asseu- 
riés. Je devois penser que vous excelliés par dessus 
moy aussi' bien en mémoire qu'en jugement, (sic) 
et croire, puisque je n'estois pas conforme à votre 
opinion, que la mienne estoit la mauvaise. » (3/ 

(1) Fu tradotta in italiano da certo Torelli, e pubblicata, nel 1625, 
Insieme alla " Sferza infettiva contro i quattro ìiiinistri d'iniquità „ cu- 
riosissimo scritto del Marino. 

(2) Questi giudizi dello Chapelaiu li rilevo dalle lettere del medesimo, 
pubblicate per cura del Ministero di Pubblica Istruzione in Francia. 
l.ettres de Jean Chapelain, Paris, Imprimerle Natioualc, 1830-1883, voi. II» 



— 197 — 

Nel 1639 poi, in una lettera diretta al Balzac, 
il quale lo avea rimproverato d'essere stato troppo 
severo nel dargli un giudizio sul Marino, lo Cha- 
pelain, se ne esce con queste parole: 

« Vous traittés seulement un peu trop favo- 
rablement le dernier, (il Marino) ce me semble, 
en luy donnant l'imagination au point de perfec- 
ction. » (1) Ed il fatto era andato cosi. Il Marino 
nel suo lungo soggiorno a Parigi, segnalò allo 
Chapelain, « avec des louanges extraordinaires » 
le commedie d'Annibal Caro ; lo Chapelain sembra 
che non ne rimanesse soddisfatto, e ciò lo si scorge 
facilmente dalla lettera che scrive allo Balzac. 

Più tardi le censure e gli attacchi aumentano. 
Nel 1662, scrivendo ad Huet, gli spiega come si 
offri di scrivere la prefazione alV Adone ; per meglio 
far risultare le basse e malsane accuse dello Cha- 
pelain, che rimproverava al Marino la mancanza 
d'immaginazione, - lui che, in quarant' anni, non 
seppe cavar dal suo cervello che una noiosissima 
epopea sopra Giovanna d'Arco, - riporteremo intero 
il brano di lettera che si riferisce al nostro poeta : 

« L'occasion en fut que le voyant dans une forte 
raisonnable crainte que cet ouvrages (VAdoiie) 
quand il l'auroit publié, ne fust batu en ruine 
par les Académies Italiennes à cause de l'imper- 
fection de son dessein qu' il n'excusoit que sur 
sa jeunesse et le peu de connaissance qu' il avoit 
de l'Art lorsqu'il l'entreprit, je lui conseillay de 
chercher quelque couleur pour se couvrir de l'in- 

(1) Op. cit., pag. 365. 



— 198 — 

sulte qu'il appréliendoit. Il me dit qu'il avoit 
pensé de faire un parallèle de la poesie et de la 
peinture et d'essayer de se sauver par ce marais 
là. Gomme cette eschappatoire me parut peu 
digne de luy, je l'exliortay à méditer quelque 
cliose de plus solide, et sur ce qu'il me conjura 
d' y resver aussi, ilatté de la confìance il prenoit 
en moy, je rumiuay si bien que je lui trouvay 
l'expédient que vous aurés peu voir dans la Pré- 
face francoise de sou poéme, qu'aprés luy avoir 
exposé mon moyen, il voulut que je misse par 
escrit, ce qui fut fait dès l'année 1620 et imprimé 
peu de temps ensuitte, avec un grande satisfaction 
du Chevalier quand il vit que le Italiens avoient 
traduit mon écrit en leur langue, et employé 
dans la première édition qu'ils iirent de l'ouvrage 
à Venise. » (1) 

Nel 1673 scrive al padre Rapin : « Quant au 
Marin, il estoit fort ignorant et n'avoit que l'ima- 
gination belle pour le détail des pensées et l'expres- 
sion pure, nombreuse et claire pour la lyrique 
principalement. Il ne pensa à l'art qu'aprés avoir 
achevé son grand poéme de V Adone, ce qui le dése- 
speroit quand il fut obligé de le publier et qui ì& 
fìt me conjurer de le secourir, ce que je fìs à sa 
consolation par la préface que vous avés velie. » (2) 

Le sj)agnolate dello Cliapelain non si riflettona 
solamente sul Marino. Nel 1667, in una lettera 

(1) Op. cit., pag. 215. Si noti che il Marino nel 1G20 aveva quarautuiv 
auni e lo Chapelain era poco più che ventenne. 

(2) Ibid., pag. 816. 



— 199 — 
diretta al conte G-raziani, il caro e fedele disce- 
polo del Tassoni, lo assicura che la stampa della 
Secchia Rapita^ (la quale prima di compiersi passò 
per tante vicissitudini) senza suo mezzo non si 
sarebbe pubblicata; aggiunge, « qu'il avoit eiie 
manuscrite de la main propre du Tassone pour 
la faire imprimer en France, parce qu' il ne l'eust 
osé tenter en Italie, ce que j'entrepris contre le 
sentiment du chevalier Marin qui par jalousie 
ou par caprice en avoit desgoutté les impri- 
meurs. » 

Ora, quando si osservi che nel 1622, anno in 
cui usci a Parigi la prima edizione della Secchia 
Rapita^ lo Chapelain era giovanissimo e niente 
affatto conosciuto, com'è mai possibile che il Tas- 
soni gli inviasse in Francia una delle copie ma- 
noscritte del suo poema? Noteremo poi che lo 
Chapelain, neanche quando, all'ombra del terribile 
cardinale, divenne un personaggio importante nella 
repubblica delle lettere, essendo egli stato uno 
dei princijDali fondatori deìV Acadéìnie Frangaise, 
sorta nel 1635, conosceva, se non altro di fama, 
il Tassoni, perchè, nella stessa lettera diretta 
al Graziani, scrive: « Mandés moy, je vous prie, 
si le Tassone n'estoit pas Modenois, et s'il avoit 
de la naissance, quels estoient ses emplois et ses 
attachemens et quand et où il est mort. » 

Il Carducci invece assicura, che, « passando di 
Roma l'abate Scaglia fratello di un diplomatico 
di Savoia, si offri di condurre egli la pratica 
della stampa in Parigi. Ed in Parigi uscì final- 



— 200 — 
mente nel 1622, a cura di Francesco Baroni se- 
^etario del marchese Scaglia e pe'tipi di Tous- 
saint du Bray, il desiderato poema. » (1) 

Ma ritorniamo alV Adone ed al suo autore; il 
quale temeva che il poema non corrispondesse 
all'aspettazione, « non tanto per lo stile che po- 
teva passar per esser fiorito e venusto, ma per 
la favola, » alquanto povera d'azioni. Il poema 
è diviso in venti canti; ha ben cinquemilaventitrè 
ottave e più di quarantamila versi. Avea ragione 
dunque il Marino, quando assicurava a' suoi amici 
d' Italia, essere il poema delV Adone j)i^i- lungo 
della Gerusalemme e del Furioso. Lavoro giova- 
nile, il poema dovette subire parecchie trasfor- 
mazioni, e per pressioni di protettori e d'amici, 
e 23er le vicende de' tempi. (2) L'ATeandri poi assi- 
cura che la stampa à&W Adone restò per un pezzo 
inchiodata per la morte del maresciallo d'Ancre 
cui, come ho detto innanzi, doveva esser dedi- 
cato il poema. 

(1) Prefazione alla Secchia Rapita, Firenze, Barbèra, pag. XXIX. 

(2) Al conte Fortuniano Sanvitali il Marino scriveva che in Parigi 
pensava di dare alle stampe parecchie sue opere e specialmente VAilnne 
« il quale sebbene è poema giovanile, composto ne' primi anni della mia 
età, piace tanto a tutti gli amici intelligenti per la sua facilità e venustà, 
che mi son deliberato di pubblicarlo. » Che poi l'Adone fosse un poema 
giovanile ce lo assicura anche il Loredano, il quale dice che « il Marino 
a Ravenna compose V Adone, la Strage degl'Innocenti a parte delle jDicfcie 
Sacre. » 

Girolamo Aleaudri e' informa, che il poema « si scriveva prima che 
il Marino partisse lia Roma; che poi a Torino seguitò a scriverlo e gli 
die. te in Francia l'ultima mano. » Ed Onorato Claretti, nella prefazione 
alla terza parte della Lira, da noi già accennata, fin dal 1614 ci avverte 
che tra le altre composizioni poetiche del Marino, v'era « V Adone, il quale 
»> poco meno di mille stanze, et in questo si compiacque egli ne' primi 
anni della sua gioventù alquanto di vagheggiare. » 



— 201 — 

Venere, 

La Donna che dal mare il nome ha tolto 

un giorno, pensando ai casi di sua vita, prende 
ad inveire contro Amore, suo figliuolo, il quale 
gli fa commettere i più pazzi errori; ed al colmo 
dell'esasperazione, afferrato un 

.... flagello di rose insieme attorte, 

lo batte di santa ragione. Le rosee carni del po- 
vero fanciullo diventano rosse per le battiture, ed 
il fìgliuol di Vulcano, uscito dalla materna reggia 
pieno di sdegno, va piangendo a raccontar l'acca- 
duto ad Apollo, il quale, da quando rese palesi 
gì' illeciti amori di Venere con Marte, è nemico giu- 
rato di Citerea. Apollo cerca di consolarlo e poi 
gl'indica la maniera di vendicarsi. In Arabia, 
gli dice, v'è un giovinetto a cui la madre 

Fu sorella in un punto, avolo il padre. 

Qual vendetta più. bella sarà la tua, che quella di 
rendere Venere innamorata di Adone? Se tu farai 
ciò, non solo cadrà in oblio la memoria de' nostri 
grandi contrasti, ma ti regalerò altresì una lira, 
che ha le corde d'oro ed i tasti di rubino. 

Amore accetta il consiglio datogli da Apollo, 
e congedatosi da lui. 

Per gli spazi sen già de l'aria molle 
Scioccheggiando con l'aure Amor volante, 
E dettava talor rabbioso e folle 
Tragiche rime a più d'un mesto amante, 
Talor lungo un ruscello o sovra un colle 



— 202 — 
Piegava l'ali e raccogliea le piante, 
E dovunque san giva il superbetto 
Rubava un core o trapassava un petto. 

Mentre Amore corre per l'aere, vede in una 
piccola barca il giovanetto Adone. Il quale in- 
seguendo una cerva, s' era condotto in riva al 
mare; e, adescato dalla Sirena, approfittando d'una 
barca, abbandonata colà dai pescatori, v'era salito 
sopra per fare una gita in mare. Amore, tutto in- 
tento a tribolar la madre, va a trovare Vulcano, 
il quale, appena scorge il nudo pargoletto, smette 
di lavorare; e, udito cbe il figliuolo vuole una- 
freccia, la quale potrà anche vendicare i torti 
cke Venere lia con Vulcano, gliela fabbrica sul- 
l'atto; Amore s'allontana quindi da lui e corre 
da Nettuno, al quale racconta che il Cielo ha de- 
stinato che Adone divenga amante di Venere; 
lo prega perciò che susciti una tempesta, la quale 
possa far capovolgere la barca ov' è Adone e lo 
faccia cadere nelle sue reti amorose. Nettuno ac- 
consente. 



Urtansi i venti in minaccioso aspetto, 
De le concavi nubi anime orrende; 
E par che rotto o distemprato in gelo 
Voglia nel mar precipitare il Cielo. 

Borea d'aspra tenzon tromba guerriera 
Sfida il turbo a battaglia e la procella. 
Curva l'arco dipinto Iride arciera, 
E scocca lampi in vece di quadrella. 
Vibra la spada sanguinosa e fiera 



— 203 — 
■ Il superbo Oi-'ion, torbida stella, 
E '1 Ciel minaccia ed a le nubi piene 
D'acqua insieme e di foco apre le vene. (1) 

Il mal guidato paliscliermo intanto balla sulle 
onde ed a volte corre pericolo di sommergersi, 
insieme al misero Adone, che 

Più pallido e piii gelido che neve 

aspetta ad ogni momento la morte, tanto più 
perchè- anche la perfida Sirena lo ha abbando- 
nato. Finalmente approda a terra, e precisa- 
mente sull'isola di Cipro, così cara a Venere. 
Adone scende dalla barca e percorre l'isola per 
lungo e per largo; incontra Olizio pastore, al 
quale racconta le sue peripizie, e Clizio gentil- 
mente dà ad Adone tutte le notizie che vuole. 
Gl'indica la gran reggia d'Amore; il parco ri- 
servato solamente a Venere e a Diana, e del 
quale egli è custode, e gli dice che vive beato e 
contento del suo stato, lungi dalle insidie delle 
corti : fa quindi bere ad Adone il vino spremuto 
dalle poma del piacere, vino che inebria il fan- 
ciullo e lo fa amare, senza sapere però quale sia 
l'oggetto del suo amore. 

Sceso intanto nel mar Febo a corcarsi 
Lasciò le piagge scolorite e meste, 
E pascendo i destrier fumanti ed arsi 
Nel presepe del Ciel biada celeste (!) 

(l) Cfr. questa battaglia dei venti con quella della Secchia Rapita 
(Canto X). 



— 204 — 
Di sudor e di foco umidi e sparsi 
Nel vicino Ocean lavar le teste; 
E l'uno e l'altro Sol stanco si giacque 
Adon tra' fiori, Apollo in grembo a l'acque. 

La mattina seguente Adone accompagna Clizio, 
che conduce la gregge al pascolo; giungono in- 
sieme presso il palazzo d'Amore, del quale il Ma- 
rino fa una descrizione, che, se è goffa per lo 
straordinario accumulamento di colori, i più di- 
sparati e più strani, è però bella per la vivezza 
delle immagini e per la straordinaria messe di 
fantastici episodi. Quivi Clizio narra ad Adone 
il giudizio di Paride, per la quale narrazione il 
Marino spende ben centocinquanta ottave ; poscia 
Clizio lascia Adone che, per opera d'Amore, prende 
ad inseguire un cervo, ma invano tenta raggiun- 
gerlo ; e stancatosi d' inseguirlo, si ferma, molto 
lungi però dal gregge e da Clizio. Intanto 

Già varcata ha del dì la mezza terza 
Sul carro ardente il luminoso Auriga, 

e Adone 

Sotto l'arsura de l'estiva lampa 
Che dal più alto punto il sol percote, 

soffre un caldo insopportabile. Cerca un luogo di 
frescura, ove potersi riposare ; lo trova e s'addor- 
menta. Amore però veglia per la vendetta ; scher- 
zando con Venere, che è sopra un colle non molto 
distante dal luogo ove dorme Adone, le ferisce 
il cuore additandole l'addormentato giovinetto, e 



— 205 — 
l'innamoramento è compiuto. Venere allora, tra- 
mutata in Diana cacciatrice, vola in traccia di 
Adone, e nella strada si punge il piede con una 
spina. Ciò non ostante segue il suo cammino, 
perchè 

Vinta la doglia è dal desire e cede 
A la piaga del cor quella del piede. 

Giunge là dove Adone dorme saporitamente, e, 
dopo averlo lungamente e languidamente contem- 
plato, lo bacia in bocca. Il suono del bacio sve- 
glia Adone, che alla vista di tanta beltà resta esta- 
tico, poi superato quel primo stupore, tenta fug- 
gire ; ma la diva trattenendolo : 

Perchè, disse, mi fuggi, ove ne vai ? 
Mi volgeresti il bel guardo sereno, 
Se sapessi di me ciò che non sai. 

Allora il giovanetto, soggiogato dallo splendore 
degli occhi di Venere, sosta, e le chiede chi sia; 
la madre d' amore evita dirgli la sua origine di- 
vina, e, per fuorviare il discorso, lo prega di vo- 
lerle curare la puntura della spina ; Adone che 
non era 

di cote rozza alpina 

Né di libica serpe al mondo natO; 

s'affretta subito a medicar la ferita. Qui Venere 
rivela al giovane l'esser suo; ed approfittando del 
turbamento di Adone, gli dice : 



— 206 — 

Or più non mi nascondo. Io mi son quella 
Per cui d'Amore il terzo ciel s'accende; 
Quella son io la cui lucente stella 
Innanzi al Sole, emula al Sol risplende. 
Taccio che dal mio bel, qualunque bella 
Bella è detta quaguiìi, bellezza prende; 
Taccio che figlia son del sommo padre: 
Dirò sol ch'amo e che d'Amor son madre. 

Adone, dopo aver guardato lungamente la sua 
amante, chinò mestamente gli occhi, e sospirando 
le fece una bella dichiarazione amorosa. Venere 
acconsente d'esser amata da lui; poi, strettamente 
abbracciati, entrano nel palazzo d'Amore. Quivi 
il nudo arciere narra ad Adone la favola di 
Psiche, la narrazione della quale occupa tutto in- 
tero il quarto canto del poema. 
/ Nel canto quinto siamo ancora nel palazzo d'A- 
/ more, dove Adone, pentitosi della parola data, 
cerca una via per andarsene; intanto gii si pre- 
senta Mercurio, che per trattenerlo gli narra 

Ciò ch'addiveune al misero Narciso 

ed altre novelle, con le quali vuol persuadere 1' in- 
deciso fanciullo a diventar l'amante di Venere. 

Con queste fole e Tavolette avea 
Del sommo Giove il messaggier sagace 
Pei'suaso il Garzon 

Ma Venere troncando le ciancio del loquace 
arciere, si fa avanti ad Adone, pregandolo che 
smetta la sua vita di cacciatore piena di perigli, 



— 207 — 

e che diventi l'miico suo pensiero; ed Adone ac- 
consente. Allora entrambi entrano nella casa di 
Venere, ove sono effigiate tutte le produzioni della 
natura e dello scibile umano. Quivi Mercurio pre- 
para al fanciullo un gentile spettacolo, la rappre- 
sentazione della Favola d'Atteone, dove 

L' Invenzione, la Favola, il Poema, 
E r Ordine, e '1 Decoro e l'Armonia 
De la Tragedia sua stendono il tema, 
La Facezia e l'Arguzia e l'Energia. 
L' Eloquenza è l'artefice suprema. 
Sovrastante con lei la Poesia. 
Seco il Numero, i1 Metro e la Misura 
Si prendou de la Musica la cura. 

Intanto cala la notte, e Adone s' addormenta 
nelle braccia di Venere, senza neancbe aspettare 
la fine dello spettacolo. La mattina, svegliatosi, 
invitato dalla dea e da Mercurio, entra insieme 
con loro nel giardino del Piacere, del quale Mer- 
curio fa a Adone la più minuta descrizione; en- 
trano insieme in alcuni ripari naturali, mira- 
bilmente istoriati; qui il Marino tesse l'elogio 
de' più insigni pittori viventi e da lui conosciuti • 
nomina il Paggi, il Castello, clie illustrò la Ge- 
rusalemme, il Caravaggio, lo Spada, il Valesio. 
il Morazzone, il Serrano, il Procaccino, il Palma, 
il Bronzino, il Bassignano e Guido Reni. Adone 
ammira le belle pitture, clie adornano quelle 
grotte naturali, in cui sono raffigurati gli amori 
e le gesta de' celesti eroi, come il rapimento 



— 203 — 
d'Europa, gli amori cV Endimione ecc.... Venere 
poi, nel fargli osservare un pavone, gli narra una 
favola, che è, di sana pianta, creazione del Ma- 
rino. (1) Poi, sempre guidato dalla sua amante, fa 
un'abile e coscienziosa rivista di tutte le piante 
che vi sono nel giardino del Piacere. Giunto da- 
vanti all'albero che dà la mirra : 

Non potè fai- che del materno stelo 
Non compiangesse il figlio il caso acerbo : 
Siati sempre, gli disse, amico il cielo. 
Tronco che 'n mezzo al cor piantato io serbo. 
Le tue chiome non sfrondi orrido gelo, 
Le tue braccia non spezzi Austro superbo; 
E quando ogni altra pianta i fregi perde 
In te verdeggi il fior, fiorisca il verde. 

Per il giglio poi ha parole affettuosissime : 

Salve, gli disse, o sacra, o regia, o degna 
Del maggior Gallo e fortunata insegna. 

Dopo avergli fatto contemplare tutte le mera- 
viglie che adornano il Cielo, Mercurio conduce 
alfine il giovinetto nel palazzo di Venere. Ivi sona 
raccolte le anime di tutte le belle donne passate 
e future ; ■ colà la gente mena vita allegra ed ogni 
cosa traspare amore e felicità. Sotto la scorta di 
Venere, Adone passa in rassegna le donne più. 
famose dell'antichità e del presente; vede Elena, 
Briseide, Polissena, Didone, Cleopatra, Europa, 

(1) Veggasi Canto VI, st. 82. 

Gli umani ingegni quando più non sanno 
Favole tali ad inventar si danno. 



— 209 — 
Leda, Diomira, Arianna. Andromeda, Ero, tra le 
greche; E-ebecca, Rachele, Betsabea, Susanna, 
Ester, Dalila, Dina, Giuditta, Berenice, tra le 
ebree; Livia, Messalina, Lucrezia, Fausta, tra le 
latine ; e finalmente tra le moderne : Emilia Gron- 
zaga. Margherita di Ferrara, Margherita di Lo- 
rena, Giulia d'Este, Caterina, Maria, Isabella e 
Margherita, tutte di casa Savoia; Margherita di 
Valois, Carlotta di Condè, Maria di Montpensier, 
Luigia di Lorena, Caterina di Guisa, Anna di 
Soissons, Enrichetta di Vendòme, Anna di Rohan, 
Maria di Montbason, e la vedova regina di Francia, 
Maria de' Medici, alla quale il poeta fa un nuovo 
panegirico. (1) 

Terminata la rassegna delle belle e nobili donne, 
sparisce d'un tratto l' incantevole quadro di quelle, 
e poi Adone, Venere e Mercurio ritornano donde 
erano partiti. Nel viaggio Adone, ancor piena la 
mente di quelle belle visioni, domanda a Mercurio 
quale sarà la sua fine; Mercurio, il quale conosce 
le strane peripezie tra le quali Adone è nato e 
cresciuto, gli predice che morrà ucciso da un cin- 
ghiale, ed il racconto di questa morte è pieno di 
quelle massime d'astrologia, delle quali nel Sei- 
cento già si cominciava a dubitare. 

Venere però, che vede il suo amante turbarsi 
a questo brutto vaticinio, lo trae a se e lo per- 



(1) Yeggasi nella Nuova Antologia (aprile 1887) lo studio del Nuziante: 
lì cavalier Marino alla Corte di Luigi XIII. L'A., il quale è già noto per altri 
lavori malameute coLcepiti e peggio condotti, con questo titolo pomposo» 
scrive un articolo pieno di grandi inesattezza e di giudizi avventatissimi. 

14 



— 210 — 
suade che Mercurio lia mentito. A dissuaderlo 
vieppiù tesse la vita dell'alato Iddio, raffiguran- 
dolo quale un fraudolento ed un menzognero. Gli 
narra il furto che fece dell'armento di Apollo e, 
quando questo Dio era ancora fanciullo, dell'arco 
e della farètra ; del pugnale rubato a Marte ; della 
tenaglia e del martello preso a Vulcano, e del 
cinto che rubò dal fianco di lei, vantandosi poi 
della cosa. Lo ammonisce infine a non credere 
alla magia e all'astrologia ; sicché Adone si ras- 
serena. 

Intanto la Gelosia, della quale il Marino fa un 
ritratto raccapricciante per la sua orridezza, sco- 
pre la tresca di Venere con Adone e corre tosto 
a darne avviso a Marte, il quale faceva ritorno da 
una guerra contro i Geloni ed i Biarini, e sa cosi 
bene insinuargli nel sangue il veleno della gelo- 
sia, che il Dio guerriero vola a Cipro, per isco- 
prire l'infedeltà di Venere. Però Amore se ne 
accorge e tosto ne avvisa Venere, la quale chiama 
Adone in disparte e lagrimando l'esorta a fug- 
gire l'ira del « Dio degli elmi e delle spade, » Il gio- 
vinetto, pien di paura, si stringe nelle spalle e tace, 
apparecchiandosi a partire. Ecco lo sfortunato 
amante in preda alla paura. 

Pallido più che marmo, e freddo e muto 
Mentre ch'apre la bocca è parlar vuole, 
In quella guisa che talor veduto 
Da la Lupa del bosco il Pastor suole, 
Come spirito e senso abbia perduto 
Gli muoion nella lingua le parole, 



— 211 — 

Ed è sì oppresso dal dolor che l'ange 

Gir al pianger de la Dea punto non piange. 

Venere per la prima si rimette dall'emozione, 
e, dà all'amante un anello magico, mirando il quale 
Adone può sempre veder l'immagine dell'amata 
donna e sapere dove e con chi sia, 

Dove sto, ciò elle fo, ciò che ragiono. 

Quindi lo raccomanda a Ganimede, perchè gli 
sia d'aiuto e lo difenda. Adone parte, mentre Te- 
nere s'apparecchia a ricevere l'infuriato amante. 
La Dea usufruisce di tutte le civetterie, di tutte 
le moire e le ipocrisie, di cui dispone la donna. 

Con gli occhi molli e con. le trecce sparte 
Su la soglia dell" uscio incontro fassi, 
E va dolente e lusinghiera avante 
Al suo feroce e furibondo amante. 

Comincia dal rimproverare a Marte la sua ge- 
losia; gli rammenta che, sebbene madre e mae- 
stra di Amore, pure è infelicissima, perchè con- 
tinuamente torturata dalla gelosia ; a quelle moine 
Marte si placa e la pace è fatta. Intanto Adone, 
errante e fuggitivo, va piangendo e tapinando 
tutto il giorno. 

Qui v' è un'ottava che ne ricorda un'altra del- 
l'Ariosto, quando questi narra la fuga d'Angelica. 

Teme se stesso, e di se stesso l'ombra 
Al suo proprio timore anco è molesta. 
Ad ogni sterpo che '1 sentiero ingombra 
Volgasi, e '1 moto immantinente arresta. 



— 212 — 
Quasi destrior che spaventato adombra, 
S'ode picciol rumor per la foresta, 
Se tronco il calle gli attraversa, o sasso 
Marte sei crede e risospende il passo. 

Sopraffatto poi dalla staiicliezza s'addormenta^ 
e la mattina, mentre erra per un bosco, s' imbatter 
in una leggiadra cacciatrice. Questa correva sulle 
piste di un cagnolino, il quale, a sua volta, cac' 
clava una bellissima cerva, presso ad esser dila- 
niata dai denti del cane, e che si rifugia vicino 
a Adone, scongiurandolo a salvarla. Adone, sor- 
preso nel sentir parlare una cerva, prega la cac- 
ciatrice a voler risparmiare la povera bestia. La 
cacciatrice, eli' è una driade, a nome Silvania, ac- 
consente a patto che voglia visitare la sua pa- 
drona, Falsirena, 

Che d'Jasio è sorella e di Mammone, 
Di Proserpina figlia e di Plutone. 

Adone di buon grado accetta, e, guidati dal 
cagnolino, s'incamminano verso il palazzo della 
maga. 

Passano per vie orride e sconosciute; traver- 
sano oscure caverne, e, dopo aver acquietato un 
orribile coccodrillo, che loro contendeva il passo, 
entrano nel giardino di Falsirena, dove incon- 
trano la maga che si stava bagnando. Intanto 
Amore colpisce con una freccia il cuore di Fal- 
sirena, che diviene amante di Adone. Curioso e 
ridicolo giuoco di parole è la narrazione del cam- 
biamento del cuore di Falsirena ; la maga, rima- 



— 213 — 
sta sempre insensibile agli strali d' amore, adesso, 
alla vista d'un imberbe fanciullo, seiite ardersi il 
^uore. 

Ardo, lassa, o nou ardo ? ahi qual' io sento 
Stranio nel cor non conosciuto affetto? 
È forse ardore? Ardor non è, che spento 
L' avrei col pianto, è ben d'ardor sospetto. 
Sospetto no, più tosto egli è tormento. 
Come tormento sia, se dà diletto? 
Diletto esser non può, poich' io mi doglio. 
Pur congiunto al piacer sento il cordoglio. 

Or se non è piacer, se non è affanno. 
Dunque è vano furor, dunque è follìa? 
Folle non è chi teme il proprio danno; 
Ma che prò, se noi tugge, anzi il desia? 
Forse Amor? Non Amor. S'io non m'inganno, 
Odio però non è: che dunque tìa? 
Che sia, misera, quel che '1 cor m'ingombra? 
Certo è pensiero, o di pensiero un'ombra? 

Ma se questo è pensier, deh perchè penso? 
Crudo pensier, perchè pensar mi fai? 
Perchè s'al proprio mal penso e ripenso. 
Torno sempre a pensar ciò ch'io pensai? 
Perchè, mentre in pensar l'ore dispenso. 
Noli penso almen di non pensar più mai? 
Penso, ma che poss'io? Se penso, invero 
La colpa non è mia, ma del pensiex'O. 

Mentre clie la maga s' affligge e piange, per 
«ssere incappata ne' lacci d' amore, sopravviene 
il giorno e con esso le due sue ancelle Sofrosina 
e Idonia; quest'ultima consiglia Falsirena a non 
sprezzare l'amore cb' ella nutre per Adone; la 



— 214 — 
prima invece tenta di combattere questa passione,, 
e fa osservare clie Adone è un primo venuto e 
indegno di lei. Dopo penoso combattere tra que- 
sti due disperati consigli, Falsirena s'appiglia al 
primo. Ignuda, spirante dal corpo bellissimo àrabi 
profumi, muove pian piano, timida e rispettosa, là 
dove giace Adone e lo bacia. Adone.... resiste ai 
vezzi della maga, e cosi risponde alle sue infuO' 
cate preghiere : 

Donna, assai ti degg'io; pria che si sciolga 
Qviesto dover, si disciorrà la vita. 
Finché chiusa fia l'alma in questa spoglia, 
Falsirena nel petto avrò scolpita. 
Così signor foss' io d'ogni mia voglia 
Come pronto m' avresti a darti aita. 
Ma che poss' io ? Forza d'onor mi move, 
E tenor di destin mi chiama altrove. 

Falsirena, a queste parole, rimane muta e confusa;^ 
essa aveva troppo calcolato su quel giovine, che 
non ha d'uomo che l' immagine. Adone esce dalle 
dorate soglie e v'entra Idonia, per conoscer l'ac- 
caduto; l'ancella, anch'essa sorpresa, corre verso 
Adone, che 

tra quelle verdui*e erme e riposte 
Al fresco del mattin si rivestiva 

e tenta persuaderlo a diventar l'amante della sua 
padrona. Adone però non ne vuol sapere; il mi- 
sero ed ostinato fanciullo vien messo in un'orrida 
prigione ed a guardia di lui vien dato uno schiava 
armeno eunuco. 



— 215 — 
Il Marino in questo punto traduce Claudiano. 
Eccone alcuni esempi: 

Marino : 

La custodia del carcere rimise 
L'irata Donna ad un suo schiavo Armeno. 
Degno supplicio al mal, che poi commise, 
Portò costui fin dal materno seno. 
Giusto ferro gli svelse e gli recise 
De la gemina fede il peso osceno, 
E gli tolse a la luce appena uscito, 
Ufiicio in un di padre, e di marito. 

Claudiano: 

Saepe tamen coepit. Cunabula prima ci'uentis 
Dedita suppliciis. Rapitur castrandus ab ipso 
Ubere, suscipiunt matris post viscera poenae. 
Advolat Armenius certo mucrone recisos 
Edoctus mollire mares damnoque nefandum 
Aucturus pretium fecundum corporis ignem 
Sedibus exhaurit geminis unoque sub ictu 
Eripit officium patris nomenque mariti. (1) 

Marino : 

Corse l'Arabia e per l'Assii'ia appresso 
Esercitossi in ministerii vili ; 

Claudiano : 

Inde per Assyriae trahitur commercia ripae. 
Hiuc fora venalis Galata ductore frequentat 
Permutatque domos varias 

(1) Claudii Claudiani, Carmina (In Eutropitim, lib- I) op. cit., Voi. I, 
pag. 160. 



— 216 — 
Però Adone teneva ancor duro ; e la maga al- 
lora ricorse a' suoi mezzi, dai quali attendeva un 
effetto sicuro. 

E di tenta)- determinò gl'inganni. 

Fece un'orribile miscela d' ingredienti magici, 
ma tutti sortivano un effetto contrario; e come 
mai poteva sperar bene, se la dea d'amore, die 
Falsirena invocava ne' suoi scongiuri, era la sua 
rivale? Quindi la maga si trasforma in pix3Ì- 
strello, e sul dorso di un montone corre in As- 
siria, dov'era stata combattuta aspra guerra; xa, 
sul campo su cui giacevano ammonticchiati mi- 
gliaia di morti, ne sceglie uno, per i suoi magici 
esperimenti, lo fa risuscitare, e gì' impone di ri- 
velarle il nome della donna che occupa il primo 
posto nel cuore di Adone. Il povero risuscitato 
le confessa che Adone ama, riamato, Citerea, e 
che Falsirena non potrà mai godere dell' amore 
di Adone, perchè questi possiede un anello, che lo 
preserva da ogni passione. La maga, presa dal di- 
spetto, uccide il soldato e poi ritorna velocemente 
nel suo palazzo, più che mai accesa d'amore del fan- 
ciullo, e col fermo proposito di togliergli l'anello. 

Tutti gì'' incantesimi eseguiti dalla maga Fal- 
sirena, sono tolti, di peso, dal libro IV della J'ar- 
saglia di Lucano. Citiamo, al solito alcuni brani, 
presi qua e là, indeterminatamente: 

Marino : 

Scelse un meschin di quella mischia sozza, 
Che passato di fresco era di vita. 



— 217 — 
Intei-o i] volto, intera avea la strozza, 
Ma d'un troncon nel petto ampia ferita. 
Se fia guasto il pulmon, se rotta, o mozza 
Sia l'aspra arteria, ond' ha la voce uscita, 
Prendendo a prescrutar, trova la maga, 
Ch' ha le viscere intatte e senza piaga. 

Lucano : 

Thessala vatem 

Eligit, et gelidas leto scrutata medullas 
Pulmonis rigidi stantes sine vulnere fibras 
Invenit, et vocem defuncto in corpore quaei'it. 

Marino : 

Nel seu, che quasi ancor tepido langue, 
Fa nove piaghe allor la man perversa, 
Per cui lavando il già corrotto sangue. 
Il vivo e '1 caldo in vece sua vi versa. 
Gli sparge ancora in ogni vena esangue 
Di varie cose poi tempra diversa. 
Ciò che di mostruoso unqua, o di tristo 
Partorisce Natura, entro v' ha misto. 

De la Luna la spuma ella vi mesce. 
La bava, quando in rabbia entra il mastino, 
E '1 fiel vi mette del minuto pesce 
Che '1 volo arresta del fugace pino. 
Ponvi l'onda del mar quando più cresce, 
E di Cariddi il vomito canino, 
E de l'unico augello orientale 
11 redivivo cenere immortale. 

L' incorruttibil cedro e l'amaranto, 
L' immortai mirra e '1 balsamo v'interna, 



— 218 — 
La seconda virtù del grano infranto, 
E de la Fera fertile di Lerna. 
Del fegato di Tizio ancora alquanto, 
Che sé medesrao rinascendo eterna, 
E del seme del bombice v'ha messo, 

Verme possente a suscitar sé stesso. 
Il cerebro dell' Arpido vi stilla 
E la midolla del non nato infante, 
E del nido Aquilino onde rapilla 
Vi pon la pietra gravida e sonante; 
Havvi l'occhio del Lince, e la pupilla 
Del Basilisco e del Dragon volante. 
Della Iena la spina, e la membrana 
De la Cerasta orribile africana. 

Le polpe del Biscion che nel mar Rosso 
Guarda la preziosa margherita 
Infra l'altre sostanze, e 'nsieme l'osso 
Del libico Chelidro anco vi trita. 
La pelle v' è e' ha la Cornice addosso 
Dopo ben nove secoli di vita ; 
Né vi mancan le viscere col sangue 
Del Cervo alpin che divorato ha l'angue. 

Ferri di ceppi e pezzi di capestri, 
Fili arrotati di rasoi taglienti. 
Punta d'aguzzi chiodi e sangui e mestri 
Di donne uccise e di svenate genti. 
De' fulmini la polve e degli alpestri 
Ghiacci il rigore e gli aliti de' venti, 
E i sudori del Sol quand'arde luglio 
Vi distempra confusi in un miscuglio. 

V'aggiunse d' Etna l'orride faville. 
Di Flegra i zolfi, e di Cerauno i fumi. 
Del gran Cocito le cocenti stille, 
Del pigro Asfalto i fervidi bitumi. 



I 



— 219 — 

E di miir altri ingredienti e mille 
Abominande fecce, empi sozzumi, 
Infamie e pesti, onde la Maga abbonda, 
Incorporò nella mistura immonda. 

Poiché tai cose tutte insieme accolte 
Nelle fibre e nel core infuse gli ebbe, 
E dal suo sputo infette altr'erbe molte 
Virtuose e mirabili v'accrebbe. 

Lucano: 

Pectora tunc primum ferventi sanguine supplet- 
Vulneribus laxata novis: taboque medullas 
Abluit: et virus large lunare ministrat. 
Hunc quidquid fetu genuit natura sinistro 
Miscetur. Non spuma canun, quibus unda timori est 
Viscera non lyncis, non dirae nodus hyaenae 
Defuit, et cervi pasti serpente medullae : 
Non puppim retinens, Euro tendente rudentes. 
In medii eclieneis aquis, oculique draconum, 
Quaeque sonant feta tepefacta sub alita saxa :^ 
Non Arabum volucer serpens, innataque rubris 
Aequoribus custos pretiosae vipera conchae: 
Aut viventis adhuc Libyci membrana cerastae, 
Aut cinis Eoa positi Phoenicis in ara. 
Quo postquam viles, nec habentes nomina pestes- 
Contulit: infando saturatas Carmine frondes, 
Et, quibus OS dirum nascentibus inspuit herbis, 
Addidit, et quidquid mundo dedit ipsa veneni; 

E, per finire, il Marino: 

A tai detti, o prodigio, ecco repente 
Il sangue inte^ndir gelido e duro, 



— 220 — 

E le vene irrigar d'umor corrente, 
Che già pur dianzi irrigidite furo. 
Ripien di spirto e d'alito vivente 
Movesi già l'immobil corpo oscuro; 
Già già palpita il petto, ed ogni fibra 
Ne' freddi polsi si dibatte e vibra. 

I nervi stende a poco a poco, e sorge, 
E comincia ad aprir l'egre palpebre. 
Torna il calor, ma somministra e porge 
A le guance un color eh' è pur funebre. 
Pallidezza sì fatta in lui si scorge, 
Che somiglia squallor di lunga febre; 
E con la morte ancor confusa e mista 
Giostra la vita che pian pian riacquista. 

■e Lucano : 

Protinus adstrictus calvit cruor, atraque fovit 
Vulnera, et in venas extremaque membra cucurrit. 
Pei'cussae gelido trepidant sub pectore fibrae: 
Et nova desvetis subrepens vita mediillis, 
Miscetur morti. Tunc omnis palpitat artus : 
Tenduntur nervi : nec se tellure cadaver 
PauUatim per membra levat, terraque repulsum est, 
Erectumque semel. Distento lumina rictu 
Nudantur. Nondum facies viventis in ilio, 
lam morientis erat. Kemanent pallorquo l'igorque; 
Et stupet Hiatus mundo. 

Intanto Adone languiva in durissima prigione, 
dovendo sopportare i cattivi trattamenti dell' ar- 
meno Idraspe, e, quel ch'era peggio, quelli di 
un'orrida nana, la quale, per colmo di sciagura, 
s'innamora di Adone. Però Idonia, la confidente 



— 221 — 

di Falsirena, si decide a togliere la compagnia 
di quelle furie al povero fanciullo, e, dopo mille 
moine, offrendogli un lauto pranzo, gli dà del- 
l'oppio, il quale fa cadere Adone in un profondo 
letargo. L'anello allora vien rubato e sostituito 
facilmente con uno falso. Al destarsi Adone, ancor 
pieno dei fumi del narcotico, fa per mirare l'im- 
magine di Citerea nell'anello, ma la cara visione 
è sjjarita. Allora si stempera in lagrime, e Venere, 
commossa, manda Mercurio al giovinetto latore 
di una lettera. Il messaggero di Giove gli palesa 
la frode commessa da Falsirena, e lo istruisce per 
ricuperare l'anello ed uscir dalla prigione. Frat- 
tanto Falsirena, sotto le spoglie di Venere, com- 
parisce ad Adone, il quale è preparato a questa 
gherminella della maga e non se ne commuove. 
La maga allora si decide a preparare un filtro, che 
faccia ardere di amore per lei il fedele amante di 
Oiterea, ma Idonia, clie serve il desinare al giovi- 
netto, per volere di Mercurio, sbaglia bevanda e gli 
dà invece a bere quella clie trasforma le persone. 
Adone, tramutato in magnifico uccello, è final- 
mente libero e vola per l'aria in compagnia di 
Mercurio, il quale gli fa noto come la casa e gli 
incantesimi di Falsirena siano opera di Vulcano, 
aizzato da Marte, che vuol vendicarsi di Citerea. 
Vulcano vede in tal modo svelata la trama tesa 
al povero Adone, sul quale sovrasta però un altro 
pericolo; d'incappare cioè in una rete clie Vul- 
cano ha ordita per impadronirsi di Adone, tra- 
sformato in uccello. Adone cade nella rete, che 



— 222 — 

è stata tesa nel giardino di Venere, e le compagne 
della dea decidono di regalar a lei il bell'animale. 
Qui Adone è spettatore di una scena ben triste 
per lui: assiste agli amori di Venere con Marte! 
Al misero fanciullo vien voglia di piangere, 

Né potendo sfogar la doglia in pianto 
Fu costi'etto addolcirla almen col canto. 

Mercurio ba compassione del tapinello e gli dà 
alcuni consigli, pe' quali può riprendere la forma 
umana; entrare nella casa di Falsirena e ripren- 
dersi l'anello donatogli dalla dea, anello che la 
maga gli aveva perfidamente rubato. Questo ed 
una noce, la quale, quando ne provi il bisogno, 
può apprestargli il desinare, deve prendere Adone 
nell'erario della maga e non altro. Il malcauto 
giovine però non ascolta il consiglio di Mer- 
curio. Entra nel luogo ove sono riposti tutti i te- 
sori di Falsirena, ed oltre all'anello ed alla noce 
non sa resistere alla tentazione d' ajDpropriarsi 
ancbe l'arco e la farètra di Meleagro. 

Adon che fai ? deli qual follia ti tira 
Ai-mi a toccar d'infernal tosco infette? 
Ahi forsennato, ahi trascurato, mira 
Chi quelParco adoprò, quelle saette. 
V'è di Diana ancor nascosta l'ira, 
Son fatalmente infauste e maledette, 
Dacché la Fera sua fu da lor morta, 
Infelici l'ha fatte a chi le porta. 

La maga Falsirena intanto s'appresta a ven- 
dicar l'onta arrecatagli da Adone. Organte, specie 



— 223 — 

di rodomonte, è incaricato della vendetta; il ma- 
snadiero prende con sé uno scelto drappello e si 
mette in traccia del fuggitivo, il quale erra 
per ogni dove, libero alfine clagl'incaatesimi della 
maga. Griunto alla marina, vede che colà si bagna- 
no alcune villanelle, e, vestendosi da donna, si 
unisce ad esse. In questo mentre una turba di 
masnadieri circonda il fanciullo e lo fa prigio- 
niero. Trascinato davanti a Malagorre, capitano 
dei predoni, è condotto nell'abitazione di questa 
gente, specie di grotta, ove sono riposte le spoglie 
rubate ai viandanti. Malagorre s'innamora pazza- 
mente di Adone, cb'è creduto una donna; anche 
perchè il fanciullo afferma d'esser tale e di chia- 
marsi Licasta. Qui il racconto assume proporzioni 
ariostesche, e forse l'intreccio e la varietà degli 
episodi superano in fantasia anche quelli creati 
da messer Ludovico. Adone è messo in compagnia 
con un giovine, il quale, a sua volta, s'invaghisce 
del fanciullo. Filauro, tale è il nome del giovine, 
era stato fatto prigioniero, insieme alla sorella 
Filora, mentre andavano a Menti. In questo mentre 
Orgonte s'imbatte co' masnadieri, capitanati da 
Malagorre, e s'impela una battaglia che degenera 
in carneficina. Filauro e Filora muoiono per mano 
dei briganti, che sono volti in fuga da Orgonte 
solo a combattere, dopo che tutti i suoi son morti. 
Orgonte allora si mette in traccia di Adone, ma 
nelle ricerche cade in una voragine e muore. (1) 

(l) In questo canto (XV) il Marino s'appropria quel verso di Dante : 
La bocca sollevò dal fiero pasto. 



— 224 — 

Scampato da questo nuovo pericolo, Adone, men- 
tre si riposa dalle emozioni provate, vede venirgli 
incontro un cavaliere. E Sidonio, amante di Do- 
risba, la madre della quale, Argene, nega di dar- 
gliela in isposa, perchè in guerra l'ha orbata del 
padre. Dopo vari episodi, Sidonio raggiunge il 
suo intento, mentre che Adone, dopo tante perse- 
cuzioni, ritorna nelle braccia di Citerea. 

La quale però, per provar se ancora Adone gli 
sia fedele, si trasforma in una villanella ; e, fìn- 
gendosi un'indovina, facilmente può indagare i 
passati amori del giovine e predirgli nuove pe- 
ripezie. Alla fine Venere, saputo il suo amante 
essergli stato sempre fedele, si rivela a lui. 

De' dì perduti e del ritorno tardo 
Ristora il tempo entro il bel grembo assiso, 
Dolce pria l'arse il lampeggiar del guardo, 
Dolce ferillo il folgorar del viso, 
Ma dolcemente da più dolce dardo 
Al saettar del bacio ei giacque ucciso. 
Languiano l'alme e d'egual colpo tocca 
Gravida di due lingue era ogni bocca. 

E dopo ciò gli amanti ritornano al palagio d'a- 
more, dove ricominciano gli amori e dove si passa 
nuovamente di meraviglia in meraviglia. Quivi Ve- 
nere propone al giovine una partita a scacchi, nella 
quale il Marino fa sfoggio di un'abilità grandis- 
sima come verseggiatore ; chi vincerà la partita 
dovrà governar le brame e le voglie del perdi- 
tore. Il giuoco però, per mezzo di noiose circo- 



— 225 - 
stanze, non è vinto da nessuno degli avversari^ 
ed Amore, chiamato come giudice, imbroglia 
sempre più la cosa, che viene infine accomodata 
da Adone, il quale dà la palma della vittoria a 
Venere. Questo canto palesa tutti i vizi e tutti 
i difetti del Marino come poeta lirico e come 
epico; qui niente alletta la fantasia del lettore, 
se si accetti la bizzarra tessitura del giuoco. Le 
meschine e ridicole rivalità di Mercurio e di 
Amore, la rabbia da che è presa Venere, perchè 
Gelania, una sua ancella, guasta il giuoco, destano 
nausea nel lettore. L'incedere maestoso e sensi- 
bile del poema classico mitologico sparisce, per 
dar luogo ad un intralciato e penoso sperpero di 
episodi, che guastano il dramma. Ma prendiamo 
di nuovo la narrazione, che fortunatamente è 
alla fine. 

Intanto in Cipro doveva eleggersi un nuovo 
re, il quale, secondo l'editto della dea di Gnido, 
doveva essere superbamente bello. Il giorno del- 
l'elezione, si presentano moltissimi aspiranti al 
posto regale, ma la dea d' Amore dà la corona di 
re al suo amante, il quale, proclamato re da' ci- 
prioti, è portato in trionfo dagli isolani, con im- 
mense grida di giubilo. Però le ore felici per 
Adone sono brevi e fugaci. Era da poco nelle 
braccia di Citerea, quando la Dea parte di nuovo, 
per assistere a giuochi che si fanno a Citerà in 
onore di Amore. Però promette all'amante di 
trattenersi poco tempo colà, perchè ha desiderio 
di vivere sempre insieme coll'amato fanciullo. 



— 226 — 
Parte infine con gran dolore, presaga del fato che 
incombe sii Adone, e tenta invano di salvarlo col 
compiere sulle spalle di un Tritone, da lei allet- 
tato colla sua bellezza, un viaggio marittimo assai 
singolare dal lato geografico, in cerca di Glauco, 
che potrebbe darle l'erba dell'immobilità da som- 
ministrare all'amante. Glauco non si trova, e 
Venere è costretta ad approdare a Citerà, perchè 
i giuochi sono 'pev cominciare. Nel frattempo 
Adone snida alla caccia e provoca un fiero cin- 
ghiale, aizzato contro di lui dall'odio implacabile 
di Marte e di Diana. La belva, innamorata della 
bellezza di Adone, lo insegue per baciargli un 
fianco, denudatogli nella fuga dal vento, e con- 
ficca le zanne nelle carni delicate del giovinetto. 
Adone muore ! 

E morto Adone. Amor dolente, 
Perchè non piangi ? Il bell'Adone è morto. 
Empia fera e crudel col davo dente, 
Col dente empio e cradel l'uccise a torto. 
Ninfe, e voi non ijiangete? Ecco repente 
Adon vostro piacer, vostro conforto. 
Lascia del proprio sangue umidi fiori. 
Piangete^ Grazie, e voi piangete. Amori. 

I due ultimi canti narrano come in appendice 
i funerali fatti all'amante di Venere e i giuochi 
istituiti in onor suo. (1) 

Questo è il riassunto del poema che costruito 

(1) Tutlo repi.soilio, nel (jualo il cingliialr, ai rimproveri (li Venere, 
contrappone umili scuse, è ricavato dall'idìllio di Teocrito: « La morie 
di Adone. » 



— 227 — 
principalmente con materiali mitologici, si dovrà 
-chiamare poema favoloso, come il Marino chiama 
favolosi i primi idilli della Sampogna: quali il 
Ratto di Proserpina, l'Orfeo, l' Atteone, ecc.. E 
noi crediamo che l'idra d'Ercole non fosse cosi 
fertile di teste come V Adone è fertile di digres- 
sioni, molte delle quali sono alla lor volta di- 
gressioni delle prime. Scriveva lo Stigliani, il 
maggior nemico letterario del nostro poeta, esser 
V Adone il poema dei poemi] checche ne sia il 
Marino rifuse in esso tutte le sue liriche pasto- 
rali, marittime, boscherecce, amorose^ laudative; 
di nuovo non v' è che qualche episodio, ove narra 
i casi della sua vita oltremodo avventurosa, op- 
pure le gesta de' più ragguardevoli personaggi 
del tempo. Questo modo di comporre crediamo 
che non era stato adottato da alcun poeta né 
antico, ne moderno, anzi totale invenzione del 
nostro Autore. 

Nel poema non v'è energia, ne poetica, ne 
morale; è sempre lo stesso saltare di palo in 
frasca, sempre quel descrivere minutamente ogni 
più piccolo oggetto. « L'energia nel poeta, dice 
saviamente il Giraldi, non sta nel descrivere mi- 
nutamente ogni cosuccia qualunque volta il poeta 
scrive eroicamente, ma nelle cose, che sono degne 
della grandezza della materia che il poeta ha 
tra le mani ; e la virtù dell'energia, la quale può 
anch'essere chiamata efficacia, viene eseguita ogni 
qual volta non usiamo ne favole, ne cose oziose. » 
Di più, il fatto che si suppone avvenuto nei tempi 



— 228 — 
favolosi, obbliga il Marino a ricavare il mara- 
viglioso del suo poema dalle azioni delle divi- 
uità mitologiche seguendo l'esempio de' poeti greci 
e latini: la qual cosa, favoleggiata in tempi nei 
quali a quelle divinità non si prestava alcuna 
credenza, mostra la sua poca serietà con cui egli 
scriveva; il che spiega perchè le sue narrazioni 
riescono fredde e privono il lettore di quel diletta 
che reca il maraviglioso, quando ha intime rela- 
zioni con fatti veri, o almeno tali da mettere 
in movimento l'immaginazione. 

Jj^Adone^ oltre all'essere in generale il racconto 
di un infame adulterio di dei e d'eroi, e di una 
scandolosa rivalità de' medesimi, viene anche a 
mostrare quanti vizi erano corteggiati in quel- 
l'età cosi povera di nobili e belli ideali. L'argo- 
mento del poema è tutto una tessitura di pas- 
sioni leggere e superficiali, come il cuore del 
Marino, in cui non vibra la corda del sentimento. 
È una lanterna magica, che vi passa davanti agii 
occhi, rappresentando azioni ed episodi, a volta 
sensuali e spiranti una perfetta beatitudine della 
vita, a volta tetri e raccapriccianti; tali che danno a 
pensare al lettore e gli fanno riflettere, che il Marino 
degrada troppo e dei e umanità, che servono come 
strumenti e spettatori del dramma. Infatti nel canta 
decimoquinto Marte, mentre dorme, è preso di 
mira dalle imprudenti canzonature di una miriade 
di satiri e d'amorini che lo insultano in mille 
modi. Apollo stesso, il grande e generoso Dio, è 
scettico e vendicativo, e forse è lui solo la causa 



~ 229 — 
vera di tutto il dramma, di cui Adone è il capro 
espiatorio. Questo giovinetto poi, bello come un 
angelo, non ha carattere; la volontà è affatto 
morta in lui, ed ei non riesce che uno strumento 
passivo in mano del fato, che lo aggira a sua posta. 
Adone è un uomo che si muove solo per volontà 
degli altri, che fugge alla prima richiesta del- 
l'amante, eppoi piange sopra la sua infelicità; 
che non pensa a difendersi, quando viene assalito, 
che non si vendica, ne rimprovera a Venere le 
-sue infedeltà. Al lettore non è punto simpa- 
tico quest'eroe impastato di finissima e mobilis- 
sima materia, la cui anima è vile e senza ini- 
ziativa. « Adone concepito in un tempo e fra 
un popolo a cui manca il carattere, non ha 
carattere; vile, non ha coscienza della sua viltà, 
soffoca nel piacere ogni istinto generoso, e ban- 
disce da se il pensiero, perchè il pensiero è vita, 
lotta, tormento fecondo, ed egli ama meglio ve- 
getare ed oziare nelle voluttà senza passioni, 
circondato da ogni parte da fallaci parvenze, si 
muove in un mondo di falsità e la vita reale gli 
fa paura. » (i) 

Abbiamo detto che il Marino nel poema sciupa 
i caratteri. Diremo di più, che è anche infelice 
nella tessitura dell'intreccio, il quale confonde- 
rebbe la memoria di chiunque per la sua smi- 
suratezza e per l'immensa quantità d'episodi. 
Da ogni minimo vocabolo, che gli capita per 
<caso sotto la penna, il Marino prende occasione 

(1) Corradino, Il Seicentisma e l'Adone, Casanova, Torino, 1880. 



— 230 — 

di far sfoggio della sua facilità, della sua fa- 
condia e della sua coltura, come per esempla 
nel terzo canto, ove, per dire die Adone dorme, 
« e che avea il sonno negli occhi, » esce a 
narrare la favola lunghissima di Morfeo e di 
Pasitea. Tutto il canto quarto, nel quale narra 
la favola di Psiche, non ha che fare un nero di 
fava, ne con Venere, ne con Adone; senza di esso 
il j)oema può procedere e restare intero. Di più 
le favole che nel quinto canto Mercurio narra 
ad Adone, sono pur' esse inutili e prese a pre- 
stito. Quella di Narciso non si racconta per altro, 
se non perchè Adone non s' invanisca per la 
tro^Dpa bellezza; ma dove appare in lui segno 
alcuno di tale vanità? La favola di Ganimede, 
la quale, col mostrare ad Adone la sua grande 
fortuna, tende a farlo persuaso di ci*ò di cui 
egli è poi perfettamente sicuro, è anch' essa 
inutile. 

Il Marino, sebbene abbia grande venerazione 
per i classici latini ed italiani, s^^ecialmente per 
Ovidio e pel Tasso, oggetto quest'ultimo per lui 
d'ammirazione profonda, s'allontana in certe guise 
da loro. In costoro v'è studio paziente ed accurata 
de' personaggi, che si muovono in un ambiente 
relativamente semjjlice. Neil' opera del poeta na- 
politano invece i personaggi non sono affatto stu- 
diati; mentre l'ambiente è così sovraccarico di 
tinte smaglianti e di paesaggi incantati, e non 
incantevoli, che la fantasia ci si perde facilmente. 
Quindi il Marino, a differenza de'poeti epici e bu- 



— 231 — 
colici, è grossolano e volgare nella forma e impe- 
rito nella rappresentazione de' personaggi. 

Adone per Venere non è un'amante; a volta 
è un discepolo, al quale la dea fa da maestra di 
rudimenti, a volte è un manichino che mette 
in riposo solamente quando le conviene, per ca- 
priccio o per necessità. 

L"" Adone poi si stacca sensibilmente dagli an- 
tichi poemi epici e cavallereschi; il Marino dà 
all'amore una forma nuova che non esisteva dap- 
prima, e questa forma, data all'amore, è un no- 
vello impulso e un'espressione diiferente che ri- 
ceve la letteratura. E noi crediamo che qui sta 
il merito principale dell'autore, pel quale divenne 
celebre e celebrato. « L'uomo ama il maraviglioso, 
perchè più ci avviciniamo all'antichità e più i 
fantastici episodi delle epopee rapiscono la fan- 
tasia de' popoli; la società moderna, amante di 
novità, non poteva adottare che un solo mara- 
viglioso ed era il romantico, il quale è favoloso 
come l'epopea e per di più falso ; esso ci descrive 
gli uomini e le passioni sotto un aspetto più in- 
tenso : cangia gli uomini in dei e in demoni, ma 
senza dircelo, lasciando loro attitudini e forme 
umane. » 

A questi difetti, propri dell' epoca in cui viveva 
il poeta, e cosi spontaneamente coloriti da lui, 
s'aggiunga la mania di voler ingentilire ed inno- 
vare la forma, che menò lui, come gli altri, a ren- 
derla invece falsa e malsana, per soverchia accu- 
mulazione d'iperboli e di metafore, ed avremo, 



— 232 — 

come poema, quell' informe ammasso dislegato 
d'episodi, iu forma barocca, cli'è VAdoue. Ma 
del resto la natura del poeta non potea con- 
durlo al concepimento di un racconto che proce- 
desse ordinato e pensato con seri intendimenti 
artistici. Il suo capolavoro sono le liriche amo- 
rose, dove descrive ciò clie pensa e quello ciie 
ambisce di possedere. Colà il lettore ha il campo 
d'osservare la facil vena poetica del Marino, nel 
quale, siccome in lui è molto variabile questo 
sentimento, analizza perciò mirabilmente la pas- 
sione amorosa ;i suoi versi allora sono fluidi, efifi.- 
caci ed eleganti ; diletta in questa sua estrinseca- 
zione del sentimento, perchè egli ha nel cuore la 
perfetta conoscenza di ciò che dice, senza andarlo 
a chiedere umilmente a prestito a' modelli antichi. 
Quando egli imita da costoro, le sue creazioni 
riescono fredde, come colorito, e difettose come 
forma; mentre, descrivendo quello che sente e 
pensa, acquista una tinta originale, che, come 
poeta amoroso, trova un solo contrapposto : il 
Petrarca. 

E l'amore che il Marino dice di nutrire in 
petto e pel quale scrive versi, non è quell' amore 
« vile e plebeo, che saetta il cuore alla gente 
villana, parto infame dell'immonda lascivia, al- 
lievo licenzioso dell'ozio umano » 

Gai'zon nato di furto, 
Nutrito tra le fere, Arderò ignudo, 
Lusinghiero, fallace. 



— 233 — 

Attempato fanciul. cieco cerviero. 
Pargoletto benigno e fier gigante 
Spiritello vagante, empio tiranno, 
Che usurpandogli il seggio 
De la ragione oppressa 
Signoreggia le voglie, il sonno uccide. 

Non è questo l'amore clie sente e che descrive 
il poeta. Invece è « un nume casto e pudico, 
amico di concordia e d'onestà, giovinetto alato, 
che solleva da terra i pigri ingegni, Dio delle 
meraviglie, imperatore di nobili desideri, illustra- 
tore di nobili pensieri, ecc. » 

Ma del resto, questo era l'indirizzo poetico del 
tempo. L'Italia, che prima aveva riso in faccia 
all'epico ed al cavalleresco; che cominciava a 
guardar con la lente del critico, anzi dell'ipercri- 
tico, il canzoniere del Petrarca, « chiamandolo un 
libro barbaro, è piuttosto prosa che poesia; » rim- 
proverando il poeta di non aver adoperato « né 
traslati, né figure, non forme, non metafore, né 
parte alcuna di quelle, che usa l'arte, per fare i 
versi, non scelta di frasi, né vaghezza di parole, 
né grazia di concetti, né lume insomma alcuno 
di quello, che ai poeti somministra la natura; » (1) 
e che ora irrideva anche agli dei mitologici e 
pagani: questa Italia si cristallizzava nell'idillio. 

Accanto alle concezioni, piene di satira, del 
Tassoni, ed ai travestimenti epici del Bracciolini, 

(1) Il Sitratto del Sonetto e della Canzone, Discorsi di Federigo Ma- 
pinni, in Venetia, appresso li Bertani, 167», pag. 93. 



— 234 — 

del Lalli, del Corsini e di tanti altri minori, essa 
creava un'arte tutta languori e svenimenti. Tutta 
la poesia lirica italiana si trasportava nell' Ar- 
cadia, ossia in un mondo fittizio, dove non si po- 
teva e doveva parlare altro che d'amore; dove 
si jDoteva spasimare e soffrire per un dio clie so- 
lamente restava agl'Italiani e del quale essi po- 
tevano liberamente parlare, adulare ed odiare; quei 
pastori snervati, e cogli occhi sempre lagrimosi; 
quelle pastorelle scettiche, civettuole, e niente 
affatto femmine, erano i personaggi che i poeti 
del Seicento rappresentavano nella loro poesia ar- 
tificiosa, tutta piena di bisticci e di metafore ar- 
ditissime; ispirata ad un naturalismo vacuo ed 
a volte lubrico e appassionato; ed il Marino fu 
assorbito tutto da questa maniera di poetare fiacca 
e languida; egli, come dice in una bella frase 
il De Sanctis, « dicesi che fu il corruttore del 
secolo. Piuttosto è lecito di dire che il secolo 
corruppe lui, o, per dire con più esattezza, non ci 
fu corrotti, ne corruttori. » (1) 

E questo è evidente. Furono i frutti di una 
ricerca animata da cattive intenzioni nel campo 
del petrarchismo e dell'epopea, che condusse a 
ciò; fu lo spirito di novità che s'impossessò del 
Seicento, e che assorbì tutti : poeti, prosatori, pit- 
tori, filosofi e politici. E costoro noi li vediamo 
sfilare neìV Adone, ritratti con grande verità; per 
questa ragioni, e per altre che verremo man mano 

(1) Storia (iella letteratura ittìiana, di Francesco De Saiictis, Napoli. 
A. Morano, 1879; Voi. II, pag. 217. 



— 235 - 
esponendo, si spiega il grande favore col quale 
fu accolto da tutti il poema, e la « stima di cui 
ne faceva il mondo; » perciò V Adone è da stu- 
diare e molto, e fu gran torto dei critici l'aver 
dimenticato che in quel poema è racchiuso tutto 
il Seicento, nelle emanazioni della vita sociale, 
artistica e intellettuale. 

U Adone poi non si deve studiare come un 
complesso di episodi i quali formano un regolare 
intreccio perchè il poema, anche se a prima vista 
sembra avere un nesso, ciò non di meno devesi 
leggere e studiare parte a parte. Cosi quando 
si è letto un canto sulo àeìVAdonej è come se si 
fossero letti tutti, perchè l'interesse non cade sul 
poema, ma sulla poesia del poema stesso. È una 
onda sonora di versi e di rime, musicata come 
una melodia dolcissima ; in essa s'osserva già il 
ritmo rausicale, che ha il suo culmine nella can- 
zonetta del Metastasio, discepolo, come vedremo 
in seguito, più diretto del Marino. Il quale, dice 
il De Sanctis, fu uno scrittore melodrammatico ; 
la sua ottava è fluida e produce lo stesso effetto 
della musica nel sentimento del lettore; ossia ca- 
denza, armonia, dolcezza infinita. « La lirica sei- 
centista è in gran parte melodrammatica, » e 
man mano, nella letteratura italiana, veniva a 
morire la robustezza dell'endecasillabo che dal- 
l'Alighieri al Tasso avea servito a dimostrare al 
mondo i divini loro pensieri e ad esso veniva 
sostituita la strofetta. Cosi la musica prendeva 
il posto della lirica italiana, e nella nostra patria 



— 236 — 

'veniva a crearsi un'altra gloria nazionale, la quale 
fu il melodramma, 

E V Adone sta li a rappresentare questa grande 
trasformazione; in esso i germi, già in embrione 
neir Or/eo, -neW Aminta enei Factor Fido, sono ora 
in fecondazione avanzata; quando il Marino dice': 

Voi che scherzando gite, anime liete, 
Per la stagion ridente e gioveuile, 
Cogliete con man provvida cogliete, 
Fresca la rosa in sull'april d'aprile, 
Pria che quel fuoco che negli occhi avete 
Freddo ghiaccio divenga e cener vile. 
Pria che caggian le perle al dolce riso, 
E com'è crespo il crin sia crespo il viso. 

Un lampo è la beltà, l'etate un'ombra. 
Né sa fermar l'irreparabil fuga. 
Tosto le pompe di Natura ingombra 
Invida piuma ingiuriosa ruga. 
Rapido il tempo si dilegua e sgombra. 
Cangia il pel gli occhi oscura il sangue asciuga 
Amor non men di lui veloci ha i vanni, 
Fugge co' fior del volto il fior degli anni. 

De' lieti dì la Primavera è breve 
Né si riacquista mai gioia perduta, 
Vien dopo '1 verde con pie tardo e grave 
La penitenza squallida e canuta 



annunzia il Metastasio, la strofetta del quale già 
si trova quasi allo stato di perfezione nel Cliia- 
brera, poeta che s'avvicina al Marino più di quello 
-che non si creda. 



— 237 — 

Perciò l'Adone fu a giusto titolo chiamato il 
capolavoro di quanto fu prodotto nella letteratura- 
dei Seicento; perchè esso è lo specchio fedele degli 
usi, dei costumi e delle aspirazioni di quell'epoca; 
è il degno rappresentante di una poesia lirica ed 
epica, che deperisce, e di un'altra, melodramma- 
tica, che sorge: arte bella, nuova e soprattutto 
nazionale. 

Eppoi, poteva il Marino dar di fiato alla tromba- 
epica e dare al mondo letterario un poema, tal 
quale l'avea dato il povero Tasso ; lui eh' era 
spettatore delle critiche mosse alla Gerusalemme? 
Perchè crediamo che il Marino avrebbe voluto e 
potuto fare anche lui il suo bravo poema, e le 
frequenti allusioni di cui è pieno V Adone fanno 
fede di ciò. Prima e dopo il Marino, molti e 
molti poeti tentarono l'epopea, ma non vi riu- 
scirono ; il Chiabrera ci dava V Italia Liberata, 
Giambattista Strozzi la Venezia Edificata^ Tom- 
maso Stigliani il Mondo Nuovo, il Biffi, la Roma 
Risorgente ; i poeti del Seicento avevano persino 
tentato il poema sacro; e Gasparo Murtola, a- 
imitazione del Du Bartas e del Tasso componeva- 
il Mondo Creato; il Soranzo V Adamo, Rodolfa 
Campeggi Le Lagrime della Vergine ; Raffaele 
Rabbia un poema sopra La Madonna Egiziaca; 
ma tutti, poemi epici e sacri, erano condannati 
all'obbio, perchè l'Italia non li comprendeva o 
o meglio non ci si divertiva. 

Il Marino, ingegno vivacissimo, esjDcrtissimo ed 
essenzialmente pratico, si trovava appunto davanti 



— 233 — 
a questo quadro; comprese che l'Italia, nelle con- 
dizioni in cui si trovava, serva, oppressa, vili- 
pesa, lungi dalla vita pubblica, e mancante del- 
l'indipendenza, voleva, non potendo far altro, di- 
vertirsi, e questo lo poteva; allora il Marino non 
volle andare contro corrente; acclamato il poeta 
del tempo, non volle essere impari alla « aspet- 
tazione che di lui faceva il mondo » e scrisse 
VAclone^ ossia dipinse il pensiero, le aspirazioni, 
_gli usi e le abitudini, tutto insomma, del tempo; 
questo e non altro fece il Marino. Ed oggi che 
il critico giudica questo poeta alla stregua delle 
moderne esigenze, ha torto ; com' ebbe torto a 
rimproverare l'Ariosto di essere stato solamente 
artista. Da messér Lodovico al Donizzetti e al 
Rossini, il popolo italiano fu un popolo d'artisti; 
l'arte era la sola passione, il solo obbiettivo per 
cui l'Italia poteva vivere, e tutta vi si rifuggiò 
empiendo il mondo delle più belle creazioni del- 
l'arte ; e quando sorse qualche poeta, che lamentò 
le miserie italiane, questo fu non solo artista, 
ma cittadino, quale il Berchet. Perchè il Berni, 
il Caporali, Salvator Rosa e tanti altri, prima 
pensarono all'arte e poi alla satira. 

Riconosciamo adunque nel Marino un grande 
artista ; avrà egli cantato cose, che, per molti 
rispetti, a noi non andranno a sangue, ma non 
pesiamo troppo la mano su di lui. Egli fu nel 
Seicento colui che più di tutti comprese qual via 
dovevasi tenere per salire alla fortuna ; ci si mise 
e vi riuscì. 



— 239 — 

Ed il Marino, die allorquando si trattava di 
parlare delle sue poesie si comportava da mer- 
cante espertissimo, chiama il suo poema « fab- 
brica rifarcita (o per meglio dire) gonnella rap- 
pezzata. » Confessava clie la sua favola era an- 
gusta e incapace di varietà d'accidenti, e die 
s'era ingegnato d'arricchirla d'azioni episodiche, 
come meglio gli era stato possibile. (1) Ed in una 
lettera al Ciotti, parlando della Strage degli In- 
nocenti, diceva « esser questo poema senza compa- 
razione più perfetto àeW Adone; il quale poema 
presso di lui non era in tanta stima quanta ne 
faceva il mondo. » (2) 

Anche Shakespeare volle scrivere un poema su 
Adone, e nel 1593, forse per compiacere all'amico 
suo, il giovane conte di Southampton, compose 
Venus and Adonis. (3) Questo poema dunque e an- 
teriore di trent'anni a quello del Marino. Ebbe 
parecchie edizioni; in mezzo secolo fu riprodotta 
undici volte, e da ciò si può arguire che il suc- 
cesso fu considerevole. Dice lo Stapfer, che questo 
poema è completamente italiano per lo spirito 
suo; che i difetti che lo guastano sono quelli 
stessi che si rimproverano alla letteratura italiana, 



(1) Nel 16C2 Nicole « Consigliere e Presidente nell'elezione della città 
di Chartres » tradiiceva il primo canto dell' Adone, che stampava in- 
sieme ad alcune versioni di Persio, di Ovidio e di Orazio, dedicando il 
libro a. Liii^i XIV. « Les oeuvres de monsieur le président Nicole, à Paris, 
chez Charles de Sercj', au Palais, dans la salle Dauphiue, à la Bonnc- 
Foy couronne, M.DC.LXII. « 

(2) Marino, Lettere, pag. 142. 

(3) Tlie Works of William Shakspeare, in seven volumes, Leipzig, U 
Tauchnitz, 1863, voi, XVII, pag. 2:8. 



— 240 -- 
in quel momento della sua storia quando la ma- 
teria cominciava a mancarle, ed essa era caduta 
ne' raffinamenti eccessivi della forma (1)* 

Questo e il poema del Marino sono certamente 
i più ragguardevoli sul mito degli amori di Ve- 
nere con Adone. Shakespeare si attiene però, 
come fattura del poema, strettamente al mito 
greco, tramandatoci da Ovidio; mentre che il 
Marino empie il suo d'un enorme numero di 
storie favolose, che sviano facilmente l'attenzione 
del lettore ed intralciano il racconto principale. 
In quello dello Shakespeare, Venere rappresenta 
l'amore in tutte le sue focose manifestazioni : 
Adone la bellezza in tutta la sua virilità. Venere 
nel poema del gran tragico inglese è d'una lus- 
suria che spaventa. E la donna feroce ne' suoi 
amori, che prega, che minaccia, che odia, che ma- 
gari si vendica crudelmente, pur che soddisfi, ai 
suoi immensi desideri: « Oh pietà, esclama ella 
rivolgendo le languide pupille su Adone; fan- 
ciullo dal cuore di pietra, non è che un bacio 
ch'io ti chiedo; io t'ho supplicato anche per il 
feroce e terribile dio della guerra, che non ha 
mai curvato il collo nelle battaglie, che trionfa, 
appena giunge, in tutte le lotte. Ebbene, egli ha 
implorato da me ciò che tu non domandi nep- 
pure; sopra il mio altare egli ha deposto la sua 
lancia, il suo scudo, il suo cimiero ; per far pia- 
cere a me ha imparato a giuocare, a ballare, a 

(1) Stapfer, Draiiies et poi me a de Sìiak-expeurc, Paris, Fischbacher, 1881, 
jiag. IQi. 



— 241 — 
scherzare, a fare il birichino, a divertirsi, a sor- 
ridere, facendo delle mie braccia il suo campo di 
battaglia e del mio letto la sua tenda. » A queste 
grida appassionate, a quest'immenso e sfrenato 
bisogno di godimento. Adone, che non ha che 
una sola passione, la caccia, con accento di non- 
curanza e con aria annoiata, esclama : « Smetti, il 
sole mi dà noia e mi brucia la faccia ; bisogna 
che me ne vada. » 

Shakespeare nel suo poema ha descritto il dua- 
lismo tra la passione amorosa e la bellezza. La 
prima s'arma di tutte le seduzioni, di tutte le 
armi che l'amore più sfreneto ha a sua disposi- 
zione. L'altra si munisce di un' indifferenza a tutta 
prova. Le frasi infuocate, che sfuggono a Venere 
nell' impeto della passione, sono accolte da Adone 
con aria d'annoiato. Le armi, con le quali Venere 
supplica e minaccia Adone acciò si getti nelle 
sue braccia, si spuntano senza neanche intaccare 
quel cuore di ghiaccio. « Sei tu dunque di roc- 
cia, sei tu dunque d'acciaio? esclama Venere al 
colmo dell'esasperazione; no, tu sei più duro della 
roccia, perchè questa s'ammollisce alla pioggia. 
Oh, se tua madre avesse avuto un cuore duro 
come il tuo, essa non t'avrebbe messo al mondo, 
sarebbe morta sterile! » 

Ma Adone, a queste parole, sorride sprezzante- 
mente e si muove per andarsene. « Pietà, grida 
ella fuori di sé, un favore ! una carezza ! » Adone 
non la sente nemmeno e si precipita verso il suo 
cavallo. 



16 



— 242 — 

Ma all'improvviso, da un bosco vicino, una ma- 
gnifica cavalla di razza spagnola scorge il cor- 
siero di Adone, il quale vede la sua compagna 
andare in ismanie e vuole raggiungerla. Adone 
fa sforzi da energumeno per rattenerlo, ma invano; 
esso rcmpe i freni che lo trattengono, e fugge 
verso la nobile cavalla, lasciando il cavaliere solo 
con Venere. Qui principia nuovamente una bat- 
taglia tra la passione e l' indifferenza, accoppiata 
al più grande scetticismo. Venere vuol persua- 
dere il giovinetto ad an aria, portandogli l'esem- 
pio del destriero, che tradisce il padrone per cor- 
rere al godimento sensuale. — • « Io non conosco 
l'amore, risponde Adone, e non voglio neanche 
conoscerlo, a meno che non sia una bestia fulva, 
ed allora io gli darei la caccia. » Ed esce in que- 
ste stupende frasi, nelle quali si rivela il gran 
tragico inglese in tutta la sua straordinaria po- 
tenza : 

« Il mio amore per l'amore non è che l'amore 
del disprezzo, giacche io ho inteso dire che 
l'amore è una vita d'agonia che un soffio fa ri- 
dere e piangere. » 

Alfine le moine di Venere vincono l' insensibi- 
lità del fanciullo ; la focosa passione s' è impa- 
dronita della sua preda. Le labbra di Venere sono 
vittoriose; quelle di Adone ubbidiscono e piagano 
il tributo del vinto ; nei suoi slanci d' avvoltoio. Ve- 
nere abusa talmente della vittoria, che minaccia 
di dar fondo al ricco tesoro di quelle labbra mor- 
tali. Una volta ch'essa ha gustato le primizie del 



— 243 — 
bottino, si mette a sacclieggiare con una furia 
acciecata ; il suo viso bagnato di sudore, il suo 
sangue in ebullizione e il desiderio sfrenato, pro- 
vocano in lei un'audacia senza limite ; poi, avendo 
pietà del fanciullo, che la prega di lasciarlo par- 
tire, gli dà l'addio, raccomandandogli il suo cuore, 
che Adone porterà sempre con se. « Io passerò 
questa notte nel dolore, dice la dea, perchè il 
mio cuore sofferente sforza i miei occhi a ve- 
gliare. Dimmi, maestro d'amore, ci rivedremo 
domani? Me lo prometti? » Adone le risponde 
di no; domani egli vuol dar la caccia al cin- 
ghiale, insieme ad alcuni suoi amici. Venere a 
questa risposta impallidisce, dà in ismanie e non 
vuole far partire l'amante ; questi prega e mi- 
naccia che lo lasci andare ; la Dea gli mette in- 
nanzi agli occhi tutti i pericoli che lo sovrastano. 
« Ah! esclama Adone, perdendo del tutto la sua 
pazienza; tu ricadi di nuovo nelle tue fastidiose 
teorie, tante volte da me ribattute. Che cosa hai 
tu affermato eh' io non possa confutare? Il sen- 
tiero che conduce al pericolo è dolce. Io non odio 
l'amore, ma gli artifici del tuo amore, che regala 
baci al primo venuto. Tu lo fai per procreare! 
Oh! strana scusa, quando la ragione serve di mez- 
zana negli accessi della lussuria. Io potrei dire 
di più, ma non oso parlare; il testo è vecchio, 
l'oratore è troppo novizio. Io me ne vado dunque 
con tristezza ; la vergogna è dipinta sul mio viso, 
il timore nel mio cuore. Le mie orecchie, che 
haimo ascoltato il tuo frivolo linguaggio, mi 



— 244 — 
bruciano per aver commesso questa bassezza. » 
Dopo ciò Adone parte, mentre la dea sfoga il 
suo grande dolore nel silenzio della notte. Ad un 
tratto ode un grido; è Adone, che, alle prese 
col cingliiale, rimane ferito a morte ; Venere corre 
sul luogo ed assiste all'ultima agonia del misero- 
giovine. Guarda le labbra di lui, sono pallide p 
gli prende le mani, sono fredde.... Adone è morto I 
E Venere, sopraffatta dal dolore più acuto, esce 
in questo stupendo lamento : 

« Poiché tu sei morto, ahimè! ecco avverata- 
la mia profezia ; l'amore sarà, d'ora in avanti, 
accompagnato dal dolore ; sarà scortato dalla ge- 
losia; se ne troverà dolce il principio, amara Ibt 
fine; sarà capriccioso, ingannatore e pieno di frodi; 
appena sbocciato, sparirà d'un soffio ; farà forte il 
debole, debole il forte; muto il saggio, dando la 
parola al pazzo; sarà economo e pieno di stra- 
vaganze ; apprenderà a vivere quando sarà vecchio^ 
rovinerà il ricco, arricchirà il povero; sarà fol- 
lemente furioso, dolcemente bonario ; farà del gio- 
vine un vecchio, del vecchio un fanciullo. » 

E mentre Adone, come una nebbia, svaniva alla 
vista di lei, dal sangue sparso a terra sbocciava 
un fiore color di porpora macchiato di bianco ; Ve- 
nere china la testa per fiutare quel fiore e quando 
lo coglie esce dallo stelo un umore verdastro, che 
la dea paragona alle lagrime. — « Ecco, esclama, 
volgendo la parola al fiore, ecco le abitudini di 
tuo padre, soave rampollo di un essere ancor più 
soave; i suoi occhi si mettevano in moto alla mi- 



— 245 — 
jiima contrarietà; ma, sappi, altrettanto vale fiorire 
nel mio seno che nel suo sangue. Qui, nel mio seno, 
tuo padre amava riposarsi; tu gli succedi. E nel 
tuo diritto. Va ! riposa nel fondo di questa cuna ; 
il mio cuore palpitante ti cullerà notte e giorno, 
E non passerà giorno ch'io non baci il fiore del 
mio amante! » 

Qui finisce il dramma shakespeariano ; il poema, 
composto di men ohe duecento ottave, ha l'im- 
pronta del genio. Venere è la donna shakespeariana 
in tutta la sua estensione. Bella, crudele, som- 
messa, impetuosa, che odia come un córso e che 
ama come l'arabo del deserto ama il suo cavallo, 
o meglio come Desdemona ama Otello. La dea 
d'amore è ritratta magistralmente nel poema. 
Adone poi ha nelle vene qualcosa di virile, che 
manca nel suo omonimo del Marino. Il primo alle 
richieste della dea risponde sprezzantemente e ri- 
batte con assoluta padronanza di pensiero le crude 
esigenze di Citerea; l'altro, nella medesima situa- 
zione, impallidisce, trema, china vergognosetto gli 
occhi, come un Luigi Gonzaga qualunque, che la 
Chiesa indegnamente santificò; né sa dare un rifiuto. 

L'uno crede l'amore «un debito troppo schifoso, » 
ne vuole contrarlo; « anzi, dice, non è l'amore che 
alberga nel cuore di Venere, ma la lussuria più sfre- 
nata; » e ricambia, con moti che denot ano sprezzo 
ed impazienza, le moine e gl'infuocati sguardi della 
dea. Il Marino invece riverisce in Venere la gran 
dea d'amore; rimane estatico e stapefatto al solo 
^juardarla, nò osa contraddirla nelle sue brame. 



— 246 — 

Voi siete tal eli' altri non può mirai-vi, 
Che mirando cVamor non se n'accenda : 
Ma non può alcuno accendersi ed amai'vi, 
Ch' amando non v'oltraggi e non v'offenda. 
Offesa v'è servirvi ed adorarvi : 
V'oltraggia uom vii che cotant'alto intenda. 
Perchè con quel ch'ogni misura passa 
Proporz'ion non ha scala sì bassa. (1) 

Eppoi Shakespeare ci rappresenta in Adone 
l'uomo coi suoi grandi vizi é con le sue grandi 
virtù. E ciò, dopo aver letto i due poemi, reca con- 
forto al lettore. Fa pena vedere nel poeta italiano 
quel bellissimo fanciullo affetto da tanta bassezza 
di animo ; ohe è vile, pauroso, che piange sempre 
e piega il capo ad ogni cenno della dea. Adone 
non è mi eroe; è una maccliinetta che agisce per 
solo impulso di Venere; la quale, dopo essersene 
servita nella sua passione e nei suoi godimenti, 
lo manda via da casa sua, perchè teme 1' avvi- 
cinarsi di Marte, aizzato dalla gelosia; e questo 
senza un conforto soave pel fanciullo, senza prima 
aver combattuta la minima battaglia nel suo cuore, 
affrontare cioè l'ira del dio della guerra, e non 
soggiacer subito alla paura. Adone invece nel 
poema di Shakespeare è un uomo che soffre, è 
vero, ma non per vizio di donna. E un uomo che 
sa resistere alle moine della dea ; che sostiene 
im2:)erterrito i languidi sguardi della sirena; che 

(1) Questo stesso sentimento s'osserva in tutte le liriche amorose, o 
meglio amatorie, del Marino; nell'egloga il Lamento, risalta la figura 
di Amiuta innamorato di Amarilli, costantemente crudele ed ingrata. (Cfr. 
Mango, op. cit., pag. 86). 



— 247 — 
in luogo di sentirsi domata da questa, fugge, per 
dar la caccia al cinghiale, il die, nella mente di 
Shakespeare, equivale a combattere le aspre bat- 
taglie della vita. Il lettore del poema shakespea- 
riano s'appassiona per quel ragazzo, bello come 
un Bacco greco, coraggioso sino alla temerità, 
e che ragiona come uno scettico epicureo. V è 
del don Giovanni in quel fanciullo; non però il 
volgare seduttore di femmine, lo svergognato 
millantatore delle sue avventure galanti; bensì 
il don Giovanni, che anche nelle braccia di una 
donna non dimentica che v'è un altro mondo in 
cui pure si vive ; e che non è il mondo dell'a- 
more e della sensualità. 

Il Gervinus, parlando di questo poema, dice che 
è stato scritto nella prima effervescenza della 
gioventù di Shakespeare; riconosce nell'opera del 
tragico inglese l'abuso della rettorica italiana, che 
contemporanea a Shakespeare fioriva iieìV Arcadia 
del Sidney e con VEuphués di Giovanni Lilly; 
aggiunge però che questo poema supera tutte le 
produzioni à^Weiifuismo^ e Shakespeare gli appa- 
risce come un Creso in poesia, nel pensiero e nelle 
immagini ; come un maestro ed un vincitore in 
materia d'amore; come un gigante in passione ed 
in potenza sensuale. Venus and Adonis ha ispi- 
rato anche al Ttiine una pagina calda ed alta 
nel colorito, come del resto gli poteva suggerire 
l'argomento. (1) 

(1) Questn poema dello Shakespeare non è stato ancora tradotto in 
lingua italiana, e ciò reca gran meraviglia. 



— 248 — 

Alleile il La Fontaiiie lia cantato gli amori 
di Venere con Adone. 

La Fontaine, per alcuni rispetti, si avvicina al 
Marino; (1) anzi si può affermare che il favolista 
francese non sdegnasse di aver sott' occhio il 
poema del Marino, perchè nelVAvertissement^ che 
premise all' edizione del 1669 dice : « Le fonds 
que j'en avois fait, soit par la lecture des anciens, 
soit par celle de quelques-uns de nos inodernes,. 
s'est presque entièrement consume dans l'embel- 
lissement de ce poéme, bien que l'ouvrage soit 
■court, et qu'à proprement parler il ne morite que 
le nom d'idylle. » 

E, seguendo l'esempio del Marino, « l'avoit 
fait marcher à la suite de Psyché, cro^^ant qu'il 
étoit à propos de joindre aux amours du iìls 
celles de la mère. » Ma poi, seguendo l'avviso di 
alcuni, cambiò idea. 

Ambedue confessano di preferire il canto del- 
l'amore ; per tutti e due cantar cose eroiche è 
un'impresa alla quale non si vogliono, né pos- 
sono adattare. 

Il Marino dice: 

Altri colà dove Parnaso al Cielo 
Erge in due corna le frondose cime 
Per coronarsi del più verde stelo 
Sudi a poggiar per calle erto e sublime. 
Io sol del vostro altero orgoglio anelo 

(1) Oeiivres complèles de La Fontaine, Paris, Haeliotte, 18j8, Voi. 1, 
pag. 683. 



— 249 — 

Su '1 monte alpestre a sollevar le rime, 
E vò che '1 guidernon de' miei sudori 
Sia corona di mirti e non d'allori. 

Amor solo è il mio Febo ed Amor solo 
Con l'arco istesso onde gli strali e' scocca, 
Perchè la gloria si pareggi al duolo, 
De la mia lira ancor le corde tocca. 
Da l'ali del pensier che spiega il volo 
Là donde poi qual Icaro trabocca. 
Anzi pur da la sua, svelse la penna 
Con cui scrivo talor quant'ei m'accenna. (1) 

In fondo in fondo però, al Marino j)iacerebbe 
cantare azioni guerresche, quali quelle del duce 
famoso e okiarOj che, armato di giusto sdegno, 
vendicò lo strazio amaro del Messia; oppure vor- 
rebbe comporre « nuove metamorfosi nel genere 
di quelle del Sulmonese; » e conchiude: 

Ma poi ch'a rozzo stil non lice tanto, 
Seguo d'Adone e di Ciprigna il canto. 

La Fontaine non è meno esplicito. Ecco l'esordio 
del poema: 

Je n'ai pas entrepris de chanter dans ces vers 
Rome ni ses enfans vamqueurs de l'univers, 
Ni les fameuses tours qu' Hector ne put défendre, 

(1) Sempre la medesiraa cosa! Cosi pure scrive nel sonetto, che serve 
di proemio alla Lira : 

Altri canti di Marte, e di sua schiera 
Gli arditi assalti, e l'onorate imprese, 
Le sanguigne vittorie, e le contese, 
I trionfi di Morte, orrida e fera. 
lo canto. Amor 



— 250 — 

Ni les combats des dieux aux rives du Scamandre. 
Ces sujets sont trop hauts, et je manque de voix; 
Je n'ai jamais chanté que l'ombrage des bois, 
Flore, Echo, les Zépbj^rs, et leurs raolles haleines, 
Le vert tapis des prés et l'argent des fontaines. 



Ma muse en sa faveur de myrte s'est parée ; 
J'ai voulu célébrer l'amant de Cythérée, 

Tanto il Marino quanto il La Fontaine sono fe- 
deli al mito classico, e danno la palma della vittoria 
a Venere. Ambedue risentono fortemente del 
dramma pastorale ch'ebbe tanta voga nei secoli 
XVI e XVII, dramma pastorale che s'infiltra in 
tutti i componimenti poetici e arriva sino all'^- 
done; ambedue sono cortigiani e perciò debbono 
seguire l'uso delle corti, anche nell'indirizzo poe- 
tico ch'esse preferiscono. 

Il La Fontaine, come Shakes|)eare, apre subito 
il poema coU'innamoramento di Adone, episodio 
che in quello del Marino occupa tre canti. Dopo l'in- 
namoramento, vengono i godimenti, la caccia, in cui 
Adone muore, e, come il tragico inglese, il poeta 
francese termina il poema quando Venere, singhioz- 
zando, ascende nel suo palazzo, per nascondere il do- 
lore che la strazia nel silenzio e nell'ombra. Oltre 
ai tre poemi sopra accennati, esiste ancora, sul mito 
di Adone una commedia di Lope de Vega Adonis 
y Venus ; Les amours de Vémis et d' Adonis opera 
drammatica di Dévise, rappresentata a Parigi 
nel Ì8G5; la Fabula de Adonis y Vénus del 



— 251 — 
poeta madrileno Alfonso De Batres; V Adonis 
poema del celebre don Diego Hurtado de Men- 
doza; ed infine sonetti e canzoni seicentiste che 
la storia letteraria fortunatamente non registra. 

Tra i molti e svariati episodi che pullulano nel 
poema del Marino, v' è, come abbiamo detto, la fa- 
vola di Psiche, che occupa tutto il canto quarto del 
poema, canto che il Marino intitolò : La Novelletta. 

La favola di Psiche è senza dubbio la miglior 
parte deìVAsiìio d'Oro d'Apuleio. Essa è conside- 
rata, a ragione, una delle più ingegnose ed inte- 
ressanti trasmesseci dall'antichità, e sebbene in 
Apuleio si trovi per la prima volta, non si crede 
tuttavia ch'egli ne sia l'inventore. (1) 

Tra coloro che prima del Marino si occupa- 

(1) Apuleio, come tutti sanno, visse nel secondo secolo dell'era cri- 
stiana. Il nome di Psiche in greco significa anima e farfalhi, e la farfalla 
era simbolo presso i greci, dell'immortalità. Di più un gran numero di mo- 
numeuti d'arte greci, alcuni dei quali appartengono all'epoca della più 
grande perfezione, raffigurano alcune delle avventure di Psiche. Si crede 
anche che la favola di Amore e Psiche fosse un mito morale, facente parto 
di quei misteri ai quali erano iniziate le sole donne, e che erano destiniili 
ad essere rappresentati in loro presenza sotto la forma d'un dramma sim- 
l)olico, affine di rammentare loro i pericoli che assediano la beltà, e d'in- 
culcar loro i doveri che la moglie deve compiere in mezzo a prove e a 
diUlcoltà d'ogni genere. (Cfr. J. Dunlop, Gesehichfe der Prosadichtungen, 
trad. tedesca di F. Liebrecht, Berlin, 1851, pag. 48). 

Ultimamente il Cosquin, nel suo pregevolissimo lavoro di novellistica 
comparata, Les Contes Lorrains, {Romania, 1881), espresse il convinci- 
mento che il racconto di Psiche fosse di origine indiana. Su questo iiunto 
vi sarebbe molto, ma molto, da discutere; perchè, pure ammesso che 
questo bellissimo racconto non sia un mito, bensi una fiaba, sarebbe 
senza dubbio a vedere se essa appartenga a quel gruppo indiano di no- 
velle popolari, le quali, per ragioni troppo evidenti, furono ignorate dai 
latini; e, ammesso che la fiaba abbia riscontri anche nelle novelle in- 
diane, ciò non verrebbe niente affatto a dimostrare eh' essa sia di ori- 
gine indiana. D'altra parte alcuni sostengono che sia un mito (Cfr. Max 
Miiller, e specialmente il Liebrecht Zur Volkskiinde, lleilbronn, 1879, 



— 252 — 
rono di Psiche, citerò per ora il Del Carretto, 
ed Ercole da Udine, che ambedue scrissero un 
dramma su Psiche, il Fracastoro, che nel dialogo 
deW Airhna accenna rapidamente al racconto, ed 
Agnolo Firenzuola che tradusse liberamente 1'^- 
sino d'Oro d'Apuleio. (1) 

Il Marino s'è attenuto strettamente ad Apuleio, 
anzi ha seguito quasi j)asso passo il testo latino 
del poeta cartaginese. (2) 

Ecco il sunto della favola : Psiche, giovinetta 
bellissima, che eccita l'invidia di Venere, per 
comando dell'oracolo, che minacciava sciagure ai 
suoi genitori, vien condotta ed abbandonata sopra 
una deserta montagna. Amore, invaghitosi della 
grande bellezza di lei, manda Zefiro, che la pigli 
sulle sue ali, e la porti in un palazzo incantato, 

paj. 239), che ricollegano la fiaba di Psiche col mito antichissimo di 
(Pururuvas ed Urva^j e con altre novelle indiane). Ma questo sarà oggetto 
d'ano studio che faremo in seguito. Intanto qui mi giova avvertire che molte 
novelle, e di tutti i paesi, hanno degli episodi simitì, più o meno, ad alcuni 
{•he si trovano nella novella di Psiche; ma, com'è naturale, non ricavano 
il fatto dalla fonte mitologica, perchè Apuleio è il primo ad introdurre 
nella narrazione, come personaggi. Amore e Psiche, in un tempo in 
cui la mitologia era in tutto il suo splendore. 11 compianto Vittorio Im- 
briani avea già accennato a questa comunanza d'episodi che hanno alcune 
novelle popolari col mito di Psiche; e ciò tiu dal 1875 parlando di Giovanni 
Battista Basile {Giornale napoUt ino). 

(1) L'abate C.iacomo Zanella {Nnora Antologia, Serie terza, Voi. IX, 
1887) accennando al Salvioli ed al Cassiani, che hanno versi sopra il mito 
di Poiché, dimentica, se non conosce, il Canto lY del Marino; come pure, 
accennando al La Fontaiue, doveva anche accennare alla tragedia di Mo- 
lière, ed al poema composto verso il 1840 da Victor De Laprade. Questo 
per contrario fece il Torraca, in una recensione, sul giornale la Ras- 
segna, ad un opuscolo della Lovatelli sul mito di Psiche. 

(2) Non dobbiamo però tacere che il Marino ha messo qualcosa di suo 
nella Novelletta, come ii viaggio dì Venere in cerca del figlio, ed un' ot- 
tava bellissima, quando Psiche s'avvicina all'amante, tenendo in mano 
la lucerna fatale. 



— 253 — 
posto in amenissimo luogo fuori della vista degli 
nomini; in questo palazzo, rilucente d'oro e di 
gemme, Psiclie ha ancelle invisibili che le som- 
ministrano quanto può desiderare. Amore, lo sposo, 
la visita di notte ; e lo avverte che, per quanto 
ama il suo bene, non si invogli di vedere la sua 
faccia. Psiche aveva due sorelle maggiori, già ma- 
ritate ad uomini men che onesti. Queste due ven- 
gono a visitare la minore sorella, che contro il 
consiglio di Amore le accoglie e mostra loro la 
magnificenza e gli agi della casa. Tocche d'invidia, 
le ree femmine giurano la perdita della troppa cre- 
dula ed ingenua sorella, che, contro i consigli ed 
i rimproveri di Amore, si ostina a riceverle due 
altre volte. Esse giungono a persuaderla che lo 
sposo sconosciuto altri non sia che un mostro; 
che, per non essere veduto, le aveva proibito di vo- 
lerlo conoscere. Psiche, ingannata, crede all'iniqua 
suggestione; ed una notte, mentre Amore dormiva, 
presa una lampada si accosta al suo letto. Mentre 
stupefatta di tanta bellezza si ricorda e pensa alla 
menzogna delle sorelle, cade dalla lampada una 
scintilla che va a ferire Amore in una spalla; 
Qui Psiche si ferisce inavvertentemente con le 
frecce di Cupido e arde di amore per lui ; ma 
Cupido fugge in cielo fra le braccia della madre, 
che lo chiude in una camera e irritata, sottopone 
la povera Psiche a travagli e tormenti d'ogni guisa; 
finche, deposta l'ira, accoglie Psiche in cielo, ed 
alla presenza di tutti la dà [sposa ad Amore. (L) 

(1) Zanella. Luogo citato. 



— 254 — 
Giovanni La Fontaine s'innamorò anche lui 
della favola di Psiche, modificandone però la nar- 
razione. 

Nell'opera sua fìnge che quattro amici vadano 
a Versailles per vedere quei superbi giardini e 
quei magnifici palazzi, nuove meraviglie del nuovo 
regno. Uno di essi, Polyphile (che è poi il La Fon- 
taine) per variare i divertimenti dei tre amici, 
ed anche per consultare il loro gusto e per pro- 
fittare delle loro critiche, fa la lettura di quanto 
egli ha scritto sopra le avventure di Psiche- 
La sua narrazione è spesso interrotta dalla de- 
scrizione de'bei luoghi che i quattro amici hanno oc- 
casione di contemplare, dalle discussioni letterarie, 
alle quali essi s'abbandonano, e dalle riflessioni 
ed osservazioni che ciascuno fa. Questi ragiona- 
menti, spesso burleschi, e qualche volta seri e 
morali, stancano il lettore, il quale, appassionan- 
dosi alla narrazione della favola, vedesi spesso 
interrotto. Come abbiamo detto, il narratore, Poly- 
phile, è il La Fontaine ; gli altri sono : Gelaste che 
raffigura Molière, Ariste che è Boileau, ed A- 
cante, Racine. (1) 

Il Marino invece fa narrare gli amori di Psiche 
dall'eroe principale della favola, Cupido, che è 
compagno di Adone nel suo palazzo; ed in questa 
guisa il Marino s'allontana da Apuleio, il quale 
finge che la favola sia narrata da una vecchia ad 

(1) II racconto di Apuleio è stato, in verità, troppo diluito dalla 
peuua del La Fontaine; ha un colorito troppo roseo, troppo sdolcinato; 
non è più Venere che parla, è Madama di Montespan. Giove non esiste 
sfifattoj Giove è Luigi XIV, le Soi Soleil. 



— 255 — 
lina fanciulla prigioniera. Il poeta seicentista, 
sempre pronto a coprire di definzioni morali il 
suo poema, allorquando cade in qualclie scurri- 
lità, premette alla novella di Psiche una lunga 
allegoria, nella quale vuol far credere che « la fa- 
vola di Psiche rappresenta lo stato dell'uomo, la 
città dove nasce il mondo ; il re e la regina, che 
la generano. Iddio e la materia; che le tre fi- 
gliole di quelli rappresentano la Carne, la Libertà 
dell'Arbitrio e l'Anima ; Venere che ha invidia 
di Psiche sarebbe la Libidine ; costei la manda a 
Cupidine, cioè la Cupidità, la quale ama essa 
Anima e si congiunge a lei, persuadendole a non 
voler a mirar la sua faccia ; cioè a non voler at- 
tenersi ai diletti della concupiscenza, ne consen- 
tire agli incitamenti delle sorelle. Carne e Libertà. 
Ma ella, a loro istigazione, entra in curiosità di 
vederla e discopre la lucerna nascosta, cioè a dire 
palesa la fiamma del desiderio celata nel petto. 
La Lucerna che sfavillando cuoce Amore, dimostra 
l'ardore della Concupiscibile, che lascia sempre 
stampata nella carne la macchia del peccato. 
Psiche, agitata dalla fortuna per diversi pericoli, e 
dopo molte fatiche e persecuzioni copulata ad Amore, 
è tipo delia-stessa Anima, che per mezzo di molti tra- 
vagli arriva finalmente al godimento perfetto. » (1) 
Accanto a questi due poemi sul mito di Psiche 
esiste anche una tragedia di Molière ; (2) questa fu 

(1) Questa del resto è la spiegazione che diede della novella il ve. 
«jovo Fulgenzio, sullo scorcio del secolo VII. Cfr. Torraca, art. cit. 

(2) Oeuvres complete^ de Molière, Paris, Garnier, 1884, Voi. Ili, 
paj. 185. 



— 256 — 
rappresentata per la prima volta nel 1671 musi- 
cata dal celebre LuUi, il quale scrisse per la com- 
media l'intermezzo del prim'atto. Nel prologo che 
precede la tragedia, Venere, al solito, si lamenta 
che gli uomini abbiano cessato di far sacrifizi al 
tempio in onore di lei, e rivolte tutte le loro cure 
a Psiche. Aegiale e Phaène cercano di consolarla,, 
ed Aegiale dice: 

Voila comme Ton fait ; c'est le style des hommeSr 
Us sont impertinents dans leurs comparaisons. 

La tragedia di Psiche, che dura cinque atti,, 
principia con le querele di Aglaure e di Cydippe^ 
sorelle della fanciulla, le quali si struggono d'in- 
vidia nel pensare a tutti gli onori che sono riservati 
a Psiche ; in questo mentre giungono due principi,, 
venuti ad ammirare anch'essi la bellissima rivai© 
di Venere e le fanno amorose dichiarazioni. Psiche 
argutamente li rifiuta, non ostante che le sorelle 
la pregano ad accettare l'amore di essi. Durante 
questa disputa viene Lycas, capitano delle guardie 
del re, padre di Psiche, annunziando alla fanciulla 
che il padre vuole vederla. Psiche parte, e Lj^cas, 
con le lagrime agii occhi racconta alle due so- 
relle che l'oracolo, interrogato dal re, ha dato 
questo responso : 

Que l'on ne pense nulleraent 
A vouloir de Psycbé conclure rhyménée ; 
Mais qu' au sommet d'un mont elle soit promptement 
Eli pompe funebre menée, 
Et que, de tous abandonnée, 



— 257 — 
Pour époux elle attende ea ces lieux constamment 
Un monstre dont on a la vue empoisonnée, 
Un serpent qui répand son venin en tous lieux, 
Et trouble dans sa rage et la terre et les cieux. 

Ed il primo atto termina con un balletto can- 
tato in italiano « da una donna desolata e da due 
uomini afflitti. » 

Nel second'atto Psiche tra i pianti di tutti, è 
condotta sul luogo del supplizio; e dopo aver 
pregato le due sorelle, che piangevano ipocrita- 
mente, di lasciarla sola e di raggiungere e con- 
solare l'afflittissimo padre, l'angelica fanciulla, 
sola sull'alto della montagna, esclama : 

Enfin, seule et tonte à moi-méme, 
Je puis envisager cet afFreux changement 

Qui, du bant d'une gioire extréme, 

Me precipite au monument. 

Cette gioire étoit sans seconde ; 
L'éclat s'enrépandoit jusqu'aux deux bouts du monde. 
Tout ce qu'il a de rois sembloient faits pour m'aimer ; 

Tous leurs sujets, me prenant pour déesse, 

Commencoient à ra'accoutumer 

Aux encens qu'ils m' offroient sans cesse: 
Leurs soupirs me suivoient sans qu'il m'en coùtàt rien ; 
Mon àme restoit libre en captivant tant d'àmes , 

Et j'etoit, parmi tant de flammes, 
Reine de tous les coeurs et maitresse du mien. 

ciel! m'auriez-vous fait un crime 

De cette insensibillté ? 
Déployes-vous sur moi tant de sévérité, 
Pour n'avoir à leurs voeux rendu que de l'estime ? 

17 



— 258 — 
Si vous m'iinposiez cette loi. 
Qu' il fallùt faire une choix poiar ne pas vous déplairo, 
Puisque je ne pouvais le faire, 
Que ne le faisiez-vous pour raoi ? 

In questo mentre compariscono i due prìncipi, 
che l'avevano richiesta nel tempo della sua feli- 
cità, e s'offrono di salvarla anche a costo della 
loro vita. Psiche rifiuta la generosa offerta ; 
senza che abbiano il tempo d'impedirlo, la fan- 
ciulla viene portata in aria da due zeffiri, e Cu- 
pido, autore ed attore del ra^Dimento, esclama, 
volando : 

AUez niourir, rivaux d'un dieu jaloux, 
Dont vous méritez le courroux, 

Pour avoir eu le coeur sensible aux raémes charnies. 

Et toi, forge, Vulcain. mille brillants attraits. 
Pour orner un palais 

Où l'Amour de Psyclié veut essuyer les larmes, 
Et lui rendre les armes, 

Al terz'atto Psiche è nel palazzo d'Amore, (1) 
dove gusta con Cupido tutte le dolcezze della 
passione- amorosa. Ma Psiche però non può reg- 

(1) Qui termina l'opera di Molière, il quale aveva formato il piano 
della tragedia e ne regolò la disposizioue. Quanto alla versificazioue egli 
stesso ci avverte che non poteva compierla tutta lui: « Le carnaval appro- 
choit, et les ordres pressants du roi, qui se vouloit donner ce magnifique 
divertissement plusicurs fois avant le carème, Vont mis dans la necessitò 
de souffrir un peu de secours. Ainsi il n'y a que le prologue, le premier acte, 
la première scène du sccond et la pionière du troisièine, dont les vera 
soicut de lui. M. Corneille a cmployé une quiuzaiue au reste; et. par ce 
moyen, S* Mijestó s'est trouvéa scrvio dau-^ le tenips qu'elle l'avoit or- 
donné. 



r- 259 — 
gere al pensiero ch'ella sia felice, mentre il vec- 
chio padre e le due sue sorelle ne piangono 
l'immatura perdita; e prega caldamente il suo 
amante che la famiglia di lei sia testimonio di 
tanta felicità e delle cure che a lei prodiga 
Amore. Questi tenta resistere, obiettando non 
esser vero che Psiche gli abbia dato tutta l'a- 
nima; Psiche però gli fa osservare che le te- 
nerezze di sangue non possono renderlo geloso. 
Ed Amore allora acconsente a malincuore a' pre- 
ghi dell'amata, e voltosi a Zeffiro : 

.... allez, partez, Zéphyre; 
Psyché le veut, je ne l'en puis dédire. 

Psiche e Cupido restano soli; poi anche que- 
st'ultimo parte, perchè non vuole che la sua pre- 
senza disturbi le gioie di famiglia; e la prega di 
sbrigarsi, perchè debbono pensare all'amore e non 
ad altro. 

All'atto terzo siamo in un magnifico palazzo, 
in fondo del quale si vede un giardino superbo 
ed incantevole. Compariscono Aglaure e Cydippe, 
le quali sono stupefatte per la vista di tante cose 
meravigliose; ma arrabbiatissime che una cadetta, 
com'esse chiamavano Psiche, debba godere tanta 
felicità; Psiche frattanto s'unisce anche lei alle 
sorelle, e poco dopo le prega di andar via, perchè il 
suo bene è impaziente di rivederla ; le due sorelle 
partono, dopo aver data promessa di ritornare 
l'indomani. Quindi i due amanti si ricongiungono 
e Psiche prega Cupido di dirle il suo nome. Cu- 



— 2B0 — 
pido sulle prime nega, ma Psiche tanto insiste che 
finalmente le si rivela: 

Eh hien je suis le Dieu le plus puissant des Dieux, 
Absolu sur la terre, absolu dans les Cieux ; 
Dans les eaux, dans les airs, mon pouvoh'est suprème: 

En un mot, je suis l'Amour mème. 
Qui de mes propres traits m'étois blessé pour vous; 
Et, dans la violence, hélas! que vous me faites. 
Et qui vient de changer mon amour en courroux, 
Vous m'alliez avoir pour époux. 
Vos volontés sont satisfaites ; 
Vous avez su qui vous aimiez ; 
Vous connoissez l'amant que vous charmiez ; 

Psyché, voyez où vous en ètes. 
Vous me forcez vous-mème à vous quitter; 
Vous me forcez vous-mème à vous òter 
Tout l'etfet de votre victoire . 
Peut-étre vos beaux yeux ne me reverront plus. 
Ces palaiS; ces jardins, avec moi disparus, 
Vont faire évanouir votre naissante gioire. 

Vous n'avez pas voulu m'en croire; 
Et, pour tout fruit de ce doute éclairci, 
Le Destin, sous qui le ciel tremble, 
Plus fort que mon Amour, que tous les dieux ensemble 
Vous va montrer sa baine, et me chasse d'ici. 

Detto ciò Amore sparisce ; la povera fanciulla, 
mentre che palazzi e giardini spariscono come d'in- 
canto, si trova in mezzo ad una vasta campagna, ir» 
rigata da un fiume, nel quale Psiche, al colmo della 
desolazione, vuole precipitarsi; ma viene trattenuta 
dal dio del fiume, il quale le spiega come tutto ciò 
sia opera di Venere, gelosa della bellezza di lei. In 



— 261 — 
questo Venere si avanza, e colma di rimproveri 
Psiche;- poi le ordina di seguirla. La fa scendere 
nell'inferno, dove Psiche ritrova i due principi 
amanti di lei, i quali s' erano precipitati dal monte 
su cui Psiche era stata trasportata. In questo mentre 
comparisce Amore; e Venere, Amore e Psiche ri- 
tornano insieme nel palazzo di Venere. Qui Amore 
prega la madre di perdonare a Psiche, ma la dea 
è inflessibile ; allora vedendo Gì-iove che s'avvicina, 
gli va incontro e lo prega di voler perdonare a 
Psiche, aggiungendo che 

Si Psyclié n'est à raoi, je ne suis plus l'Amour. 
Qui, je romprai mon ai'c, je briserai mes flèches. 

Giove, commosso dalle preghiere del fanciullo, 
invita Venere ad esaudire i desideri di lui ; Venere 
obietta che ciò è impossibile, perchè Psiche è 
mortale: « Ebbene, soggiunge G-iove, io la farò im- 
mortale. » Venere china il capo; la pace è fatta e 
le nozze di Amore e Psiche sono celebrate. 

Il poema del De Laprade, pubblicato nel 1841, 
spira tale un odore di misticismo, del quale il 
poeta ha circondato il mito, che l'opera sembra 
una tesi filosofica più tosto che un poema mito- 
logico. E diviso in tre libri, ognuno de' quali co- 
mincia con un argomento e termina con un epilogo. 
Il poeta colloca subito Psiche nel palazzo d'A- 
more, ove de' cori invisibili annunciano alla fan- 
ciulla l'arrivo di Eros ; ed alla sera le loro nozze 
mistiche sono celebrate in luogo sontuosissimo, ma 
avvolto nelle tenebre, per le quali a Psiche è in- 



— 262 — 
terdetto di vedere il suo sjdoso. Ma Psiche non può 
vivere a quel modo, perchè è agitata per quel- 
l'amore incognito ed infinito; ed invano il not- 
turno amante viene a consolarla, perchè il desi- 
derio di conoscere l' essere invisibile, di scorgere 
l' infinito, turba le delizie del casto imeneo. Psiche 
trasgredisce agli ordini del suo sposo e del de- 
stino; la malaugurata lampada è accesa ed ella 
riconosce Amore nel suo notturno sposo. Questa 
disubbidienza è punita e la fanciulla, discacciata 
dalla casa d'Amore, prende la via dell'esilio; ma 
una lacrima bagna il ciglio d'Amore, e questo è 
segno della redenzione di Psiche, ossia della 
umanità. Così la sventurata vaga per il mondo 
terrestre, dove ha dovuto scendere, e questo è 
in allegoria il mondo dell'espiazione ; visita tutti 
i paesi, cominciando da quelli allo stato di bar- 
barie, dove è presa e fatta schiava. Liberata va 
in Egitto, in Grecia, analizzando minutamente 
civiltà e credenze religiose; ma l'assenza di Psiche 
attrista Amore, il quale supplica Giove a voler 
porre termine alle pene della fanciulla, che nella 
mente del poeta rappresenta l'anima, alla quale 
Amore deve unirsi per sempre. Giove acconsente 
all'unione di Eros con Psiche, di Amore con 
l'Anima; le nozze si celebrano sull'Olimpo; le 
muse intuonano un epitalamio : invece della prima 
lampada pallida e furtiva, un astro immortale 
inonda di luce il luogo consacrato all'imeneo, 
condannato altra volta all'oscurità. Le divinità 
esiliate ritornano sull'Olimpo e l'imeneo uni ver- 



— 263 — 
sale celebra la vita felice e l' annientamento del 
male. 

Il De Laprade, come abbiamo veduto, si scosta 
sensibilmente dalla natura e dalle condizioni del 
soggetto; percbè cristianizza alcune delle situa- 
zioni del poema, anzi fa parlare Psiche come 
Gesù. Nazareno. Psiche non è la fanciulla felice 
nelle braccia d'iimore, tanto felice ch'essa si ras- 
segna ad ignorare il viso del suo misterioso 
amante, il quale poi, nel racconto apuleiano, è per 
suggestione creduto un serpente dalla fanciulla; 
è una vergine che parla liberamente e famigliar- 
mente con tutte le potenze della natura, coi fiori, 
con i venti, con le acque, ed analizza i loro mi- 
nimi movimenti con una finezza ed una sottigliezza 
degna d'un filosofo sperimentale. E troppo dotta, 
troppo intelligente questa fanciulla ingenua e 
misticamente amorosa; per cui la favola è svisata 
anche nelle origini oltre che negl'intendimenti. (1) 

(1) Francesco Biaccioliai fece auche lui un poema sul mito di Psiche; 
rimase però inedito e il mss. giace alla biblioteca nazionale di Roma. 



264 — 



Capitolo X. 



I Marino torna in Italia — Accoglienze che riceve in patria — Sua 
morte — Esequie del Marino — Ritratto del poeta — Indole generale 
della sua lirica — La Strage degli Innocenti. 



Era appena compiuta la stamjDa dell'^cZo^e 
quando il Marino risolse di ritornare in Italia. 
Questo suo divisamento egli lo manifestava in 
tutte le sue lettere dirette agli amici d'Italia, 
quasi che fosse oramai stufo di tanta gloria clie 
la corte francese e il re Luigi XIII gli prodi- 
gavano. Del resto 1' idea di ritornare in Italia 
egli l'accarezzava anche j^rima di pubblicar l'J.^o?ie 
perchè al conte Fortuniano Sanvitali, avanti di 
pubblicar la Sampogna, ossia prima del 1620, 
scriveva da Parigi: « L'amore d' Italia mi tira, 
ed il desiderio del rivedere gli amici antichi mi 
fa languire di sfinimento. Spero in breve dare 
una passata per coteste bande, e forse con miglior 
modo, se le promesse di chi le può effettuare 
riescono vere. Intanto non mi mancheranno al- 
meno cento scudi il mese ben pagati, i quali sua 
Maestà si contenta, eh' io gli goda nella mia patria 
purché a volta a volta mi lasci rivedere in questa 
Corte. » 

Il clima francese poi era contrario alla sua 
salute e ne aveva esperimentati gli effetti cadendo, 



— 265 — 
inalato pareccliie volte nel soggiorno di otto anni 
■ch'egli fece in Parigi; e scriveva al San vitali 
« che voleva rompere ad ogni modo quella fata- 
lità che lo riteneva in Francia, dove da molto 
non avea mai avuta un'ora di salute, anzi era 
stato continuamente agitato da gravissimi mali. » 

Infine, dopo molte esitazioni, che gli facevano 
prolungare il suo soggiorno in Francia, il Marino 
nell'autunno del 1623 faceva ritorno in Italia, 
•dopo aver ricevuto assicurazione dal re, « che la 
pensione sarebbe stata pagata pel Marino al suo 
Procuratore in Parigi; a patto però che si la- 
sciasse rivedere in quella Corte una volta almeno 
-ogni due anni. » (1) 

Il Marino veniva in Italia per molti fini ; 
non ultimo dei quali era il voler far tacere 
alcune ciarle sparse ad arte che i suoi libri 
dovessero essere esaminati dall' Inquisizione. Ed 
al Sanvitali che, come abbiamo detto, lo con- 
sigliava, ritornando in Italia, a cercar la pro- 
tezione di qualche principe italiano, rispondeva; 
« Io sono già stracco delle Corti, e non ne voglio 
più; e poiché Iddio mi ha dato il modo d'uscire 
di necessità, mi delibero di vivere a me stesso 
gli anni, che mi avanzano, con qualche riposo, 
e tranquillità. » 

Arrivato a Torino veniva accolto in quella 
Oorte con quegli onori « che Alessandro avrebbe 
iipprestati ad Omero » dice il Loredano. Ed il 

(1) Lettere del Cav. Marino. La pensione non venne mai pagata al 
Marino ne' ventidue o ventitré mesi che ancora visse in Italia. 



— 266 — 
principe Tommaso di Savoia, fratello del duca, 
gli donò una collana d'oro in ricompensa della 
Sampogna dedicatagli. » 

Partiva in questo mentre per Roma il cardi- 
nale Maurizio di Savoia, uomo che tanto fece 
parlare di se nel Seicento per la sua nullità ; e 
questo porporato invitò il Marino a far parte 
del suo seguito per raggiungere la corte papale, 
n poeta accettò l'offerta e pochi mesi dopo aver 
abbandonata la Francia entrava in Roma, accolto 
da tutti co' segni della più grande famigliarità, 
in ispecie dal cardinale Ludovisio Ludovisi, ni- 
pote di papa Gregorio XV, dal principe di Ve- 
nosa fratello di questo e da' primi signori della 
corte papale. 

Però egli, che avea ricevuti tanti onori e tanta 
gloria da un re, rifiutò le offerte cbe gli vennero 
fatte da quei principi, di andare ad abitar con 
loro, e scelse invece la casa di Crescenzio Cre- 
scenzi, fratello di colui che gli aveva aperto la via 
della celebrità. 

Intanto sopravvenivano al poeta parecchie di- 
sgrazie, che lo affliggevano grandemente; a Bi- 
serta una barca che faceva il viaggio da Marsiglia 
a Roma, veniva depredata dai corsari turchi ed 
il Marino vi perdeva più di « settemila scudi di 
valori e moltissime pitture originali a lui caris- 
sime; » di più ad Ancona gli stampavano alla 
macchia VAdone^ in concorrenza con l'edizione, 
che in Roma il poeta stesso curava, e che, « per 
esser più corretta ed emendata da lui, si poteva 



— 267 — 
pigliare per regola nelle altre edizioni. » E come 
se ciò ancora non bastasse, egli era colto da una 
fierissima colica che l'obbligava a starsene in 
letto, (i) 

In questo mentre l'Accademia degli Umoristi 

(1) Lo Stigliani, In un manoscritto esistente alla Casanatense., col quale 
intendeva di rispondere ad un libro composto dai difensori della fama 
del Marino, dice: « Il Marino rimase a Roma per poche settimane, ed 
avea per carcere la casa di Crescenzio Cresceuzi, come prigioniero del 
Tribunale dell'Inquisizione. E poi essendo stato liberato dall'accusa si 
trasferi a Napoli. » 

Ciò non può essere; anzi è una fiaba dell'invidiosissimo poeta, per- 
chè il Marino scrive agli amici di « trovarsi occupatissimo in quei fran- 
genti di sedia vacante; «essendo morto Gregorio XV, ed a questi essendo 
per succedere il card. Barberini, che, divenuto papa col nome di Urbano 
Vili, subitosi mostrò amicissimo del poeta. Il quale, dopo l'elezione del Bar- 
berini, scriveva: « Basta, lodato Iddio, dopo tante turbolenze di sedia va- 
cante, abbiamo un papa poeta, virtuoso, e nostro amicissimo. » Che fosse 
completamente padrone di sé, e libero di fare quel che gli piaceva, lo 
rileviamo da una lettera, che addi 28 luglio 1623 scrive allo Scaglia, edi- 
tore in Venezia: « Sono in casa del serenissimo cardinale di Savoia, 
perchè dopo la morte del papa. Sua Altezza e l'ambasciatore della Maestà 
Cristianissima, non hanno voluto ch'io mi trattengo altrove. » S'osservi fi- 
nalmente che il Marino non curava aifatto le accuse di oscenità che face- 
vano al poema: « Scrissi già a Vossignoria ch'io non mi curava punto 
dell'esamina scritta contro di me. Ora lo replico di bel nuovo, pregan- 
dovi a non impedirla. Lasciate pur correre l'acqua all' ingiù, e che si 
scapriccino tutti, che ben si rimarranno chiariti. Ho dato un'occhiata a 
quel sommario d'opposizioni e vi giuro, che leggendo tante buffonerie, 
ho riso un pezzo, e mi tengo da più che prima, perchò il naso appunto 
d'un signor critico cosi sottile non ha saputo trovar altro nelle mie cose; 
e mentre cerca di notar i miei errori, discuopre le sue marce ignoranze. 
Ma vi assicuro, che tanto questa, quanto qualsivoglia altra squacquerata 
contro di me, uscita che sarà fuora, non sarà né letta, né confutata; e 
starei fresco se volessi levar pur'un'ora agli altri miei studi per dar sod- 
disfazione a due pedantuzzi, che vorrebbero, come dice Cornelio: « Ma- 
gnis inimicitiis clarescere. n I due pedantuzzi sarebbero stati, a dir 
dello Stigliani, il Testi e lo Stigliani stesso; e la lettera del Marino 
era diretta allo Scaglia. È pure una fiaba quell'altra asserzione dello 
Stigliani, secondo la quale, quando il Marino venne in Roma da Parigi, 
« Crescenzio Crescenzi gli fece le spese e gli prestò due servitori del 
suo a livrea. Altrimenti la bisogna andava male. Andossene poi a Napoli 
senza 1 servitori, e là mori in due meschine camere prese a pigione. » 



— 268 — 
di Roma, istituita da Paolo Mancini, e della quale 
erano stati prìncipi Giambattista Guarini ed 
Alessandro Tassoni, eleggeva a suo principe il 
Marino ; il quale spendeva il tempo in quest' a- 
dunanza ed in quella che aveva fondata, pure in 
Roma, il Cardinale Maurizio di Savoia; e poco 
dopo partiva alla volta di Napoli, che non rive- 
deva da oltre ventiquattr'anni; da dove era fug- 
gito per scampare dal capestro, povero, solo, e 
colla morte nell'anima; e dove ora rientrava ricco, 
sazio di onori e di gloria, riverito da' suoi eguali 
ed accarezzato e protetto dai potenti. 

« Mi ritrovo dopo tant'anni di peregrinazione, 
scrive al Sanvitali, nella mia patria, ricevuto ed 
accarezzato con tanti onori e con tanti applausi, 
ch'io, che conosco assai bene i pochi meriti miei, 
resto pieno di confusione, ne posso non vergo- 
gnarmi di me stesso. Non conviene eh' io mi dif- 
fonda in raccontare i particolari, perciocché le 
cose son cosi pubbliche, che potrà averne rela- 
zione da mille bocche e da mille persone. » Ed 
in verità, oltremodo lusinghiera fu l'accoglienza 
che ricevette in Napoli. I signori di quella corte 
lo accolsero « con segni di manifesta allegrezza, » 
e lo stesso viceré, il duca d'Alba, mandò le sue 
carrozze per ricevere degnamente il poeta napo- 
litano, che avea fatto parlare di se tutta Europa. 
La città intera poi, « per usar seco gratitudine e 
lasciar qualche pubblica memoria di aver avuto 
un figliuolo che non le avea fatto disonore, pen- 
sava d'innalzargli una statua con epitaffio, in 



— 269 — 
nome di tutta l'Università ; » (1) era inoltre stato 
fatto principe dell'Accademia degli Oziosi] (2) ne 
gli erano giovate scuse, perchè « giovedì con pub- 
blici applausi ed acclamazioni, scrive il Marino 
ad Antonio Bruni, fui dicliiarato tale nel Capi- 
tolo grande di S. Domenico con tanto concorso 
di popolo e di nobiltà clie fu certo cosa mirabile, 
perchè senza il numero innumerabile de' letterati 
e de' cavalieri, vi furono contati centosessanta 
principi e signori titolati. » Ed in quell'adunanza 
fu recitata un'orazione in sua lode con infinita 
quantità di poemi, d'emblemi, d'anagrammi e 
d'altre composizioni di diversi begl' ingegni ; men- 
tre il mercoledì innanzi era stato invitato dal 
marchese d'Ansi nell'altra Accademia àegVInfu- 
l'iati^ dove pure era stato festeggiato entusiasti- 
camente. Ohe più? Il viceré metteva a disposi- 
zione sua la gondola vicereale; il segretario spa- 
gnolo del viceré, Gonzales, lo accoglieva e lo 
trattava famigliarmente ; le due Accademie degli 
Oziosi e degli Infuriati si guardavano in cagnesco 
perchè ciascuna voleva rubarlo all'altra, tanto che 
il Marino stesso dubitava « che il viceré non vi 
avesse a porre le mani lui nella faccenda ; » la 
provvisione ch'egli avea perduta in Francia gli 
veniva pagata in Napoli dal viceré ; ed il Marino 
scriveva al Bruni : « Ed io le giuro che non cre- 

(1) Marino, Lettere, pag. 77. 

(2) L'Accademia degli Oziosi in Napoli venne istituita, ne' primi anni 
del secolo XVII, per opera del marchese Della Villa, principe di Manso, 
dhl viceré conte di Lemos e da Lupercio Leonardo de Argensola, ce- 
lebre poeta spagnolo, che venne in Napoli col seguito del viceré. 



— 270 — 
deva di dover ricevere la millesima parte di tanti 
onori che lio ricevuti nella mia patria. » 

Solo lo affliggeva clie a Roma l' Inquisizione 
stava rivedendogli il suo Adone; ma tosto si tran- 
quillizzava, jDerchè a revisore era stato designato 
il cardinale Pio di Savoia, « dimostratosi sempre 
suo parziale protettore ; uomo saggio, di finissimo 
giudizio e versato ne' Poeti antichi e moderni. Del 
resto, scriveva il Marino, se il libro merita il 
fuoco, che si abbruggi, e si condanni all'oblivione, 
perchè mi contento di soggiacere più tosto alla 
sentenza, ancorché rigorosa, d'un personaggio 
nobile, intelligente, e che rimira le cose con 
animo benigno e con occhio spassionato, eh' alle 
goffe sindicature di certi uomini plebei, indiscreti 
e incapaci. Ricordo al signor cardinale ch'egli 
fu prima princi]De, che prete; e perciò non dovrà 
dimostrarsi molto scrupoloso intorno a certe ba- 
gatelle, le quali non pregiudicano punto alla re- 
ligione cattolica. Che vi sia dentro qualche lasci- 
vietta lo confesso; ma quanto vi è di lascivo è 
tutto indirizzato al fine della moralità, si come 
potrà ben comprendere, chi vorrà leggerlo atten- 
tamente, e si come io farò vedere al mondo in 
un lungo discorso scritto da me sopra questo 
soggetto, dove difeiostro la differenza ch'è tra la 
lascivia dello scrivere e l'oscurità, e quali sono 
i Poeti che Platone discacciò dalla Repubblica 
come perniciosi. » (1) 

(1) Questo suo scritto non vide mai la luce, il che fa immaginare che 
il Marino non lo compose affatto. 



— 271 — 

Cosi, ammirato da tutti ed amato dai grandi 
spagnoli alla Corte napolitana, il Marino trascor- 
reva lieta e placida la vita. x4.1 Barbazza, che gli 
chiedeva notizie della sua salute, rispondeva : 
« Sappia Ella, che mi trovo assai allegro d'animo 
e sano di corpo in questo scoglio (1) e non so 
s' io debba chiamarlo Villa o dilizie di Napoli. 
Qui l'acque del mare sono sempre tranquille ; qui 
Tombre degli alberi anche nel fitto meriggio di- 
fendono dal caldo il nocchiero. Qui le fontane 
sempre dolcissime e purissilne porgono diletto, e 
refrigerio ai marinari, e in somma questo spazio 
di mare è un teatro floridissimo dove ogni sera 
viene la nobiltà napoletana dentro le gondole a 
goder'un'aria di paradiso. » Ed ogni mercoledì 
doveva fare un discorso all'Accademia, cosa che 
lo importunava moltissimo, perchè, « per essere 
degno dell'aspettaziorte che s'avea del poeta, era 
costretto a farvi sopra studi particolari, talché 
del continuo teneva impacciato l'intelletto e la 
memoria per ritrovare nuove invenzioni, e per 
recitarle. » Ma, sopravvenuta la morte, addì 25 
marzo 1625, j)er ritenzione d'urina, cessava di 
vivere fra il compianto generale. « Il nostro ca- 
valier Marino passò a miglior vita in Napoli, 
scriveva riVchillini al Preti, a' 25 del passato, 
giorno memorabile per essere il martedì santo, 
solenne per l'annunziazione della Vergine, e la- 
grimevóle per la perdita di tant'uomo. Ha quat- 
tro mesi, ch'egli si pose a letto per certi dolori 

(1) Il Hariao dimorava a Posillipo. 



— 272 — 
d'urina, (1) e per mala disposizione di tutto il 
corpo. Sopraggiunse la febbre, la quale andò de- 
generando in etica manifesta; s'aggiunse il tra- 
vaglio della carnosità, da cui egli solea spesso 
esser molestato: ed avendolo perciò i medici si- 
ringato, egli rimase in quelle parti ulcerato no- 
tabilmente. Questi dolori alterarono si fattamente 
la febbre, che l'etica degenerò in acuta, la quale- 
finalmente rubò quell'uomo al mondo. » (2) 

Solenni e meravigliose furono le esequie fatte 
in suo onore. Il suo cadavere fu portato nella, 
chiesa de' Padri Teatini ; « la sua bara era seguita- 
da più. di cento titolati, principi, baroni ed altri 
principali signori della città e del regno, e da 
moltitudine di popolo innumerabile. Quelli a quat- 
tro a quattro, con gran doppieri accesi in mana 
e con gli ocelli pregni di lacrime, e questa con 
pianti e con sospiri gittate le corone d'alloro- 
sopra gli arnesi cavallereschi, che sopra la col- 
trice stavano, gli prestarono gli ultimi ossequi: 
onore colà e lo scettro de' regi, e alla penna 
d'oro del cavalier Marino solamente dovuti. » (3) 

L'Accademia degli Umoristi poi, quindici giorni 
dopo la morte del j^oeta, celebrò solenni esequie. 
« Erano le pareti della sala dell'Accademia tutte 

(1) Dice lo Stigliaui che il Marino mori « per taglio di un segreto 
membro accancrenatosi per vecchia carnosità. » 

(2) « Miserere mei Deus secundum magniim tiiiserirordiam inani, furono- 
le ultime parole che pronunciò il Marino morendo, « dice il Loredano. 
« Veramente, aggiunge, l'ultime voci di questo cigno divino non potevano 
essere che pie. » 

(3) Lettera di Claudio Achilliui a Girolamo Preti. Questa lettera è 
unita alla biograBa che scrisse il Baiacca, pag. 80. 



— 273 - 
vestite di panni paonazzi, e in faccia alla porta 
]Drincipale, per la quale si entrava a diametro^ 
rispondeva un elogio ornato da' lati di belle ed 
all'azione mesta proj^orzionate pitture, e di sopra, 
come per frontispizio, dell'arma del cavaliere, in 
modo che altri appena avea posto il pie su la 
soglia, che l'occhio era tirato a leggerlo : e però 
non lo posso io preterire, scrive il Baiacca, o 
trasportare altrove, ma voglio che voi ancora lo 
leggiate qui: 

« Equiti Io. Baptistae Marino. Poetae sui sae- 
culi Maximo, Cuius Musa è ParthenojDcis cine- 
ribus enata, Inter lilla efflorescens. Eeges habuit 
Moecenates, Cuius ingenius foecunditate faelicis- 
simum, Terram Orbem habuit admiratorem. Aca- 
demici Humoristae Principi, quodam suo. » (1) 

Il concorso di gente poi fu immenso. V inter- 
vennero il cardinale Maurizio di Savoia, i duchi 
di Al cala e Pastrana, ambasciatori spagnoli, i 
monsignori Querenghi, Ciampoli e Mascardi ed 
Alessandro Tassoni. Furono letti nell'adunanza 
elogi, epitaffi, sonetti e madrigali in numero 
straordinario; e Antonio Sforza da Monopoli, uno 
degli Umoristi^ trattò in latino il problema: 
« Perchè gli antichi ne' mortori si tagliassero i 
capelli. » 

Il Marino, prima di morire, volle che si desse 
fuoco a tutti i suoi manoscritti, fra i quali l'ori- 
ginale della Murtoleide; (2) e nel suo testamento 

(1) Baiacca, Vita del cavalier Marino. 

(2) Forse in questa maniera si sarà distrutto il poema da lui composto 

18 



— 271 — 
legò la libreria ai SS. Apostoli, chiesa de'Padri 
Teatini in Naj^oli, e le pitture che teneva in 
Roma a Crescenzio Crescenzi, volendo anche in 
punto di morte testimoniare la sua gratitudine 
alla famiglia del suo protettore. 

Dice il Baiacca che « il Marino era di statura 
non molto eccedente l'ordinaria, di faccia lun- 
ghetta, ma non disdicevole, di fronte spaziosa, 
d'occhi azzurri ed acuti, di bocca anzi grande 
che no, con labbra grossette, segno di sensualità, 
di naso non grande, non piccolo, non fino, non 
curvo, ma retto e di proporzionata misura^ di 
bella carnagioiie ; di jDelame che tirava al biondo, 
se bene l'età cominciava a colorirlo di bianco ; 
nutriva poca barba e portava una capellatura 
lunga fin sotto gli orecchi, la quale si come per 
natura non era folta, cosi non era per artifìcio 
colta, ne acconcia. Era di gesti e di movimenti 
leggiadri, ma talora ispiranti impazienza o de- 
notanti astrazione; onde pareva anche in viso 
malinconico; se bene per altro era d'aspetto grato 



ol abbozzato ilelle Trasformazioni, del quale il Marino tante volte parla 
nelle sue lettere. Qaesto poema avrebbe descritto il viaggio di quattro famosi 
capitani, Ercole, Alessandro, Cesare e Colombo, ciascuno de' quali final- 
mente si ammoglia con una delle quattro parti del mondo, finte sotto velo 
di regine, Asia, Africa, Europa ed America. Però il Loredano asserisce che 
gli amici del Marino vollero opporsi all'ordine dato dal poeta « ed il 
poema fu sottratto all' incendio, e tutto imperfetto. » Noi non possiamo 
dar notizie del poema, per quante ricerche abbiam fatte. Ultimamente 
l'egregio prof. Mango, e prima di lui il signor Ludovico Pepe, ha accen- 
nato ad un altro poema del Marino, sulla liberazione d'Anversa, il quale 
si troverebbe nella biblioteca de' Benedettini a Cava de' Tirreni. Noi però 
abbiam potuto rintracciare solamente quattro sonetti del poeta sopra l'e- 
spaguazione d'Ostenda per opera dello Spinola. 



— 275 — 
e gentile. Era contro il suo costume negli ultimi 
anni dopo il suo ritorno di Francia fattosi egual- 
mente culto ed elegante cosi nel vestire, come nello 
scrivere, conoscitore della sua propria virtù, lauda- 
tore di se medesimo ed amicissimo della lode. » (1) 

Cosi moriva il poeta più fortunato die sia 
mai esistito. Fortunato in vita però, perchè cin- 
quant'anni dopo si parlava di lui, da tutti i 
letterati italiani, come di qualcosa di vituperoso. 
Reca meraviglia vedere come quest'uomo, man 
mano, senza conquidere ed abbattere gli altri, 
perviene, e sulle prime senza conoscenza di quel 
che ottiene, a si alto grado di celebrità. Armato 
egli di una penna, per se stessa, e per abitudine 
dell'età in cui vive, fiacca e senza nobili e grandi 
idee, egli riesce ad imporre al mondo un poema 
che, come opera d'arte, è povera cosa; e come 
obiettivo di novità, inutile. Sembra che con lui 
la fortuna abbia voluto divertirsi, perchè, men- 
tre lo pone alla più alta cima della celebrità, 
permette pure che esperimenti per due volte la 
orribile cella del carcere. 

Il Marino, di sua natura frivolo e leggero, è un 
buon poeta se lo si considera da un lato ; visto 
dal quale non mostra tutti i difetti del suo tempo 
e si riconnette alla schiera de' poeti italiani che 
hanno dato impulso potente alla lirica amorosa; 
visto da questo lato non ci peritiamo a procla- 
marlo il primo poeta che sia vissuto nel Seicento ; 
perchè quivi in lui tutto è naturalezza e spon- 

(1) Baiaeca, Vita del caralier Marino. 



— 276 -- 
taneità; egli ha impreso a cantare una passione, 
che per sua natura è quella che ha cangiato tante 
volte di carattere e d'espressione, passando per 
il crogiuolo delle società e delle letterature di 
tutti i tempi, pel quale cangiamento è necessario 
appena un modo diverso di sentire e di conside- 
rare r amore. E basterebbe osservare 1' amore 
cantato da Dante per la sua Beatrice, e quello 
che l'Aretino imprende a cantare per le sue 
cortigiane, a fine di convincere della verità di 
quanto abbiamo detto. Ed ecco perchè il Ma- 
rino, il quale sdegna le rifritture petrarchesche, 
ed invita invece i poeti latini della decadenza, 
pieni di sensualità, raggiunse la celebrità. Ecco 
perchè l'amor platonico del Tasso non è com- 
preso in quel secolo, mentre s'ammira di lui la 
bellissima orditura data al poema, e, più che tutto, 
l'amore di cui egli fa ardere Armida. 

Il Marino poi, considerato come poeta epico e 
come poeta cortigiano, scende dal suo gradino e 
s'aggiunge subito alla schiera di quei poeti, cui la 
storia letteraria del Seicento fortunatamente ha 
consacrata all'oblio. Come volete che il Marino, co- 
noscitore com' è dell'umanità, ed in un'epoca nella 
quale bisognava adulare per vivere, possa esser 
poeta e diventar celebre ; e nello stesso tempo 
discostarsl dagli altri? Il mestiere del poeta di 
corte non era poi una cosa da invidiarsi; il Ma- 
rino, per godere della protezione della regina 
Maria de' Medici, doveva paragonarla a Venere, 
anzi renderla, in bellezza, superiore alla dea di 



— 277 — 
amore. E domandarsi poi se non era soverchio 
ardire adoperare questa similitudine a petto di 
si grande regina. Il poeta di corte doveva cantare 
e lodare tutto quello che piaceva al suo padrone, 
fìnanco il cagnolino ; epperciò il suo linguaggio 
e la sua maniera di poetare è tutto un conven- 
zionalismo freddo e compassato, senza entusiasmo, 
perchè il poeta non canta con sentimento proprio, 
ma con quello degli altri. E quando è convenzio- 
nale è falso, perchè non conforme né alla realtà 
storica, né al concetto proprio dell'arte, che per se 
stessa non accetta guide nei voli dell'immagina- 
zione: sicché quante volte il poeta, che mette a 
tortura il cervello per crear cose nuove su vec- 
chio fondo, allo scopo di far piacere al suo pa- 
drone, esce in frasi che non sono per indole loro 
convenzionali, il poeta è ridicolo. (1) 

Ma intanto il Marino, per oltre cinquant'anni, 
era stato l' idolo letterario di tutta l' Europa. 
Costar, Volture e Balzac, celebri campioni del 
l'Hotel de Ramhouillet citavano, come sentenze 
indiscutibili, i versi del poeta nelle loro lettere, 
ed in Italia le poche rime rimaste inedite per 
la morte dell'autore venivano pubblicate come 
cose di grande importanza. Nel 1647 due anni 
dopo la morte del Marino, Giacomo Scaglia, e- 
ditore veneziano, pubblicava le lettere di lui, 
gravi, argute e facete, ricche di notizie impor- 
rai) E qui a noi cade acconcio avvertire che Scipione Volpicella chiama 
le poesie del Marino, « stemperate speculazioni platoniche e poetiche scon- 
cezze. » (Studi di letteratura, storia ed arte, Napoli, 1876, pag. 56.) 



_ 278 — 
tanti e curiose sopra gl'illustri j)ersonaggi del 
tempo e preziose per lo studio sul poeta. (1) Poiché 
egli era in corrispondenza coi personaggi illustri 
del tempo, ai quali egli dava notizie interes- 
santi sul suo soggiorno a Parigi. Queste lettere, 
come abbiam detto, riflettono efficacemente la 
figura di quest'uomo singolare, moralmente e 
intellettualmente. Le lettere da lui scritte, men- 
tr'era ancora in Napoli, sono umili, rispettose, di 
una adulazione servile, con gl'illustri suoi j)ro- 
tettori, quali il Manso. A Torino egli è già in 
corrispondenza con tutti i poeti viventi ; ed allo 
Stigliani dette norme cosi sicure sulla nuova scuola 
poetica, che questo non sa rispondergli se non 
colla calunnia. Ma le lettere che il Marino scrive 
da Parigi sono senza dubbio quelle che hanno 
maggior importanza storica e letteraria. Per mezzo 
di esse noi j)OSSÌamo sapere che il Marino è l'idolo 
di quella corte, accarezzato dal re e dai principi 
di casa Borbone. Da Parigi egli scrive con piena 
sicurezza della grande rinomanza che ha; egli 
ora non piega più il capo quando riceve un fa- 
vore; rifiuta sdegnosamente le servitù, che a lui 
offrono i potentati italiani. E quando si degna a 
ritornare in patria, noi abbiamo visto il delirio 
di tutta Italia nel riceverlo. 



(1) Lettere del Cavalier Marino, Gravi, Argute, Facete, e Piace- 
voli, con diverse Poesie del medesimo non più stampate, in Veneti», 
M.D.C.XXVII. Le poesie unite a questa lettera sono dieci; quella ormni 
celebre, Itnìia parla a Venelia, alcune ottave col titolo: Donna axpettatn 
per mare in tempo di Fortuna, un'ode alla re^iua d'Inghilterra, una Let~ 
era rfi Ma nd ricanto a Rodomonte e sei sonetti. 



— 279 — 
Nel 1633, Francesco Del Chiaro, nipote del poeta 
e canonico napolitano, pubblicava il poema eroico 
la Strage clegV Innocenti^ dedicandolo al duca di 
Alba; sperando che il poema stesso « uscendo 
dalla cieca notte dell'oblio per mezzo di quel- 
VAÌba., potesse far passaggio al chiarissimo giorno 
dell'eternità e della gloria. » (1) Il poema era diviso 
in quattro canti, ma lo stesso anno Giovanni Ma- 
nelfì, editore romano, pubblicava il poema dividen- 
dolo in sei canti e dedicandolo a certo Paolo Lodo- 
vico Rinaldi, patrizio romano; (2) e nella dedica can- 
giava anche la seconda ottava del poema, con la 
quale il Marino dedicava i poema al duca d'Alba. 

Antonio, e tu del gran Ibero honore, 
Germoglio altier d'Imperador, e Regi, 
Chi non s'abhagha al tuo sovran splendore, 
S'al sole istesso VAlha tua pareggi ? 
de più grandi Heroi specchio, e valore, 
Che d'invitta virtù ti glorij, e pregi, 
Non dispreggiar di sacre rime ordito, 
Questo picciol d'honor serto fiorito. 

avea detto il Marino. E Giovanni Manelfì can- 
giava questa ottava in un'altra « non del Marino; 
ma di celebre ingegno, con la quale anche in 
verso il Poema io dedico. » 

Tu Lodovico, a la cui fronte andranno 
Intessendo ghirlande alme canore ; 

(1) La Strage dgV Innocenti, Poema del Sig. Cav. Marino, In Roma, ad 
istanza di Giovanni Manelfi, con lic. de superiori, 1633. 

(2) Tutte le edizioni posteriori però, compresa quella curata dal Sa. 
lani di Firenze, ed uscita pochi anni or sono, dividono il poema iu 
quattro canti, con la dedica al duca d'Alba. 



— 280 — 

De l'invidia più rea con scherno, e «Tanno, 
Queste note raccogli alte, e sonore : 
E, mentre Erode, il barbaro Tiranno, 
Spiega stranio trofeo d'aspro furore, 
Api-i, con sacra man, musico legno. 
Trionfi di pietà, trofei d'ingegno. 

Ed ora che cosa è il poema, la Strage degli 
Innocentiì E noi rispondiamo die è uno de' libri 
j)iù letti in Italia, tanto che i contadini ne sanno 
a memoria squarci lunghissimi. Non v' è umile 
capanna, in Toscana, nell'Umbria, nel Napolitano, 
che accanto al poema dei Reali di Francia^ di 
Guerrino il Meschino e del Libro de' Sogni, non 
abbia il poema della Strage degV Innocenti. Esso 
è più comune nelle campagne che non sia la 
Gerusalemme del Tasso, col quale ultimo il Ma- 
rino ebbe in idea di gareggiare, componendo la 
Gerusalemme Distrutta^ poema del quale noi con- 
serviamo il settimo canto. 

La Strage degV Innocenti comincia come il canto 
quarto del poema di Torquato; nel quale si de- 
scrive l'adunanza di un consiglio di numi dell'in- 
ferno, per contrappore le loro forze a quelle dei 
cristiani, vincitrici. Ed il Marino, anche lui, fa 
raccogliere a consiglio i 23rincipali dei dell'inferno, 
i quali vedendo 

da Dio mandato in Galilea 
Nunzio celeste a Verginella umile, 
Che la inchina e saluta, e come a Dea 
Le i*eca i gigli dell'eterno aprile. 
Vede nel ventre della vecchia ebrea, 



— 281 ~- 

Feconda in sua sterilità senile, 
Adorar palpitando il gran concetto 
Primo santo, che nato un pai'goletto. 

se ne commuovono e decidono di avvisarne Erode. 
Di qui l'eccidio di tutta l'infanzia ebrea, la nar- 
razione del quale occupa due interi canti del 
poema. Ma frattanto tra i fanciulli uccisi v' è 
anche il figlio di Erode ; e questo re appena ha 
notizia della morte di lui, dà in ismanie ed in 
lamenti : il poema poi, insignificantissimo e noioso, 
termina col viaggio che fanno i morti fanciulli 
verso il Limbo. (1) 

Alcuni scrittori hanno voluto credere che questo 
poema è quanto v' è di buono fra le poesie del 
Marino. Noi invece siano inclinati a credere che 
il nostro poeta non ha composto cosa più insulsa 
ed incompleta. Gran torto è, a parer nostro, 
voler risuscitare gli scritti inediti de' poeti, i 
quali, non pubblicandoli, ebbero la loro buona 
ragione per considerarli non degni della stampa. 
E nella Strage degV Innocenti oltre a tutti i vizi 
propri di quell'epoca, noti vi si osserva quella 
perfezione che il Marino dava al suo verso, per- 
chè questo riuscisse piano e spedito. 

(1) Questo però nou era il giudizio che il poeta dava sopra la Strage 
degl'Innocenti; durante la stampa àélV Adone, il Marino scriveva al Ciotti: 
« Tengo in procinto la Strage degT Innocenti, a mio gusto una delle mi- 
gliori composizioni, che mi sieno uscite dalla penna, e senza comparazione 
più perfetta àeW Adone. » Ma forse questo giudizio il Marino lo faceva 
per consolare il libraio veneziano, dal quale non aveva fatto stampare 
l'Adone. Infatti il poeta assicurava anche che la Strage degl'Innocenti l'a- 
vrebbe pubblicato il Ciotti stesso. 



2-2 — 



Capitolo XI. 

Tommaso Stigliaui contro il Jlarino — Combatte VAdone anche dopa 
la morte dell'autore — Apologisti del Marino — Angelico Aprosio da 
Ventimiglia. 

La morte del Marino non quietò affatto le ri- 
dicole contese letterarie, delle quali il poeta na- 
politano era sempre la causa, come in alcune n'era 
1' istigatore. 

Tommaso Stigliani da Matera fu quello che, 
più di tutti gli altri, procurò di smontare l'idolo 
che tanto facilmente era stato innalzato. 

La vita di questo poeta è delle più singolari ; 
essendo a Parma in qualità di segretario del duca 
Ranuccio Farnese ebbe ad attaccar lite con Enrico 
Caterina Lavila, il famoso autore della « Storia 
delle Guerre di Francia »; il quale lo lasciò mo- 
ribondo sulla via. Ne crediamo qui inutile ripor- 
tare la narrazione della rissa, anche perchè, in 
certo qual modo, è un piccolo quadro della vita 
dello Stigliani ; ecco come egli stesso in una let- 
tera a Ranuccio Farnese, che allora trovavasi a 
Piacenza, racconta il fatto. 

« Il sig. Marchese Orazio Pallavicino, il quale 
vien di fresco da Piacenza, mi ha visitato in 
letto a nome di V. A. Serenissima affettuosa- 
mente, e con molti conforti ed offerte, recandomi 
ad un tempo un suo comandamento, che è, ch'io 



i 



— 283 — 
distenda in iscritto una distinta relazione di 
quella questione nuovamente succeduta tra me, 
ed Enrico Caterina Davila, per la qual mi trovo 
giacere; e che distesa ch'io l'abbia, gliela mandi 
costà quanto prima. Acciocché avendone l'Altezza 
Vostra già avuta un'altra da esso avversario, 
possa, dopo il sentire ambedue le parti, prender 
temperamento di farmi pacificar con lui per una 
intera soddisfazione ed onore. Primieramente io 
rendo a V. A. doppia grazia, e della benigna 
visita, che s'è degnata di farmi fare, e del cari- 
tatevole assunto, che s' e abbassata a pigliar per 
me, risultandomi a troppo segnalato favore, che 
quel Principe, il quale ha costituito in luogo di 
mio supremo Padrone, e di mio assoluto Giudice, 
si ponga in luogo di mio pietoso amico, e di mio 
amorevole avvocato. Appresso ubbidisco pronta- 
mente al comando quantunque mi trovi tuttavia 
esser fiacco per l'avute ferite, se bene assicurato 
della salute, e fuori ormai di pericolo. Ben prima 
ch'io cominci a contare il fatto, mi protesto che 
con tutto ch'io sia per dire quella stessa verità 
ad unguem, la qual direi se non l'avessi interesse 
alcuno, o con tutto ch'io presuma, ch'anche l'av- 
versario abbia fatto il medesimo : avrei però caro 
che V. A. non credesse ne a me, ne a lui, ma 
solo a quei testimoni, che vi trovavano esser da 
principio, ed a quegli altri, che vi sopraggiunsero 
da poi, ed alla pubblica fama, che gli uni, e gli 
altri n'hanno già sparsa qui in Parma, e fuori ; 
mentre conviene, ed e giusto, che chi ha mena 



— 284 — 
di passione, abbia più di credito, potendo essere, 
che a me le cose ch'io dirò, fussero per la detta 
passione partite altrimenti di quel die sono. Sappia 
che l'A. V. che il di nono d'agosto (1) a ore venti 
e due « che appunto oggi son finiti quindici 
giorni » essendo io in piazza a seder davanti 
alla Libreria del Viotti, fui invitato dal Davila 
suddetto ad andar per la città a spasso con seco, 
e con Flaminio Querenghi, e con Gioseppe Gia- 
vardi, i quali erano con lui. E questo può testi- 
ficarsi dal Malossi pittore di V. A. che ci sentì, 
essendo in bottega a comperar non so che libri. 
Il quale invito io accettai allegramente, e mi misi 
a camminar con loro verso il Duomo, dove avanti 
che arrivassimo trovammo in Pescheria Alessan- 
dro Tagliaferro, che volontariamente s'accompa- 
gnò con noi. Andammo alla chiesa del Duomo, 
con pensier che vi fusse gente; e dopo aver fatto 
orazione, e veduto non esservi nessuno, il Gia- 
Tardi ridendo disse: Signori, che cosa facciamo 
noi qui, dove non è altre persone che dipinte, 
e scolpite. Andiamo verso S. Benedetto, che in- 
tendo, ch'oggi vi sia musica per la vigilia di S. 
Lorenzo, del qual dicono, che v'è un'altare: e 
€081 dicendo s'inviò. Noi quasi rapiti dal suo 
parlare, e dalla sua mossa, lo seguimmo concor- 
demente, e subito s'uscì di Chiesa. Mentre che 
s'andava per via, gli tre, cioè Davila, Giavardi 
•e Querenghi, restarono alquanti passi addietro, 
ragionando tra loro pienamente; e noi due, cioè 

(1) Dcir'anno 1G06. 



I 



— 285 — 
Taglieferro ed io, andavamo innanzi pur par- 
lando. Più oltre ci fermammo per aspettare i 
tre, ma essi sempre dicevano clie noi attendes- 
simo a camminar pur'oltre, che in ogni modo 
ci avrebbono arrivati. Giunsesi alla strada di 
S. Benedetto in quella parte appunto, la quale 
ha da una banda la chiesa, e dall'altra il can- 
tone, dove abita Lucietta meretrice. In questo 
cantone i tre soprarrivarono, e la compagnia si 
riunì tutta, e fermossi. Allora il Davila cambiato 
in viso disse verso me: « Voi ci avete menati 
in luogo par vostro. » A queste parole io non ri- 
sposi, simolando di non averle udite, e facendo 
mostra di non badarvi. Ma il Davila dopo qualche 
silenzio di tutti ripigliò a dir di nuovo: « Dico, 
che ci avete menati in luogo da vostro pari. » 
Al che forzato io risposi : « Io non son quello, che 
ha menati gli altri: mentre son venuto insieme 
con tutti là dove avea proposto il sig. Giavardi 
che si venisse, cioè in questa Chiesa, che è qui 
incontro. Ma se per mio pari intendete uomo da 
bene, avete ragione in questa parte, perchè cosa 
da buono è il venire a i luoghi santi. » Replicò 
egli : « Voi ci avete condotti non in Chiesa, ma in 
bordello. Però per par vostro io intendo furfante. » 
« Tu menti (diss'io) per la gola, » e tutto a un punto 
misi mano alla spada, ed al pugnale. Ma egli, 
eh' avea i pendenti coli' agucchia alla Veneziana, 
si spacciò più prestamente di me, e tirommi una 
coltellata su'l braccio destro in tempo, ch'io avea 
mezza la spada fuor del fodero. Io per lo calor 



— 286 — 
dell'ira sentendo poco la ferita, finii di cacciar 
mano, e tirai una stoccata verso lui. Questa gli 
fa pienamente parata dalla spada del Giavardi, che 
tenea gridato: « Fermate, Signori, » e simili altre 
parole, che suol dir chi partisce. Siccome ancora 
l'istesso dicea il Querenghi con un pistoiese in 
mano, il quale egli è solito di portar sotto la 
toga, standosi il Tagliaferro -da parte a vedere 
per non aver'arme veruna. Tirammoci alquanti 
altri colpi, dei quali io non posso ricordarmi 
distintamente per l'alterazion dell'animo, ch'allora 
mi tenea occupato: ma sempre mi parve d'osser- 
var, cli'a lui tutte le mie botte erano parate da 
i partitori, ed a me le sue arrivavano libere, 
sicché bisognava che me le parassi io medesimo 
col mio pugnale. Finalmente il Davila veden- 
domi troppo risoluto, e non bastandogli (oltre 
l'aiuto de'compagni) l'esser' egli ingiaccato, dove 
per opposito io era in camicia, cominciò a riti- 
rarsi indietro, ed io ad incalzarlo- fortemente con 
ferma intenzione, o d'ucciderlo, o d'esserne ucciso. 
Arrivossi al canale d'una cisterna, dove fallendo 
a me un piede, io caddi con un ginocchio in 
terra. Allora il Davila ripreso animo, venne in- 
nanzi, e mi trasse (senza che i due ne l'impe- 
dissero) una profonda stoccata la qual mi colse 
da quattro dita sopra la mammella destra, e pas- 
sandomi il petto di canto in canto, m'uscì dal- 
l'altra banda sotto alla spalla pur diritta, con 
ben due palmi in spada fuori. In quel suo venire 
innanzi io gì' investii di punta nella gamba man- 



— 287 — 
ciaa; e per quanto ora mi dice il Simonetta, 
Cile ha m.edicato me, e lui, la ferita fu con nota- 
bile tocoamento di nervi, si die corre pericolo 
di stroppio. Fatto ch'egli ebbe il gran colpo sud- 
detto, credendosi d'avermi in tutto ammmazzato, 
non ricoverò l'arme, ma me la lasciò confitta nel 
corpo, e se n'andò via zoppicando, in compagnia 
del Giavardi e del Querenghi. Il peso della guardia 
della spada nemica fini di farmi cadere in terra 
dsl tutto a faccia in giù, ma subito io fui aiu- 
tato, e mi levai, reggendo con ambedue l'arme 
mie l'arma dell'avversario. Andai coi mie piedi, 
cosi infilzato com'era, alla più vicina casa, la 
quale è quella della predetta Lucia. Dove pre- 
stamente fattomi venire il Sacerdote, ed il me- 
dico, mi confessai prima, e poi mi feci cavar la 
spada faori, e medicarmi. Stetti per quella notte 
in essa casa, e la mattina con una seggetta di 
V. A. mi feci portare a casa mia. » (1) 

Il povero Stigliani stette fra la morte e la vita 
parecchio tempo, e fu grande fortuna per lui 
che la spada del Davila, passando per la cavità 
del torace, non toccò il polmone. 

Il poeta materano (il Marino ironicamente lo 
chiamava Materiale)^ segui nelle prime sue liriche 
la maniera di poetare del poeta napolitano, spe- 
rando aver comuni con lui la fortuna e la ce- 
lebrità. Ma ne l'una ne l'altra arrisero allo Sti- 
gliani, che, invidiosissimo com'era, fin da quando 
il Marino stava alla corte del duca di Savoia, 

(Ij Lettere di Fra Tomaso Stigliani, Roma, 1G73, pag. 185. 



l 



— 283 — 
cercava tutte le maniere per calunniarlo. Ed il 
Marino che non era uno stupido, andava scoprendo 
le cattive insinuazioni di colui che altre volte s' era- 
dichiarato suo amico. « Io sono entrato in sospettOj. 
scrive il Marino da Torino al Benamati, ch'egli 
non sia colui che va sparlando del fatto mio, con si 
poca modestia, che non solo non l'ho voluto con- 
solare di questo, (1) ma con una destra disgressio- 
nista gli ho motteggiato d'ingratitudine, dicendo- 
gli che malamente corrisponde alla mia affezione. » 

Intanto il Marino era partito alla volta di Pa- 
rigi, e lo Stigliani stampava nel 1617 venti canti 
del suo poema, R Mondo Nuovo, in mezzo a. 
mille difficoltà, perchè gli editori, fra i quali lo 
Scaglia ed il Ciotti, per istigazione del Marino, 
si rifiutavano di stampargli il poema. 

Nel Mondo Nuovo, ad arte, o inconsapevol- 
mente, il Marino era adombrato in un pesce. (2) 
Allora il poeta napolitano perdette la pazienza 
ed avverti lo Stigliani che si sarebbe vendicato 
delle ingiurie. Lo Stigliani impaurito scrisse al 
Marino una lunghissima ed umilissima lettera, 

(1) Lo Stigliani aveva pregato il Marino di fargli copia d'un sonetto 
dal poeta napolitano altra volta composto in lode dello Stigliani. 

(2) Ecco le stanze clic riguardano il Marino : 

la questo fiume, e per lo mar vicino 
Vive il Pesciuom con sue mirabil membra 
Detto altramente il cavalier marino, 
Verace bestia, bench'ai vulgo uom sembra 
Che nulla, fuor che l'alma, ha di ferino, 
Ej tutto a nostra immagine rassembra; 
Figlio della Sirena ingannatrice. 
Ed alla madre egual, se '1 ver si dice. 
Come si vede l'allusione era troppo manifesta. 



— 289 — 
scusandosi col dire che egli non avea inteso di 
alludere alla sua persona, ne a quella di altri. (1) 
Ad onta di ciò il Marino mantenne la parola e 
pubblicò alcuni pungentissimi sonetti che chiamò 
Smorfie^ e, tanto nella Galleria^ che nella Sampogna 
e n.eW Adone^ non smise di metterlo in ridicolo, chia- 
mandolo, nella Galleria un poeta goffo, nella Sam- 
pogna Lamb rusco, 

Lambrusco dico, l'invido Capraio, 
Di cui con tutto ciò rider conviemme, 
Ch' uscito fuor dal suo natio pagliaio, 
Volse passar nell'Indiche maremme, 
Sperando accumular molto danaio, 
E trarne un gran tesor d'oiM), e di gemme ; 
Ma poi di gemme invece, e 'n vece d'oro 
I^u vii piombo, e vii fango il suo tesoro. 

Se 'l mio canto il suo canto in prova vinse, 
Ne fu giudice Alcippo il saggio vecchio, 
Che 'n fronte allor baciommi, in sen mi strinse, 
E pur di chiaro senno è vivo specchio. 
Questi, poiché d'alloro il crin mi cinse. 
Così pian pian mi disse entro l'orecchio. 
Quanto a l'alto Cipresso il Giunco umile, 
Tanto l'emulo tuo cede al tuo stile. (2) 

(1) Alcuni biografi sincroni del Marino asseriscono che questa lettera 
fa scritta ad arte dallo Stigliani dopo la morte del suo avversario. Io 
non credo. Basta leggerla, e poi confrontarla con la risposta, evidentis- 
sima, ohe fa ad essa il Marino. È una sfida secca e formale: 

« Io feci intendere a V. S. per mezzo di una lettera scritta dal Ma- 
gnanini al Magnani come non aveva voluto rispondere alla sua finta di- 
.scolpa per non trattar d'amico chi avea trattato me da nemico ; di nuovo 
esso Magnani me n'ha importunato con un'altra sua: onde io finalmente 
scrivo a V. S. non già per risponderle, ma per farle sapere, che non le 
vo' rispondere se non in istampa. Addio. (Marino, Lettere, pag. 133). » 

(2) Marino, Sampogna {Sospiri d'JErgasto), St. 49 e 50. 

19 



— 290 — 
'^eìV Adone infine lo raffigurò ad un gufo : 

Quand'ecco fuor da un cavernoso tufo, 
Sbucar difforme e rabbuffato un Gufo. 

Oh quanto o quanto meglio, infame augello. 
Eitorneresti a l'infelici grotte^ 
Nunzio d'infausti auguri al Sol rubello. 
E de l'ombre compagno e de la notte. 
Non disturbar l'angelico drappello, 
Vanne tra cave piante e mura rotte. 
A celar cjuella sua fronte cornuta. 
Quegli occhi biechi e quella barba irsuta. (1) 

Il povero Stigliani era per queste beffe diven- 
tato la favola de" letterati italiani; ciò non ostante, 
vivente il Marino, non rispose affatto alle ingiurie 
di questo, il quale scriveva al Ciotti : « Dello Sti- 
gliani non occorre jdììi- parlarne. So benissimo 
clie'egli è in Roma, e mi dicono che si muore 
di fame. Io per me gli lio compassione, ma non 
la merita per la sua malignità. » 

Due anni dopo la morte dell'avversario, lo Sti- 
gliani pubblicò una spietata critica siiìVAdone. 
Egli intitolò l'opera V Occhiale^ (2) dedicandola 
al conte d' Olivarez . Della prefazione , come 
in genere di tutte quelle clie andarono avanti 
alle opere dello Stigliani, se ne incaricò Francesco 
Balducci, grande amico del poeta, poeta anche 

(1) Adune, Canto IX, st. 183 e 184. 

(2) Del Mondo Nuoro, del Cavalier Tommaso Stigliani, venti primi 
canti coi sommari dell'istesso autore dietro a ciaschedun d'essi, e con una 
lettera del medesimo in fin del libro, la qual discorro sopra d'alcune 
avute oppositioni, lu Piacenza, per Alessandro Bazachi, MDCXVII. 



— 291 — 
lui, e « soldato degno, come dice l'Aprosio, (1) di 
miglior fortana pel suo letterario valore, e che, 
per esser sempre pieno di debiti, mori all'ospedale 
di febbre maligna. » Il Balducci in questa prefa- 
zione asserisce, « con l'appoggio de' degni perso- 
naggi, che infìno allora lessero manoscritto il 
tutto, che V Occhiale era stato composto vivente 
il Marino; che nel libro non si trattava di satire 
od invettive (allude forse alla maniera violenta, 
colla quale il Marino si difendeva), ma di giu- 
stificazioni morali, ed amichevoli, e di dispute 
letterarie cortesemente maneggiate. » 

Pregava poi gli amici del Marino « ad atten- 
dere che le altre tre prime parti àeW Occhiale 
vedessero la luce, prima d'attaccar polemiche let- 
terarie; e ciò per non ispezzar l'unione della causa 
in più parti; ma poter far tutta la fatica in una 
sol volta. » 

Tutta 1' opera è una critica spietata che si fa 
€i\V Adone, negando all'autore del poema persino 
dell'immaginazione e della varietà; perchè in essa 
afferma, e spesso malamente prova, che quasi tutti 
^li episodi e i versi del Marino sono presi ai poeti 
latini ed italiani. 

Lo.Stigliani però, pubblicando V Occhiale, su- 
scitò un vespaio; cominciarono subito le aspre 
e ridicole critiche all'aspro e ridicolo libro. Nel 
1628 Scipione Enrico da Messina pubblicava 
V Occhiale Appannato ; {2) Andrea Barbazza le Stri- 

(1) Angelico Aprosio, Grillaia, Pag. 159. 

(2) "L'Occhiale Appannato, dialogo nel quale si difende V Adone del 



— 292 — 

gliate a Tommaso Stigliani, celandosi sotto il pseu- 
donimo di Robusto Pogommega; (1) Agostino 
Lampugnani da Milano scriveva V Antiocchiale ; (2) 
Teofilo Gallaccini le Considerazioni; (3) Grirolamo 
Aleandri, primo bibliotecario di casa Barberini, 
nel 1629 pubblicava una sua Difesa dM' Adone. (4) 
Finalmente Niccolò Villani, autore d'una dotta 

cav. Giambattista Marino, contro del cav. F. Tommaso Stigliani, in 12", Mes- 
sina, presso Gio. Francesco Bianco, MDCXXIX. 

L'Errico nel 1628 avea pubblicate le « RUnlte di Parnaso » dove 11 
Marino, giungendo nel regno di Apollo, era messo sotto giudizio e poscia 
proclamato grande poeta. 

(1) Le St figliate a Tommaso Stigliano per Robusto Pogommega, la 
Spira, appresso Henrico Starckio, MDCXXIX, in 12°. 

(2) A ntiocclìial e, ow^vo risposta in difesa del Cavalier SCarino, intorno 
&\V Adone, fatto da Balbino Balbuccì, A Momo. M. S. in 4°. Questo è il 
titolo dell'opera del Lampugnani, la quale si conserva manoscritta nella- 
Biblioteca Aprosiana « Cfr. Biblioteca Aprosiana, pag. 302. » 

(3) Queste considerazioni del Gallaccini vennero inserite nel Vaglio 
Critico dell'Aprosio, del quale parleremo più tardi. 

(4) Difesa AeW Adone, poema del Cavalier Marino, per risposta all'Oc- 
cMale del Cav. Stigliani, Venezia, MDCXXIX. Questa è la prima parte del 
libro. Un anno dopo se ne pubblicava la seconda parte, quando però lo 
autore era morto. Alla compilazione di questo libro 1' Aleandri fu stimo- 
lato anche dall' Achillini, che allora da Bologna, dove insegnava rettorica 
in quell'Università, dettava le^gi poetiche all'Italia, e che per la morte 
di Girolamo Preti, a\'venuta a Barcellona nel 1626, era l'erede principalo 
del Marino. 

È curiosa in quest'opera la difesa che l'Aleandri fa del Marino al 
canto X AeW Adone. Il poeta napolitano consacra alcune ottave al Galilei ; 
Io stigliani nefiV Occhiale lo riprende, avvertendolo non essere stato il 
sommo astronomo l'inventore del telescopio, bensì un « mastro d'occhiali 
di Fiandra..» 

« Non vorrebbe lo Stigliani, osserva l'Aleandri, che si dicesse che 
Galileo fosse stato 1' inventore del telescopio, e ci vuol far credere 
ch'egli rifiuti questa gloria, e che confessi nel suo Saggiatore essere stato 
quello stromento trovato da un mastro d'occhiali di Fiandra. Questo si 
eleva a registrare tra 1' altre verità poetiche dello Stigliani, e 'l Saggia' 
tore stesso ch'egli adduce per testimonio, ce ne chiarirà. Ma vi ha chi 
crede, che lo scopo dello Stigliani non sia stato di scoprire una falsa opi- 
nione del Marino, ma di maltrattare il Galileo, contro il quale serba non 
so che rancore, e la ragione è questa. Si prese l'assunto Don Virginio 



— idi — 
dissertazione sopra la Poesia giocosa de' poeti giteci 
e latini, pubblicava, sotto il pseudonimo di Vin- 
cenzo Foresi, 1' ?7cceZZaÌ2<7"a , (1) nella quale dimo- 
strava dottamente false ed invidiose le accuse 
mosse dallo Stigliani al Marino, non disconoscendo 
però nello Stigliani un buon poeta. (2) 

Finalmente il padre Angelico Aprosio, il più 
fervido difensore del Marino, pubblicava ben 
cinque volumi di difesa al poema dell' Adone. 
L'Aprosio, che fu amico di Gabriele Naudé e 
di Gasparo Sdoppio, col quale ultimo visse lungo 
tempo a Venezia, mette nelle sue critiche tante 
acute ed abbondanti osservazioni storiche e let- 
terarie, che in verità i suoi libri non dimo- 
strano d'essere stati scritti in un'epoca tutta di 



Oesarini di far stampare in Roma quel libro del Saggiatore, e diede la 
cura allo Stigliani di sovrastare alla stampa acciocché uscisse ben cor- 
retto. Stampato che fu il libro, e capitato in mano del Galileo, egli si dolse 
«he lo Stigliani, conlra la mente dell'autore, v'havesse messa la sua deli- 
cata ortografia, ma che un luogo ancora n'havesse corretto, per aggiungervi 
il suo nome, e per mettersi in dozzina, come dir si suole, con autori di 
celebre fama. Il luogo era stato scritto dal Galileo in questa maniera: » 
Non solo si permette al filosofo il tramezzar talhora ne' suoi trattati al- 
cune poetiche delizie, come fece Platone e come fanno molti oggi : ma 
si concede anco al poeta il seminar alle volte ne' suoi poemi alcune 
scientifiche speculazioni, come fece Dante nella sua Commedia. « Or que- 
st'ultime parole furono dallo Stigliani in questa guisa interpolate: Come 
tra i nostri antichi fece Dante nella sua Commedia, e come tra' moderni 
ha fatto il Cavalier Stigliani nel suo Mondo Nuovo. » Questo aneddoto 
caratterizza la prosopopea dello Stigliani. 

(1) U' Uccellatura di Vincenzo Foresi a.'W Occhiale del Cavalier fra Tom- 
maso Stigliani contro V Adone del Cavalier Gio. Battista Marino e alla 
Difesa di Girolamo Aleaudri, In Venezia, MDCXXX, appresso Antonio 
Pinelli. 

(2) Nel 1631 poi pubblicava la seconda parte della sua Difesa col pseu- 
domino di Messer ¥a.^ia.no. Considerazioni soprala seconda parte dell'Oc- 
chiale di Tommaso Stigliani, control' Adone del Marino e sopra la seconda 
difesa di Girolamo Aleandri, Venezia, per Gio. Pietro Pinelli, MDXXXI. 



— 294 — 
ricercatezze e d'ampollosità; in lui rivelano in- 
vece un critico ed uno scrittore che possiede 
un vasto e solido patrimonio di cognizioni let- 
terarie. Nacque in Ventimiglia il 29 ottobre 1607; 
« da fanciullo, scrive egli stesso, fu innamorato 
dei libri in tal guisa, che dove gli altri fanciulli 
per un pomo darebbero oro, se fusse in loro balia, 
egli per un libro avrebbe donato non j)ure i 
frutti, ma anco se stesso. » 

Fattosi prete, stette un anno a Genova, poi si 
condusse in Siena, dove dimorò sei anni. Men- 
tre l'Aprosio era in questa città, pubblicavasi 
V Occhiale dello Stigliani, e allora egli, sotto il 
nome di Ser Poi, fece questo sonetto macchero- 
nico, attaccando il titolo dallo Stigliani dato al 
libro : 

piacukim grande inexpiabile, 
Macula, che non paté uUo astersivo; 
Flagizio sol multando, e deplorabile 
Yeneno noxio senza correttivo. 

crimen undequaque condennabile, 
Che mi fa cader quasi semivivo 
Tra delitti più grave registrabile, 
Lasciar senza il tuo retto il genitivo. 

E quel che importa, non da un decenne 
Tyrone incipiente e ungiregola, 
Fusciarra come dicesi in vernaculo; 

Ma da un veterano equequo al Merula 
Or qual nervo, qual scutica, o qual baculo 
Fia il fustuario alForazion solenne? (1) 

(1) Come abbiam visto lo Stigliani mise per titolo del libro: Dell'Oc- 
chiale ecc.... 



— 195 — 

Poi si accinse a prender le difese del Marino; 
ma riceveva notizie da Messina dallo stesso Sci- 
pione Enrico, il quale lo avvertiva esser in 
procinto di pubblicare V Occhiale Appannato. Ciò 
non ostante scrisse l' opera , la quale intitolò 
La Sferza Poetica, apologia di Sapricio Saprici, 
e doveva mandarla a « Cristoforo Tomasini, libraio 
in Marcerà all'insegna della Pace, che con sua 
lettera gli aveva data parola di stampargliela; 
ma quando egli era pronto d'incamminarla fa- 
cendo la consegna in Firenze a Modesto Giunti, 
furono chiusi i passi ed impediti i commerci per 
cagione del contagio, da cui poco mancò non 
fossor desolati la Lombardia, il Piemonte, lo Stato 
Veneto e buona parte della Toscana. » (1) 

Intanto l'Aprosio peregrinava per l'Italia, e 
giungendo a Venezia stringeva colà amicizia coi 
principali scrittori, quali il Loredano, il Michiele, 

(1) Queste ed altre notizie sull'Aprosio le raccolgo da quella curiosa ed 
importante opera sua eh' è la Biblioteca Aprosiaiia {La Bibìioteca Apro- 
si'iiia, passatempo autiinnaìe di Cornelio Aspaaio Antivigllmi, tra'Vagabonùi 
di Tabbia detto V Aggirato, In Bologna, per il Manolensi, MDCLXIII). 
Questo libro è una specie di catalogo delle pubblicazioni che l'Aprosio 
riceveva in dono dai principali scrittori d'Italia, o meglio d'Europa, le 
quali pubblicazioni formarono poi la biblioteca che l'Aprosio, morendo, 
donò a Ventimiglia suo paesi natio. Questa bibliografia delle pubblica- 
zioni donate all'Aptosio è da lui stesso preceduta da una specie di auto- 
biografia, ricca di importanti notizie sui personaggi italiani e stranieri 
del tempo. Ecco poi il titolo dell'opera che l'Aprosio scrisse per prima, 
e che poi fu l'ultima ad esser pubblicata: « La Sferza Poetica di Sapric 
ciò Sapricci io Scantonato Accademico Eteroclitico, per risposta alla prima 
Censura deW Adone del Cav. Marino, fatta dal cav. Tommaso Stigliani, In Ve- 
nezia, nella stamperia Guerigliaua, MDCXLIII in-12. » Padre Angelico 
volle in seguito dare a quest'opera il titolo di Veratro, ma poi pentitosi, 
la fece stampare col primo titolo, dando il secondo ad un' altra opera 
difensiva. 



— 296 — 
il Bonifacio. Ritornato a Genova, l'Aprosio, 
avendo detto che nel solo primo canto del Mondo 
Nuovo dello Stigliani avrebbe trovato da censu- 
rare molte più cose che lo Stigliani non aveva 
trovate tlqW Adone del Marino, scrisse in una 
settimana il suo Vaglio Critico che mandò subito 
a Milano per essere stampato. Ma il manoscritto 
essendo capitato in mano d'un revisore amico 
dello Stigliani, la pubblicazione del libro aborti, 
e l'Aprosio in quell'anno, essendo passato a Tre- 
vigi, riusci di farlo stampare colà per Girolamo 
Highettini, coprendosi sotto il pseudonimo di 
Masotto Galistoni da Teramo, che è l'anagramma 
di Tommaso Stigliani da Matera, (1) 

A quest'opera l'Aprosio ne fece seguire subito 
un'altra che intitolò II Buratto. (2) Il libro è de- 
dicato « all'illustrissimo e reverendissimo mon- 
signor Francesco Vitelli, arcivescovo d'Urbino, 

(1) Il Vaglio Critico di Masotto Galistoni da Teramo, sopra il Mondo 
Nuovo del cavalier Tommaso Stigliani da Matera, In Rostock, per Uillelino 
Uvallop, MDCXXXVII, in-12. Questa opinione, la quale è del resto dell' A- 
prosio ('vedi Bihl. Aprosiana, pag. 124 e 125) non è divisa dallo Stigliani, il' 
quale, in alcune postille fatte sopra una copia del Buratto dell' Aprosio, 
la quale è posseduta dalla Bibl. V. E. di Roma, dice : « Il presente 
libro (il Buratto) è una palese falsità di un frate chiamato Frate An- 
gelico da Ventimiglia, il quale fece il Vaglio Critico contra il Mondo 
Nuoro attribuendolo falsamente a Masotto Galistoni. Poi fìnse da sé la 
risposta chiamandola II Molino, ed ascrissela a Carlo Stigliani suo tìglio. 
Alla qual risposta ora qui replica egli medesimo tuttavia e ne fa autore 
Carlo Galistoni figlio di Masotto. Si che egli solo ha opposto, egli solo 
ha difeso ed egli solo ha replicato. Di qui giudichi chi legge quanta fede 
si debba prestare a un pubblico falsario che ha voluto gabbare tutto un 
mondo, m 

(2) Il Buratto, replica di Carlo Galistoni al Molino del signor Carlo 
Stigliani. In Venezia, nella stamperia Sarziniaua, appresso Taddeo Pa- 
voni, MDCXLII, in-12. 



— 297 — 
•nunzio apostolico alla Serenissima Repubblica di 
Venezia. » Nella dedica l'Aprosio dice come Carlo 
Stigliani, figlio del poeta, avendo avuto occa- 
sione di leggere il Vaglio Critico, scritto contro 
il padre, pubblicò un'opera intitolata E Molino. 
Allora il figlio di Masotto Galistoni, ossia dell' A- 
prosio, fece la presente opera. Il Buratto^ contro H 
Molino; aggiungendo argutamente « che il padre 
cominciò col Vaglio. Il signor Carlo (Stigliani), 
per macinare il grano, si servi del Molino, che 
lui per cavar la crusca dalla farina s'è servito 
del Buratto. » 

Anche quest'opera è una critica condotta con 
molta finezza ed arguzia al primo canto del 
Mondo Nuovo dello Stigliani, il quale, avendo 
detto che luia lettera del Marino scritta all'Apro- 
sio dopo il suo ritorno di Francia, era falsa, 
l'infaticabile frate s'accinse a scrivere un'altra 
opera, V Occhiale Stritolato, celandosi sotto il nome 
di Scipio Glareano; (1) in quest'opera difende i 
tre primi canti àeìVAdoìie dalle accuse dello Sti- 
gliani. Finge l'Aprosio che il Grlareano abbia 
lette le oJDere difensive dell' Aleandri, del Villani 
e di Sapriccio Sapricci; e sperando « che nel- 
l'aia degli scrittori non vi sia qualche spiga non 
osservata da loro, si fermerà solamente sopra la 

(1) Ij Ocrhiale Stritolalo di Scipio Glareano, per risposta al signor 
cavalier Tommaso Stigliani, M.DC.XXXX. Questo libro sembrerebbe an- 
teriore al Buratto, il quale porta la data del 1641. Però bisogna andar 
guardinghi con le date di questi benedetti libri stampati nel Seicento. Del 
resto poi le due opere del Buratto e AcWOcchiale Stritolato sono state 
stampate insieme, tanto che, per l'impaginazione e per la tiratura dei 
fogli, l'una non può andar divisa dall'altra. 



— 298 - 
seconda censura, nella quale non si curerà osser- 
vare ogni minuzia, essendo stato fatto da tre 
sopra nominati signori; ma solamente quello clie 
gli darà materia di addurre cose non addotte^ 
da loro. » 

L'anno aj)presso l'Aprosio stampava la prima- 
opera da lui composta, ossia la Sferza Poetìcaj 
clie, come abbiamo detto, teneva in pronto fin 
dal 1630; e finalmente nel, 1645, il frate Ange- 
lico pubblicava l'ultima sua opera difensiva, cKe 
intitolò II Veratro. (1) Nicolò Crasso parlando 
di questo libro, cosi s'esprimeva: « Questa per 
mio sentimento è un'opera d'infinita erudizione, 
che porta seco qualche lunghezza. » 

La meravigliosa fecondità di questo frate, il 
quale poi riusci uno de' migliori predicatori del 
tempo e mori più che ottantenne, ebbe il suo 
effetto in Italia, perchè lo Stigliani, il quale mori 
l'anno appunto della pubblicazione della seconda 
parte del Veratro, non rispose mai alle critiche 



(1) Del Veratro, apologia di Sapricio Saprici, per risposta alla secomla 
censura deW Adone del cavalier Marino, fatta dal cavalier Tommaso Sti- 
gliani. Il libro è diviso in due parti. La prima venne stampata dal Matteo 
Leni nel 1647; la seconda nel 1645. Ecco quanto dice l'Aprosio stesso, 
nella seconda parte del Veratro, su questa discordanza cronologica di 
date. «Il libro che ora gl'invio, acciocché voglia restar servita d'ono- 
rarmi di segnar le cose notabili, non è la seconda parte del Veratro? lì 
titolo lo dimostra. B! la prima? E la prima è nelle mani dello stampatore 
ha più d'un anno, e ne sono stampati tanti fogli, che non fan numero. 
La seconda è finita: adunque il due è prima dell'uno. Mi dispiace di 
questa disorbitanza non perchè mi curi dell'opera, ma perchè parmi di 
acquistar nome di millantatore appresso il signor Alberici, a cui deve 
esser dedicata. » (Lettera dell'Aprosio a Matteo Defendi, premessa alla se- 
conda parte del Veratro.) 



— 299 — 
dell' Aprosio. Ma il tempo dava ragione al poeta 
materano, perchè un antimarinismo si sviluppava 
in tutte le città italiane, antesignano d'una poe- 
sia ancor più inutile e molto più dannosa alla 
letteratura, che quella del Seicento. Li^ Arcadia esau- 
riva tutte le fonti poetiche su cui avevano lavorato 
tanti chiari ingegni italiani; armatasi d'un ri- 
dicolo pedantismo, aboliva le forme del bello, na- 
scondendosi in un ridicolo petrarchismo in di- 
ciottesimo. 

« I cataplasmi arcadici, applicati a quell'eri- 
tema (il Seicento), dice Cesare Cantù, non reca- 
vano gran fatto al meglio; perocché, a riformarsi, 
non si ricorse alla natura ed all' inesausta fonte 
dei sentimenti, bensì ai cinquecentisti e al Pe- 
trarca, poeta facile a imitare perche versa in un 
sentimento universale, mentre erano perdute e 
l'allegoria e le credenze di cui si rinforza l'Ali- 
ghieri. Né già l'arte immortale cercavano nel can- 
tore di Laura, ma i pensieri e la evirata purità, 
traendone apparenza di classici, non sostanza. 
In alcuno tu trovi parole pure, giro melodioso, 
anche nobiltà, e magnificenza di prosa e armonia 
di verso; ma non mai passione, non quell'elo- 
quenza che viene dal cuore e al cuore va; e in 
luogo del patetico o del sublime, una fatuità che 
viene dal non aver meditato il soggetto ne avere 
sforzato la mente a metter fuori qualcosa di nuovo 
di vivo. L'epigramma, il madrigale, erano il 
fondo di quel comporre, palleggiato tra l'affetta- 
zione, che è l'iperbole degli ingegni meschini, e 



— 300 — 
l'iperbole, che è l'affettazione degli ingegni belli 
ma non poetici. 

« Con molta stima di se e ninna del pubblico, 
coll'ambizione della rima e della frase, coli' evi- 
tare di dir le cose naturalmente, non riuscivano 
clie a smorfiose fantasie, a una sciatta loquacità, 
a una parassita eleganza ; mettevano l'arte nel 
voltare e rivoltare un'idea sotto tutti gli aspetti, 
vincere difficoltà col descrivere trivialmente e 
indecorosamente ciò che non ne ha di bisogno, 
voler elevare soggetti triviali e ritrosi col panie- 
ciarli di parole sonore e pillottarli di triviale 
dottrina, perdendo cosi il bello col mostrarsene 
a caccia. » (1) 

Questo cinquant'anni dopo. Ma in questo lasso 
di tempo la fama che s' avea del Marino durò 
ovunque, in Francia, nella Spagna, in Inghilterra 
e fìnanco in Germania. Ne meno fortuna arrise 
agli ammiratori del poeta napolitano, fra i quali 
primeggiano l'Achillini e il Preti, e che, vivente 
il Marino, gii tributarono sempre e ovunque lodi 
solenni. Ma di costoro s' è parlato fin troppo dagli 
storici della letteratura; invece noi fermeremo la 
nostra attenzione sopra un altro poeta che superò 
tutti gli altri nell' imitare il Marino. Intendiamo 
parlare del Metastasio. Il fortunatissimo abate, 
dicono, non componeva uno de' suoi melodrammi 
se non s'ispirava al Marino. E le sue liriche ri- 
sentono talmente della poesia marinesca, che a 

(1) L'Aliate Parlili e la Lomhardia ne! secolo passalo, Studi di Cesare 
Cantù, Milano, G. Guoccbi, 1831, pag. 18. 



— 301 — 
volte sembrano scritte in pieno secolo decimo- 
settimo, meglio, dal poeta stesso napolitano. 

Nel « Canto epitalamico per le nozze di An- 
tonio Pignatelli marchese di S. Vincenzo ed Anna 
Francesca Pinelli de Sangro de' duchi dell' Ace- 
renza », il Metastasio narra gli amori di Venere 
e di Marte; una turba di amorini scorazzano 
intorno alla coppia, ed uno di loro, con la spada 
del dio della guerra, ferisce questi al fianco. 
Marte si sveglia irato; Venere, ancli'essa indi- 
spettita, batter il figlio con una sferza di rose 
ed Amore, ^qv vendetta, quando Marte parte per 
la guerra, gli fa deviare il cammino. Lo conduce 
« del bel Sebeto alle felici arene, « dov' è Anna 
Francesca Pinelli, della quale Marte s' innamora 
perchè Cupido ha scoccate le sue quadrella; ma 
la fama porta a Venere la nuova del tradimento ; 
Venere si prepara a raggiungere 1' infedele e pas- 
sando per Vienna s'incontra con Antonio Pigna- 
telli, il quale è scambiato dalla dea per il dio 
della guerra; quindi se ne innamora. Cupido av- 
verte di ciò Marte, che corre minaccioso sul luogo ; 
avviene una lite nella quale intervengono tutte 
le deità, e Giove, riconosciuti Anna ed Antonio 
simili a. Venere e a Marte, decreta che debbano 
unirsi in matrimonio. 

Questo è il sunto dell' epitalamio. Ora ve- 
niamo ai raffronti, che sono molto spiccati. Il 
Marino (Canto XIII) descrive gli amori di Ve- 
nere e Marte, mentre che gli amorini inneggiano 
all' imeneo : 



— 302 — 
che riso, che giubilo, che festa 
La schiera allor de' pargoletti assale. 
Scherzando van di quella parte in questa 
A cento a cento, e dibattendo l'ale 
Un fugge, un torna, un salta ed un s'arresta, 
Chi su le piume e chi sotto il guanciale. 
Le cortine apre l'uu, l'altro s'asconde 
Tra le coltre adorate e tra le fronde. 

Tal poiché lasso e disarmato il vide 
Dopo mille posar mostii abbattuti, 
Osò già d'assalire il grande Alcide 
Turba importuna di Pigmei minuti. 
Così su'l lido ove Cariddi stride 
Soglion con Tirsi e Canne i Fauni astuti 
Del Ciclope pastor, mentre ch'ei dox'me, 
Misurar l'ossa immense e'I ciglio informe. 
Altri il divin Guerrier con sferza molle 
Piede di X'ose e lievemente offende. 
Altri a la Dea più baldanzoso e folle 
Fura gli arnesi ed a trattargli intende 

Un altro a l'armi ben forbite e belle 
Dato di piglio de l'Eroe celeste, 
Con vie più audace man gì' invola e svelle 
Dal lucid'elmo le superbe creste ; 
E'I viso ventilandogli con quelle. 
Ne sgombra l'aure fervide e moleste, 
Poi da la fronte gli rasciuga e terge 
Le calde stille onde '1 sudor l'asperge. 

Alcun'altri divisi a groppo a groppo 
In varie legioni, in varie, squadre. 
Con l'armi dui*e e rigorose troppo 
Movon guerre tra lor vaghe e leggiadre. 



— 303 - 

Chi cavalca la lancia, e di galoppo 
La sprona incontro a la vezzosa madre, 
€hi con un Capro fa giostre e tornei, 
Chi de la sua vittoria erge i trofei. 

Parte piantan gli approcci e vanno a porre 
L'assedio a un tronco e fan monton de l'asta 
Batton la breccia, e son castello e torre 
La gran goletta e la corazza vasta. 
Chi combatte, chi corre e chi soccorre, 
Altri fugge, altri fuga, altri contrasta, 
Altri per l'ampie e spaziose strade 
Con amari vagiti inciampa e cade. 

Questi d'insegna invece il vel disciolto 
Volteggia a l'aura, e quei l'aiferra e straccia 
Colui la testa impaurito e'I volto 
ISTella celata per celarsi caccia, 
E dentro vi riman tutto sepolto 
Col busto, con la gola e con la faccia; 
Costui volgendo a l'avversario il tergo 
Corre a salvarsi entro '1 capace usbergo. 

Ma ecco intanto il Principe maggiore 
Con l'alato squadron che lor comanda. 
Comanda dico agli altri Amori Amore, 
Agli altri Amori i quai gli fan ghirlanda, 
Ch'ad onta sia del militare onore 
Tosto legata a la purpurea banda 
La brava spada, e'n guisa tal s'adatti 
Ch'a guisa di timon si tiri e tratti, 

Senza dimora il grave ferro afferra 
Sudando a prova il pueril drappello. 
Ciascuno in ciò s'esercita e da terra 
Sollevarlo si sforza or questo or quello. 
Ma perchè '1 peso è tal ch'appena in guerra 
Colui ch'el tratta sol può sostenerlo, 



— 304 — 

Travagliar! molto, ed han tra lor divise 
Le vicende e le cure in mille guise. 

Chi curvo ed anelante andar si rnira 
Sotto il gravoso e faticoso incarco. 
Chi la gran mole assetta e chi la gira 
Dov'è più piano e più spedito il varco. 
Chi con la man la spinge e chi la tira 
con la benda, o col cordon de l'arco. 
L'oi-goglioso fanciul guida la torma 
Tanto che con quell'asse un carro forma. 

Pon quasi trionfai carro kicente 
Del sovi'ano Campion lo scudo in opra, 
E per seggio sublime ed eminente 
Altro v'acconcia il morion di sopra. 
Quivi s'asside Amor, quivi sedente 
Trionfa del gran Dio che l'armi adopra. 
Traendo intanto il van di loco in loco, 
Invece di destrier, lo Scherzo, e '1 Gioco. 

Acclama, applaude con le voci e i gesti 
L'insana turba degli Arcier seguaci. 
Dicean per onta e per dispregio: È questi 
L'invitto Duce, il domator de' Traci ? 
Lo stupor de' mortali, e de' celesti ? 
Il terror de' tremendi e degli audaci? 
Chi vuol saper, chi vuol veder s'è quegli 
Deh vengalo a mirar pria che si svegli! 

Ecco i fasti e i trionfi illustri ed alti, 
Ecco gli allori, ecco le palme e i fregi. 
Più non si vanti omai, più non s'esalti 
Per tanti suoi sì gloriosi pregi. 
Quant'ebbe unqua vittorie in mille assalti 
Soggiaccion tutti ai nostri fatti egregi. 
Scrivasi questa impresa in bianchi marmi, 
Vincan, vincan gli amori, e cedan l'armi! 



— 305 — 

A quel gridar, dal sonno che l'aggrava 
Marte si scuote e Citerea si desta, 
E poiché gli occhi si forbisce e lava, 
Le sparse spoglie a rivestir s'appresta. 

n Metastasio abbrevia le gesta de' piccoli amori, 
riassumendole in sei ottave, e prendendo l'ispi- 
razione tutta dal Marino: 

Bello è veder, qualor, deposto il iDeso 
Della lorica sanguinosa, e dura, 
Marte colla sua Dea giace disteso 
Tra' fioretti del prato, e la verdura; 
Degli amorini il folto stuolo, inteso 
A' molli scherzi, in fanciullesca cura, 
Volare a gruppi, e in mille guise, e mille 
Vibrar saette, e suscitar faville. 

Uno, deposto la faretra, e l'arco, 
Il grand'elmo adattar procura in testa, 
Ma, sotto il grave inusitato incarco 
Mezzo nascosto, e quasi oppresso resta. 
Qual passa dell'usbergo il doppio varco, 
E chi sopra vi sale, e lo calpesta ; 
Chi tragge l'asta, e chi sul tergo ignudo 
Tenta innalzar lo smisurato scudo. 

Altri la ruota, che gli cadde al piede 
De la conca materna adatta all'asse, 
Né il semplice può mai, perché non vede, 
Trovar via di riporla onde la trasse: 
Questi al "German, che su l'erbosa sede 
Dorme, a troncar le piume intento stasse, 
Quegli, mentre alle labbra il dito pone. 
Che taccia a un altro, e che noi desti, impone. 

20 



— 306 — 

Qnal d'un alloro in su la cima ascende 
Degli augelli a spiar la sede ignota, 
Qual librato su l'ali in aria pende, 
Qual va nel fonte a inumidir la gota : 
Clii l'arco acconcia e chi la face accende, 
Chi aguzza il dardo alla volvibil ruota; 
Altri corre, altri giace, altri s'aggira, 
E chi piange, e chi ride, e chi s'adira. 

Così, colà sovra l'Iblèa pendice, 
Errano intorno alle cortecce amate, 
Spogliando de' suoi pregi il suol felice, 
L'industri pecchie alla novella estate. 
Questa dal fior soave succo elice. 
Quella compon le fabbriche odorate ; 
Van sussurando, e mille volte al giorno 
Alla cerea magion fanno ritorno, 

Fra gli altri un dì, mentre riposa in pace 
Presso alla dolce amica il Dio Guerriero, 
Fura il brando, lo snuda^ e troppo audace 
Sei reca in spalla un pargoletto arciero; 
E, movendo più tardo il pie fugace 
Sotto il iDeso per lui poco leggero. 
Io non so come, al genitor vicino, 
Inciampando nel suol, cadde supino. (1) 

Nel Metastasio Marte si sveglia colpito, sino 
ad esser ferito a sangue, dalla spada malamente 
tenuta da questo audacissimo amore; il Marino 
invece fa svegliare il Dio guerriero per il cliiasso 
che fanno quegli amorini impertinenti ; ma questo 
è nulla, perchè senza dubbio il Metastasio ebbe 
presente VAdoìie quando scrisse quest'epitalamio. 

(1) Opere di Pietro Metastasio, Firenze, MDCCCXX, Voi. XI, pag. 207. 



^ 



^ 307 — 

Cke più? due ottave appresso il poeta cesareo 
imita il Marino; quando, cioè, dopo che Amore 
ha ferito incautamente Marte, la dea punisce il 
figlio. Il Metastasio adunque dice : 

Ei per fuggir si scuote, e si dibatte, 
Ma quella prima il di lui fallo apprese, 
Poi con sferza di rose il vivo latte 
Delle sue membra, in cento parti, offese. 
E si discolpa, ella più fiera il batte, 
Né son le scuse, e le querele intese. 
Stanca al fin Tabbondona, ed ei sdegnato 
Va, mordendosi il dito, in altro lato. 

Ed il Marino: 

e ciò dicendo il batte. 
Con flagello di rose insieme attorte, 
Cli'avea groppi di spine, ella il percosse, 
E dei bei membri, onde si dolse forte, 
Fé le vivaci porpore più rosse ; 

Altra imitazione, e più accentuata, è la descri- 
zione del terribile seguito di Marte. 
Il Metastasio: 

Va la Discordia innanzi, e i nodi spezza 
D'amor, di pace, e agevola i sentieri 
Al Furor, che pei'igli unqua non prezza, 
All'Empietà da' lividi occhi, e neri ; 
Presso a costor vien la Vendetta, avvezza 
A scuoter regni, a soggiogare imperi, 
La Crudeltà la siegue, il Tradimento, 
Il Terror, la Ruina, e lo Spavento. 



— 308 — 
V'è la superba Ambizion fumante, 
Che pregna di se stessa ogn'altro oblia; 
V'è l'Invidia, che magra, e palpitante 
Più l'altrui mal, che il proprio ben desia; 
V'è la pallida Morte, e a lui davante 
Ruota la falce sanguinosa, e ria, 
E la Fame, e la Peste, a un carro istesso 
(Orrida compagnia!) gli vanno appresso. (1) 

Ed il Marino: 

Innanzi il carro, e d'ogni intorno vanno 
Turbe perverse e di sembiante estrano : 
L'altero Orgoglio, il traditore Inganno, 
L'Omicidio crudel, lo Sdegno insano, 
L'Insidia che '1 coltello ha sotto il panno, 
E la Discordia con due spade in mano, 
Il Furor cieco, il Rischio disperato. 
Il Timor vile, e l'Impeto sfrenato. 

La Stizza v'ha, che di dispetto arrabbia, 
L'Ira vi sta, che batte dente a dente; 
La Vendetta si moi-de ambe le labbia. 
Ed ha verde la guancia e l'occhio ardente, 
La Crudeltà d'imporporar la sabbia 
Gode del sangue de l'uccisa gente. 
E fa strazi e dolori e pianti e strida 
Rota la falce sua Morte omicida. 

Anche V Epitalamio per le nozze degli Eccellen- 
tissimi signori D. Giambattista Filomarino Prin- 
cipe della Eocca, ecc. e D. Ilaria Vittoria Carac- 

(I) Op. cit., pa-. 21). 



— 309 — 
dolo dei Marchesi di S. Eramo, è stato scritto 
dal Metastasio sotto l'impressione della lettura 
deWAdone. 

Il Metastasio, descrivendo il Sebeto, dice: 



Su le floride sponde 
Del placido Sebeto, 
Che taciturno e cheto, 
Quanto ricco d'onor, jìovero d'onde, 
A Partenope bella il fianco bagna, 
Partenope Felice, 

E di Cigni, e d'Eroi madre e nudrice; 
Stanca di tante prede 
Di Citerea la pargoletta prole 
Fermando un giorno il piede, 
Ripiegando le penne 
A riposar si venne. (1) 

Ed il Marino: 

Tra questi umil fìgliuol del bel Tirreno 
Il mio Sebeto ancor l'acque confonde: 
Picciolo si ma di delizie pieno, 
Quanto ricco d'onor jìovero d'onde. 
Giriti intorno il Ciel sempre sereno. 
Né sfiori aspra stagion le belle sponde, 
Né mai la luce del tuo vivo argento 
Turbi con sozzo pie fetido armento. 

Giace in te la Sirena, e per te poi 
Sorger Virtude e fiorir Gloria io veggio. 
Trono di Giove e di pregiati Eroi 
Felice albergo, e fortunato seggio. 
Dolce mio porto, agli abitanti tuoi, 

(1) Metastasio, op. cit., pag. 237. 



— 310 — 

Ne' cui petti ho 11 mio nido, eterno io deggio. 
Padre di Cigni e lor ricovro eletto, 
E de' fratelli miei fido ricetto. 

Con questi encomi affettuosi Amore 
Del patrio fiume mio le lodi spande, 

Nello stesso ej)italamio Amore e Venere vanno 
da Vulcano per avere uno strale, col quale col- 
pire d'amorosa fiamma il Filomarino che iia of- 
feso Cupido. 

Per quei riposti, e cupi 
Solitari dirupi 
Al padre ed al consorte 
Cupido e Citerea volgono i passi, 
E giunti in su la soglia 
Della spelonca affumicata e nera, 
S'arrestano curiosi 
L'opra a spiar dell'indefesso Nume. 

Stava intento Vulcano 
Un di quegli a formar fulmini ardenti. 
Con cui Giove dal ciel folgora ; ed era 
In pai'te informe, e terminato in parte.^ 
Sudano a lui d'intorno 

I validi Ciclopi, 

Nudi le membra, e rabbuffati il crine. 
Altri solleva e preme 

II mantice ventoso, e l'aura lieve 
Col replicato moto, accoglie e rende. 
Altri immerge nell'onda 

Lo stridulo metallo; ed altri al cenna 
Del prudente Maestro 
Su l'acciaio rovente, 



— 311 — 

Del pesante martello i colpi alterna. 
Ne geme l'antro, e le minute, e spesse 
Strepitose scintille 
Van per l'aria sfuggendo a mille a mille. 

Ma quando il Fabbro accorto 
La bella Dea rimira, 
Lascia imperfetto il suo disegno, e l'opra ; 
E, con passo ineguale, 
Correndo incontro alla divina moglie, 
Tra le ruvide braccia al sen l'accoglie, 
Le domanda, che brami, 
Qual cagion la conduca: 
E col timido labbro intanto imprime 
Su le vermiglie gote 
Di fumo, e di pudor livide note. 

E il Marino finge che Amore entri nella fucina 
del padre e lo preghi a costruirgli una freccia 
da servire ad innamorar la madre; e dice: 

Nella fuligginosa atra fucina, 
Dove il zoppo Vulcan suo genitore 
De' Numi eterno i vari arnesi affina 
Tinto di fumo e molle di sudore. 
Entra per fabbricar tempra divina 
D'un aureo strale, imperioso Amore ; 
Strai, ch'efficace e j^enetrante e forte 
Possa un petto immortai ferire a morte. 

Libero l'uscio al cieco Arciero aperse 
La gran ferriera del divino Artista, 
Parte di già polite opre diverse. 
Parte imperfette ancor, confusa e mista. 
Colà fan l'armi lampeggianti e terse 
Del celeste Guerrier superba vista, 



— 312 — 

Qui la folgor fiammeggia alata e rossa 
Del gran fulminator d'Olimpo e d'Ossa. 

Quand'egli scorge il nudo pargoletto 
La forbice e il marte! lascia e sospende, 
E curvo e chino entro il lanoso petto 
Con un riso villan da terra il prende. 
Tra le ruvide braccia avvinto e stx-etto 
L' ispido labbro per baciarlo stende, 
E la sudicia barba ed in composta 
Al molle viso e delicato accosta. 



PARTE SECONDA 



315 



Capitolo XII 

Il seicentistiio in Europa — Una polemica letteraria alla fine del secolo 
XVIIl — Opinione del D'Ovidio sul seicentismo — Gongora e i gon- 
goristi — Quevedo e i culteranisti — La 'Plé'iade e i poeti crottés 
— Lilly e gli eufuisti — Hoffmannsvaldau e la seuo'a della Slesia. 



Dopo che ci siamo provati a descrivere e rias- 
sumere tutti i grandi difetti di questa età, 
disgraziatamente troppo poco studiata e perciò 
malamente conosciuta, e dopo aver cercato d'in- 
dagare quali sieno state le cause che hanno pro- 
curato quel pervertimento d'ogni gusto estetico 
nell'arte e nelle lettere, vediamo ora quale lette- 
ratura sia la più direttamente colpevole in questa 
curiosa e dannosa trasformazione; dove cioè, e 
quando, ha germinato quel cattivo seme, che sotto 
tanti punti di vista ha reso sterili le fonti crea- 
tive dell'arte e della poesia. 

Ma questo è affare spinosissimo, e richiede lunga 
e seria preparazione; senza la quale si corre pe- 
ricolo di cadere in quelle contraddizioni in cui 
facilmente dà di cozzo chi non adoperi una serena 
e spassionata critica nella trattazione di quest'im- 
portantissimo tema. Si conoscono troppo le gravi 
discussioni a cui dovette sottostare, sulla fine del 
secolo scorso, il Tiraboschi, quando, per giusti- 
ficare il cattivo gusto letterario che surse in Italia 
durante il secolo XVII, dava la colpa alla lette- 



— 316 — 

ratura spagnuola, famigliarissima e molto diffusa 
in Italia in quel tempo, e « che, affermava l'e- 
rudito abate, da Marziale in poi, per condizioni 
climatologiclie e toj)Ografiche, era stata sempre 
l'antesignana in quell'abuso di metafore e d'inter- 
posizioni, » cli'è appunto uno de' distintivi della 
letteratura del Seicento. (1) 

Questa stessa teoria era stata sostenuta dal 
gesuita Bettinelli nel suo lavoro « Risorgimento 
degli studi in Italia dojjo il Mille, » riconoscendo 
la Spagna, e più particolarmente il teatro spa- 
gnolo, causa del seicentismo in Italia, quando 
questa si trovò in gran parte soggetta a quella 
dominazione. 

Sappiamo che per dieci anni la questione durò 
accanita, e le biblioteche italiane s'empirono di 
volumi che trattano quest'argomento. Nel 1776 
si pubblicarono due opere: la prima, del Padre 
Tommaso Serrano, stampata a Ferrara, difese i 
poeti latini spagnoli dalle accuse formulate dal 
Tiraboschi; la seconda, del padre Giovanni An- 
drés, in una dissertazione stampata a Cremona, di- 
fese lo stesso tema, confortandola più tardi d'una 
grande opera sopra la storia generale d'ogni let- 
teratura. (2) In questa storia, non solo mantiene 



(1) G. Tiraboschi, Storia della Letteraiura Italiana, Modena, 1772-83, 
tomo II, paragrafo XXVII. 

(2) li. Andrés, Dell'origine, progresso e stato attuale d'ogni letteratura, 
Palermo, 1782-99; nove volumi in 4"! « Baldanzoso assunto, sostenuto 
con estese ma superficiali cognizioni, » chiama il Cantìi l'opera del Padre 
Andrés. Cfr. Cesare Canti'i, L'Abate l'arini e la Lombardia nel secolo 
passato, Milano, 1854. 



I 



— 317 -- 
ferma la dignità e l'onore della letteratura del 
suo paese, sotto ogni riguardo, ma rimonta all'o- 
rigine di quanto v'è di migliore nelle letterature 
moderne, sostenendo che tutto ciò si deve alla 
influenza degli Arabi ; influenza che dalla Spagna 
si propagò in Francia e in Italia. Come si scorge 
facilmente, questo lavoro, che, per la mole im- 
mensa di materiale accumulato, riesce penoso, è 
poi esclusivamente partigiano. 

Le lettere del Serrano ebbero dapprima risposta 
da Clemente Vannetti, al quale il Serrano le aveva 
dirette, e da x4.1essandro Zorzi, amico del Tira- 
boschi. Quanto alla lunga dissertazione del Padre 
Andrés, rispose cortesemente lo stesso Tiraboschi, 
in alcune note alle edizioni posteriori dalla sua 
Storia della letteratura. Ma chi si segnalò vera- 
mente in questa discussione e che diede una reale 
importanza alla storia letteraria della Spagna, fu 
Francesco Saverio Lampillas, gesuita nato in Ca- 
talogna nel 1731. Costui pubblicò nel 1778-81 sei 
volumi in ottavo, intitolandoli. Saggio storico-apo- 
logetico della letteratura spagnola., (1) lavoro ch'egli 
fece per contrapporlo alle accuse del Bettinelli e 
del Tiraboschi. L'autore discute la connessione 
che esiste tra i poeti spagnoli latini e i poeti 
romani all'epoca che segui la morte di Augusto: 
esamina la questione del clima della Spagna, sol- 
levata dal Tiraboschi; reclama la priorità della 
coltura spagnola sull'italiana, tanto per l'esteu- 

(1) Saggio Storico-apologetico dellit letteratura spagnola, Genova, 
1778-81, Voi. VI. 



— 318 — 
sione come per l'importanza della sua civiltà ; 
sostiene che la Spagna non deve all'Italia il ri- 
nascimento delle lettere sulla fine del medio-evo, 
nò la conoscenza dell'arte di navigazione, che 
aperse a lei le porte del nuovo mondo. D'altra 
parte afferma che l'Italia deve alla Spagna gran 
parte della riforma negli studi teologici e giuri- 
dici, principalmente nel secolo XVI ; ma l'opera 
non ha alcun fondamento solido ed il tuono ge- 
nerale è piuttosto declamatorio, che moderato e 
filosofico. 

Ne i poeti spagnoli restarono, in quest'opera 
di difesa, indietro agli altri scrittori: Juan Pablo 
Forner, per citarne uno, in una sua epistola, 
diceva : 

AUì toman su origen los reveses, 
Quel al salvaje espanol tiian y vuelven 
Abates italianos muy corteses. 

Cortan, hienden, deciden y resuelvea 
Como pudiera A polo, y con tal juicio 
Que siempre non condenan, nunca absuelvea 

La invencion, la pnidencia, el artificio 
No son dones del suelo de Trajano ; 
Los Sénecas ya dieron de elio indicio. 

Espatìol fué el Marini, no italiano, 
Y el buen Manuel Tesauro es punto fijo 
Que nació tajo el cielo castellano. 

i Italia producir un tan vii hijo, 
Que en todo sutilice vanamente, 
En reinterar sofismas muy prolijo ! 

i Calumnia abominable é impudente, 




— 319 — 

Cuando à su clima de la astrologia 
El influijo del signo mas prudente! 

Acà sólo domina gueira impia, 
Impresion del saTludo Sagitario^ 
Silvestre signo de estacion sombria. 

Ma all'opera difensiva del Lampillas risposero 
tanto il Bettinelli che il Tiraboschi, ai quali re- 
plicò il gesuita catalano; e la questione man mano 
si spense e non se ne parlò più. 

Né il Ticknor nella sua History of spanish lite- 
rature toccò da vicino l'argomento, limitandosi 
a dire che tanto in Spagna che in Italia, prin- 
cipalmente all'epoca del Gongora e del Marino, 
regnò un cattivo gusto, il quale s'aumentò in 
seguito alle relazioni ed alle simpatie esistenti 
tra le due letterature; ma che non si può rendere 
alcuna delle due responsabili, ne della sua ori- 
gine, ne della sua propagazione. 

Il prof. D'OYidio j)OÌ, nel 1882, cercò di rimuo- 
vere nuovamente la grande questione del dove e 
del quando nacque questo cattivo gusto, che venne 
chiamato seicentismo, nelle letterature europee 
e saggiamente consigliava « di leggere gli autori 
italiani e gli spagnoli (e anche i portoghesi, i 
francesi, gl'inglesi) dalla metà del Seicento; veri- 
ficare quale nazione abbia preceduto le altre nel 
seicentismo; vedere se certi singoli concetti od 
antitesi siano emigrati da una letteratura ad una 
altra; e via dicendo. (1) » Credeva poi la Spagna 

(1) F, D'Ovidio, Seicentismo spagnolismo ?, Nuova Antologia, 15 ottobre 
1882^ 



— 320 — 

l'introduttrice di questo pervertimento nella let- 
teratura italiana, propagandosi cosi nelle altre 
letterature straniere contemporanee, e quella ma- 
niera di foggiar le frasi ce lo attaccarono, du- 
rante il grande periodo di dominazione spagnola, 
« con la conversazione e con la letteratura; a 
voce e in iscritto. » 

Noi però siamo molto restii nell'accettare questa 
ipotesi dell'illustre professore; perchè com'è mai 
possibile che la letteratura spagnola, la quale subì 
nel Cinquecento, epoca di G-arcilaso de la Vega e di 
Boscan, i maggiori lirici della Spagna, l' influenza 
della letteratura italiana, proprio all'epoca della 
sua discesa, come importanza letteraria, possa det- 
tar norme e far adottare forme e concetti a quella 
stessa letteratura su cui ebbe prima a foggiarsi? (1) 
Né le prove mancano di questa imitazione. Lo 
stabilimento di una monarchia catalana in Italia 
alla fine del secolo XIII aveva già messo in con- 
tatto le due civiltà ; fin dalla metà del secolo 
XV, e soprattutto dalla conquista del reame di 
NajDoli per opera di Alfonso V d'Aragona, si 
vede sviluppare una scuola letteraria in Catalo- 
gna, che s' inspira alle idee, imita lo stile, copia 
alcune particolarità della versificazione di Dante 
e del Petrarca, e porta sino in Castiglia i primi 
germi di quel modo italiano che fiorirà ben pre- 
sto ne' sonetti del marchese di Santillana. E se 
tra i due popoli, che non si rattaccano natural- 

(1) Cfr. Torraca, Gl'imitatori stranitri del Sannazaro, Roma, Loe- 
scher, 1882. 



— 321 — 

mente clie per vincolo di parentela e per comu- 
nità di religione, bisognava un seguito di rap- 
porti più diretti e numerosi delle relazioni gior- 
naliere ed intime, per far accettare ed imitare 
dall'uno dei due i modelli letterari dell'altro, 
una folla di circostanze contribuirono a questo 
ravvicinamento sin dallo scorcio del secolo XVI. 
La creazione d'una vera monarchia spagnola 
eli' ebbe subito piede in Italia per l'unione della 
Castiglia e degli stati della corona aragonese, 
l'elevazione al pontificato di due papi spagnoli (i 
Borgia), il lungo soggiorno in Italia de'soldati 
di Ferdinando; più tardi l'elezione all'impero del 
re di Spagna, avvenimento capitale che assicu- 
rava alla monarchia spagnola un'influenza e un 
prestigio, che non avrebbe mai ottenuto in caso 
contrario ; infine le numerose intraprese politiche 
e militari, che qualificano il regno di Carlo V, 
molte delle quali terminarono a favore o a danno 
de' principi italiani ed ebbero per teatro i loro 
stati: ecco un insieme grandissimo di fatti sto- 
rici, capaci di stabilire materialmente la supre- 
mazia della Spagna e d'unire per lungo tempo 
i destini dei due popoli. Ciò che l'Italia avea 
da imporre al vincitore, per rifarsi in qualche 
maniera della perdita della sua individualità po- 
litica, ha appena bisogno di essere accennato. (1) 



(1) Riporteremo il lettore a quelle eplendidi pagini di storia lettera- 
ria scritte dal Carducci, nelle quali non si sa se primeggi l'acume cri- 
tico meraviglioso, o l'amore ardente per la patria. Cfr. G. Carducci, Studi 
letterari, Livorno, Vigo, 1880, pag. 129-135. 

21 



— 322 — 

Il paese clie ha conservato buona parte dei te- 
sori dell'arte antica e delle letterature classiche; 
il paese che in pieno medio evo produceva de'poeti 
come Dante e il Petrarca ; che più tardi resu- 
scitava il mondo antico nelle sue più belle ma- 
nifestazioni, e creava una letteratura ed un'arte 
meravigliose: questo paese, poteva subire l' in- 
fluenza di una letteratura per se stessa inferiore 
a quella italiana, ed in alcune forme, nella me- 
trica ed anche nella versificazione, già alquanto 
italiana? Questo paese invece obbligava ogni 
nazione, che si metteva a contatto con esso, a 
contrarre l' imitazione di quanto produceva ; anche 
quando la Spagna all'epoca di Carlo V si fosse 
trovata in preda ad una di quelle atrofìe intel- 
lettuali e morali delle quali la storia de' popoli 
offre degli esempi, 1' influenza della coltura ita- 
liana non avrebbe mancato di manifestarsi con 
diverse imitazioni nel dominio delle arti, delle 
scienze e delle lettere. (1) 

E noi non toccheremo le prove evidentissime 
di imitazione italiana ne'secoli anteriori, ed ac- 
cenneremo all' imitazione, della quale è piena la 
letteratura spagnola durante il periodo del Sei- 
cento. Senza dire delle parole di Boscan, dette 
al Navagero in Granata, quando questi, nel 1526, 
era ambasciatore veneziano alla corte di Carlo V, 
basta il solo esem23Ìo di Garcilaso de la Vega, 



(1) A. Morel-ratio. L' Espagne au XVI et ai< XVII sitcìe, Heil- 
bromi, 1878. 



— 323 — 

che imita sensibilmente i poeti italiani; (1) e 
l' innovazione di Boscan, e di Garcilaso furono 
una rivelazione agli spagnoli, i quali si diedero 
con amore a studiare la lingua italiana, per gu- 
stare i suoi capolavori ; (2) ed Hernando de Acuna, 
Gutierre de Cetina, Liiis de Haro seguirono il 

(1) Cfr. il lavoro del Torraca, più volte citato, sugli Imitatori stra- 
nieri del Sannazaro, Roma, Loescber, 1882. 

(2) Di Gutierre de Cetina, Herrera eì Djoi'ho nelle Anotaciones à las obras 
de Garcil'isn de la Vega, dice: n Guanto a los sonetos particularmente, se 
conoce la hermosura y gracia de Italia; y en nùmero, lengua, terneza, y 
afectos ninguno le negarà lugar con los primeros; mas fàltale el espirila 
y vigor, que taa importante es en la poesia; y asi, dice ujuchas cosas 
dulcemente pero sin fuerzas. Y paréceme que se ve eu él y en otros lo 
Hae en los pintores y maestros de labrar piedra y metal, que afeotando 
1 1 blandura y policia de un cuerpo hermoso de un mancebo, se conten- 
tan con la dolzura y terneza, no mostrando alguna seSal de nervios y 
niiiscolos, come si no fuese tanto mas di ferente y apartada la belleza de 
la mujer de la herjiosura y generosidad del hombre, que cuanto dista el 
rio Ipanis del Eridano. » K di questo poeta citeremo un sonetto al monte 
donde fué Cartago, nel quale egli traduce letteralmente un sonetto celebre 
del Castiglione : 

Excelso monte, do el romano estrago 
Eterna mostrarà vuestra memoria; 
Soberbios edificios, do la gloria 
Aun resplandece de la gran Cartago ; 

Desierta playa, que apacible lago 
Fuiste Ileno de triunfos y vitoria ; 
Despedazados màrmoles, historia 
En que se lee cuài es del mundo el pago ; 

Arcos, anfiteatros, baìios, tempio, 
Que fuisteis edificios celebrados, 
Y agora apenas vemos las seuales ; 

Gran remedio à mi mal es vuestro ejemplo, 
Que si del tiempio fulstes derribados, 
El tiempo derribar podrà mia males. 

E l'autor del Cortegiano : 

Superbi colli, e voi sacre ruine, 
Che'l nome sol di Roma ancor tenete, 
Ahi che reliquie miserande avete 
Di tante aaime eccelse e pellegrine ! 



— 324 — 
cammino percorso da Garcilaso; da questo mo- 
mento, nella letteratura spagnola, non solamente 
si potranno scorgere le forme, ma il genio stesso 
della letteratura italiana, in modo che a noi non 
sarà permesso di mettere in dubbio l'immenso 
trionfo e l'influenza definitiva della letteratura 
italiana sulla spagnola. Alla fine del secolo XVI 
questa influenza, cbe dal regno di Giovanni II 
riempi tutti i Cancioneros è ancora evidente. 
E se Ribeiro, Costana, Heredia, Garcilaso San- 
cliez de Badajoz e i loro contemporanei, i quali 
tentano di opporsi a questa corrente straniera, 
continuano ad esser letti, il cambiamento de- 
stinato a distruggere la scuola alla quale que- 
sti poeti appartengono, s'avanzava rapidamente. 
Nel 1578 Hieronimo de Lomas Canterai pubblica 
un volume di poesie e nella prefazione non esita 
ad affermare die la Spagna ha prodotto appena 
un poeta degno di questo nome, ad eccezione di 
Garcilaso, foggiato su' poeti italiani. Un altro 
lirico di questa stessa epoca e che, con mi- 
gliori risultati, jDrese la medesima direzione, è 
Trancisco de Figueroa, gentiluomo e soldato che 



Colossi, archi, teatri, opre divine, 
Trionfai pompe, gloriose e liete. 
In poca cener pur converte siete, 
E fatta al vulgo vii favole al fine. 

Cosi se in alcun tempo al tompo guerra 
Fanno l'opre famose, a passo lento 
Il nome e l'opre loro il tempo atterra. 

Vivrò dunque fra' miei martir contento; 
Che se '1 tempo dà fine a ciò eh' è in terra, 
Darà forse ancor fine al mio tormento. 



— 325 — 

visse lungamente in Italia, consacrandosi arden- 
temente allo studio della lingua italiana, tanto 
da scrivere versi in italiano non inferiori a' suoi 
versi spagnoli. A questi due poeti bisogna anche 
aggiungere Vicente Espinel che inventò le de- 
cimasi espanolas o ne rinnovò l'uso. In un volume 
di poesie, che vide la luce nel 1591, dà alle 
forme poetiche italiane la preferenza delle forme 
castigliane. (1) Né i due più grandi poeti lirici spa- 
gnoli di questo tempo, Luis de Leon e Fernando 
De Herrera, sono immuni da quest'imitazione 
italiana, e Quevedo già scorge finamente in que- 
st'ultimo i germi di quel cattivo gusto letterario 
che poi prese il nome da Don Luis de Grongora 
y Argote, e chiamossi perciò gongorismo. 

Così le due letterature camminavano di pari 
passo, con differenza però che l' italiana era presa 
a modello dalla spagnola; lo provò Cristobal de 
Mesa, il quale apparteneva alla scuola puramente 
castigliana, e che, venuto in Italia, cambiò stile, 
e, secondo come egli racconta, da quest'epoca 
segui, nel senso più assoluto e più stretto, la scuola 
di Boscan e di Garcilaso ; ed arrivati a questo 
periodo, nella letteratura spagnola si hanno due 
correnti: l'una, debolissima, che ancora segue la 
scuola castigliana ; l'altra, che ha già fatto molto 
cammino e che è numerosissima, seguita ad imi- 
tare i poeti italiani. Qui comincia per la Spagna 
l'epoca di Gongora e di Ledesma; quella delle 
grandi stranezze ; delle metafore ardite e strava- 

(1) Cfr. G. Ticknor, Op. clt., voi. II, pag. 340. 



— 326 — 
ganti; dell'introduzione di parole latine ed ita- 
liane nel linguaggio spagnolo. Tutti gli scrittori 
elle tentano fare argine a questo grave danno 
sono anch'essi trascinati dalla corrente. I due 
fratelli Argensolas, Lupercio e Bartolomé Leo- 
nardo, Juan de Jauregui, Esteban Manuel de 
Yillegas, ed in seguito Quevedo, che anzi divenne 
capo della setta chiamata dei conceptos, e Lop& 
de Vega, tutti furono affetti da questa manìa. 

Il fecondo commediografo spagnolo poi, fu 
quello che più attaccò Grongora; alcuni sonetti 
sono veramente pungentissimi : 

A BARTOLOMÉ LEONARDO 

La uueva juveutud gramaticanda, 
Llena de solecismos y quillotros, 
Que del Parnaso mal impuestos potros 
Dice que Apolo en sas borrones anda, 

Por escribir corno la patria manda, 
Elementos los unos de los otros, 
De la suerte se burlan de nosotros, 
Que suelen de un católico en Holanda. 

Vos, que los escribis limpios y tersos 
En vuestra docta y càndida poesia, 
De toda peregrina voz diversos, 

Decid, si lo sabeis, i qué valentia 
Puede tenere, leyendo ajenos versos, 
Copiar de noclie y murmurar de dia? 

In un altro, eloquentissimo e molto conosciuto, 
evoca le grandi figure di Garcilaso de la Vega 
e di Boscan. 



— 327 — 

A LA NUEVA LENGUA 

Boscan, tarde llegamos. (. Hay posarla? 

— Llamad desde la posta^ Garcilaso. 

— l Quién es? — Dos caballeros del Parnaso. 

— No hay donde nocturnar palestra armada. 

— No entiendo lo que dice la criada. 
Madona, l qué decis? — Que afecten paso, 
Que ostenta limbos el mentido ocaso, 

Y el sol depinge la porcion rosada, 

— 6 Està? en ti, mujer? — Negóse al tino 
El ambulante liuósped. — é Que en tan poco 
Tiempo tal lengua entre cristianos haya? 

Boscan, perdido liabemos el camino; 
Preguntad por Castilla, que estoy loco, 
no liabemos salido de Vizcaya. 

Ma il fatto è questo : il fenomeno, nelle mede- 
sime condizioni clie si produsse in Italia, avvenne 
anche in Ispagna, dove un poeta lirico, il Gon- 
gora, fu accusato d' esseme stato l' introduttore 
nella letteratura della sua patria. (1) Parlando di 
lui e dei difetti della sua età, Quintana dice: 
« Come un uomo, che possedeva tanta forza e 
tanta abbondanza di ingegno poetico, potè in 

(l) L'origine del cuìteraiiismo, di cui generalmente si accusa Don Luis de 
Gongora y Argote, ha servito di base a moltissimi critici spagnoli per impan- 
tanarsi ia supposizioni più o meno destituite di fondamento e tutte lontane 
dalla verità. Mayans, ad esempio, ingannato dagli elogi che fa di se stesso 
fra Hortensio Felix Paravicino, autore di un « Panegirico fiineral de 
dona ifarifdrl'a de Aiis'fia » crede che l' inventore dello stile culto sia 
questo predicatore spagnolo. Luzan ne attribuisce l' invenzione a Gor- 
gora, oppure a Virgilio Malvezzi. Altri l'attribuiscono a Don Diego de 
Saavedra Faiardo; Don José de Vargas Ponce a Juan de Jauregui tra- 
duttore della Farsaglia di Lucano, e per ultimo Don Francisco Martinez 
Mariana designa Mariana e Cervantes co:ne 1 veri autori del cullerà- 
n ismo. 



— 328 — 
seguito darsi ai deliri deplorevoli clie poi lo per- 
dettero? Credendo che il linguaggio poetico si 
snervasse, e reputando la naturalezza per povertà, 
la purità per suggezione e la facilità per ab- 
bandono, aspirò ad estendere i limiti della lingua 
e della poesia e si diede ad inventare un nuovo 
modo di poetare che rialzasse le sorti dell' arte, 
la quale, secondo lui, era molto in basso. Questo 
modo di poetare si ha da distinguere per la no- 
vità delle parole, della loro applicazione per la 
stranezza e per lo spostamento della frase e per 
abbondanza d'immagini. » 

Nella Spagna poi il male assunse un aspetto 
più pernicioso, perchè le scuole furono due, una 
detta de' conceptistos^ V altra del culteranismo: 
della prima fu capo il Ledesma, al quale successe 
subito Quevedo : dell'altra don Luis de Gongora, 
sebbene v'ha chi dice anche che il primo col- 
pevole sia stato don Luis Carrillo y Sotomayor, 
originario di Cordova, come Grongora, e le cui 
opere si stamparono a Madrid nel 1611, mentre 
che le Soledades del Gongora videro la luce nel 
1613, e tutte le liriche di costui nel 1627. 

Dunque la letteratura spagnola, perdendo le 
sue forme originali ed imitando la lingua e la 
letteratura italiana, viene a rendersi tributaria a 
questa fino a tutto il secolo XVI. Ora, com'è 
mai possibile che questa stessa letteratura possa 
imporsi a quella del paese ch'essa va a dominare 
solamente per questo fatto materiale, e quando 
gli scrittori e gii artisti spagnoli vengono nel 



— £29 — 
paese ch'è stata la culla dell'arte, a copiarvi i 
capolavori, mentre traducono le migliori liriche 
del Tansillo, del Tasso, del Guarini e di tanti 
altri? (1) Com'è mai possibile che una lettera- 
tura, molto più importante per produzione e per 
storia, di quella spagnola, può ricevere l'imposi- 
zione di questa, che fino all'epoca di Carlo V 
era rimasta, se non estranea, almeno indifferente, 
al grande risveglio poetico procurato dal Rina- 
scimento? (2) 

(1) Juan de Jauregui tradusse VAminta; Figueroa il Pastor Fido; 
erano a Napoli, col viceré conte di Leraos, i due fratelli Argensolas, Don 
Antonio Mirademescua, Miqael Moreno, Quevedo, Don Francisco de Trillo 
y Figueroa; don luan de lauregni, discepolo di Herrera, stava in Roma, 
dove si esercitava nella pittura, copiando le migliori opere di Raffaello, 
di Michelangelo e di Guido Reni. La traduzione deWAminta egli la fece 
por necessità, la quai cosa fu per lui, « para mi concideracion, mas de- 
lito que pasar caballos à Francia. » Usci nell'anno 1617. Lo stesso Don Luis 
de Gongora, in una Comedia Venatoria che il poeta stesso non potè ter- 
minare, perchè la morte non glielo permise, imita o meglio traduce VA- 
minta del Tasso. « Los que hablan en la comedia » sono: Cupido, Silvio, 
Florescio, Camila e Cintia; e nel prologo Cupido dice: 

Aunque en humildes panos escondido, 
y disfragado en habito villano, 
si el mismo que desnudo soy vestido. 

Aquel Dios soy del Coro soberauo, 
cuya dorada flecha, y Ilama ardieute, 
ha quitado mil verzes de la mano 

El duro rayo al Dios Onnipotente, 
al fiero Marte la sangrieuta espada, 
y al gran Neptuno el umido Tridente. 

Y he hecho con un diesta no domada 
en medio el fuyo couocer mi fuego, 
al negro Dios de la infernal morada. 
Imitando il prologo àeW Aminta, dove Amore, in abito pastorale, dice: 
Chi crederla, che sotto umane forme 
E sotto queste pastorali spoglie 
Fosse nascosto un Dio? ecc., 
(2) Ecco quanto dice Lope de Vega, nel Laurei de Apolo, sul gongori- 
gmo e sulle sue cause : 



— B30 — 
Noi invece siamo inclinati a credere, che nelle 
relazioni letterarie clie l'Italia ebbe con la Spa- 
gna, questa, nel genere letterario, ebbe molto da 
perdere nel sentimento letterario nazionale. In 
Italia nessuna nobile ptrotesta, ad eccezione dello 
Stigliani e del Testi, s'innalzò contro questa cor- 
rente clie maltrattava le serene concezioni dell'arte, 
e sviava il pensiero, dando troppo facile padro- 
nanza ad una fantasia capricciosa e piena di false 
tendenze; mentre che in Ispagna molti e valenti 
scrittori vollero, sebbene inutilmente, combattere 
queste tendenze; animati in ciò dal sentimento na- 
zionale nella letteratura, che si trovava sbalestrato 
nel suo cammino, ed obbligato a prendere una 
piega, che non solo non era nazionale, ma falsa. 

Aqui las redondillas, admiradad 
De Italia, nuestra lengua, ennoblccieron, 
Que, corno castellana, no sufrieron 
Ser de frasi extranjeras adnlteradas; 
Estas, comò doncellas recatadas, 
Huyen CuUerauismos 

Y acabar por contrarios 
Si bien terminos varios 
Como vemos che suena 

Bien, mal, amor, olvido, gloria y pena. 

E don Agostino de Salazar y Torres, nelle sue Siìras, parlando di 
Lope de Vega e della sua Arcadia, fatta ad imitazione di quella del San- 
nazaro, dice: 

; Que sea tan desdichado, que no tope 
Los pastores de Lope 
En su Arcadia fìngida! 
Bien sé lo que describe Sannazaro, 
Porque era en ellos el ingenìo raro: 
Pues decian concetos, 
Compouifcudo soiietos, 

Y haciendo lirab, ritmas y canciones, 
Mucbisimo raejor que requesones. 



— 331 — 

Né in Francia la letteratura era stata privata 
di questo fenomeno letterario. 

La celebre Plèiade francese, capitanata dal Ron- 
sard, il gentile cavaliere vendanimese, e composta 
dei poeti Remi Belleau^ Gioacchino Du Bellay, 
Lazzaro de Baif, Lancelot Des Carles, Dorat e 
tanti altri, fu, sotto certe forme, invasata anche 
essa da quello spirito di novità, del quale s'era 
impossessato tutto il mondo letterario. Ronsard 
creava parole nuove, ringiovanendo le antiche, 
mentre che Gioacchino Du Bellay, nella sua M- 
lustration de la langue franqaise^ esortava gli scrit- 
tori francesi allo studio dell'antichità, consiglian- 
doli a foggiarsi sui modelli greci, latini ed ita- 
liani . E sebbene già in Clement Marot e in 
Mellin de Saint-Gelais si trovano i germi della 
imitazione italiana, nei poeti della Pleiade l'imi- 
tazione italiana si rende più manifesta. Questa 
Plèiade ha tuti i vizi di una scuola giovane e 
troppo esaltata, la quale, nella foga dell'entusia- 
smo, si slancia a voli di fantasia che fanno troj)po 
contrasto con la naturalezza della verità. Ronsard 
avea in animo di dare alla lingua francese l'espres- 
sione ed il pensiero che ammirava negli antichi. 
Ed anche l'Italia avea luogo comune con l'anti- 
chità negli onori della imitazione. « Source-moi, 
diceva il teorico della nuova scuola, Gioacchino 
Du Bellay, ces beaux sonnets, non moins docte 
que plaisante invention italienne, pour lesquels 
tu as Pétrarque et quelques modernes italiens. » 
E cosi s'introdussero in Francia tutte le forme 



— 332 — 
della poesia antica, specialmente l'ode e l'epopea. 
Konsard pindareggiava mentre clie Du Bellay, 
Bellau, Baif ed altri petrarcheggiavano. E tale 
era l'entusiasmo col quale fu festeggiata la nuova 
scuola, clie Montaigne dichiara, senzar esitare, esser 
giunta la poesia francese al più alto grado di 
perfezione, e Ronsard uguale agli anticiii. Perfino 
Torquato Tasso, andato a Parigi nel 1571, lodava 
l'oramai vecchio poeta vendamnese, e si stimava 
felice di leggergli alcuni canti della sua Geru- 
salemme. 

A questa scuola appartengono anche Bertaut 
Desportes, il nipote di costui Mathurin Regnier, 
d'Aubigné ed infine Du Bartas. L'imitazione di 
costoro per la letteratura italiana è sempre più 
manifesta. Bertaut e specialmente Desportes (1) si 
ravvicinano specialmente al Petrarca ed ai petrar- 
chisti del Cinquecento ; Mathurin E-egnier, il ce- 
lebre satirico, imita specialmente il Berni; Du 

(1) lu quest'epoca Enrico Estienne pubblicava un libello intitolato 
« Dìt ìatìyage fran^ais-italUinizé » nel quale Introduce tre personaggi : 
FilausoDio che parla il francese italianizzato, Celtofilo che parla il fran- 
cese puro, e Filatete giuilice nella contesa che fanno i due primi per sta- 
bilire quale sia il linguaggio da adottarsi nella corte ; com'è naturale il 
grammatico francese dà ragione al secondo. Nel l(j04 poi, quando Desportes 
era ormai vecchio ed inoperoso, fu pubblicato un opuscolo « Les Kencontres 
<les Mtises de Fi-<ince et d'Italie, n nel quale erano messi a confronto qua- 
ranta' re sonetti italiani con altrettanti del fortunatissimo poeta francese. 
Desportes finse di non commuoversi e, dice Tallement des Kéaux, « qu'il 
avoit pris aux Italiens plus qu'on ne disoit et que, si l'auttur l'avoit con- 
sulte, il lui auroit fournl de raémoire, » Del resto i furti fatti da Desportes 
sono molto al di sopra di questi sonetti. Enrico Estienne, mila Pt-éeeìlenee 
<lu langage fmii^ois, menziona tre di queste interpretazioni che il critico ha 
dimenticate. Pasquier ne cita delle altre, e, si se volesse cercare, seguendo 
passo passo il voluttuoso poeta, si troverebbe la traccia de' suoi passi in 
una quantità immensa di sonetti italiani, che clandestinamente depredava. 



— 333 — 
Bartas invece è della scuola italiana cke già co- 
mincia ad adottare nella poesia le stranezze del 
Seicento. 

Guglielmo de Saluste Du Bartas, di nobile fa- 
miglia, figlio d'un tesoriere di Francia, nacque 
nel i5il nel cuore della Guascogna. 

Il suo poema la « Semaine» o la « Création 
du Monde » che rese celebre il Du Bartas, ap- 
parve nel 1578 o nel 1579. In piena reazione 
cattolica questa poema servi come di proclama 
per la setta calvinista, e ne furono fatte trenta edi- 
zioni in dieci anni appena. (1) Non si può negare 
che questo poema giustificasse quel primo entu- 
siasmo, per una cert'aria di grandezza, per delle 
tirate eloquenti, e per la novità del genere. « La 
poesie devote du moyen àge était dès longtemps 
oubliée, dice il Sainte Beuve ; la B,enaissance 
avait tout envahi; les seuls protestants e a éta- 
ient ancore aux maigres Psaumes de Marot. Voici 
venir un poéte ardent et docte, qui célèbre l'oeu- 
vre de Dieu, qui racconte la sagesse de l'Eternely 

(1) Ho sott'eochlo l'edizione del 1623 {Oeuvres poèiiques, de G. de Sa- 
luste, Seigneur du Bartas, Prluce des Poetes Francois, à Rouen, chez 
I. B. Behourt, 1623). Al secondo giorno della seconda settimana, il Da Bar- 
tas esamina le diverse lingue che si parlano nel mondo. Giunto all'ita- 
liana, esclama : 

Le Toscan est fonde sur le gentil Bocace : 
Le Pétrarque aux beaux mots, émaille plein d'audace ; 
L'Arioste coulant, pathetiquc et divers : 
Le Tasse, digne ouvrier d'un Heroique vers. 
Figure, court, aigu, rime, riche en laugage, 
Et premier en honneur, bien que dernier en aage. 
Di tutto il poema, pieno di allusioni su le cose italiane, sarebbe im- 
portantissimo uno studio, coi dovuti raffronti, con Le sette giornate del 
Mondo creato del Tasso. 



— 334 — 
et qui déroule d'aprés Moise la suite et les beautés 
de la cosmogonie hébraique et chrétienne. » (1) 
Però il poeta guascone guasta questi grandi 
pensieri, questa nobiltà di descrizioni, con tratti 
burleschi, con espressioni strane, fuori di posto e 
di cattivo gusto; egli chiama i monti della Gua- 
scogna, « monts enfarinés d'une neige éter- 
nelle. » Nella fisica degli elementi, al secondo 
giorno, mette in giuoco l'Antiperistasi per spie- 
gare il duello tra il caldo ed il freddo. Egli fa 
versi come questi, i quali fanno scorgere facil- 
mente quanto mai fosse ridicola l'idea che si avea 
in quel tempo di poter rendere nobili i concetti 
volgarizzandone l'espressione e le forma: 

ApolloD, i3orte-jour ; Herme, guide-navire; 
Mércure échelle-ciel, invente-art, aime-lyre.... 
La g'uerre vient après, casse-lois, casse moeui-s, 
Rase forts, verse-sang, brùle-bois, aime-pleurs. 

Frattanto la scuola creata dalla Plèiade andava 
man mano indebolendosi, e E-egnier già tentava 
di porre un argine a questa mania d'innovazione, 
col ravvicinarsi agli antichi poeti francesi, specie 
al Villon ■ ed al Marot. Le cause di questa caduta 
sono evidenti; quella scuola peri perchè curava 
la forma senz'occuparsi della sostanza della poe- 
sia ; perche mancava di idee generali, perchè non 
aveva nulla d'indipendente e voltava il dosso 
all'avvenire. Essenzialmente cattolica, ostile per 

(I) Saiute-Beuve. Tableau histoi-ique et criti(jue de la p'n'sie fi-an- 
eaise et du théatre fran{ais au XVI siede, Paris, Gharpentier, 18ò9, p&g. 384. 



— 335 — 

conseguenza al libero esame, essa approvava tutte 
le persecuzioni religiose, tutte le violenze reazio- 
narie, ch.e desolarono la Francia durante il regno 
dei Valois. Ba'if oltraggiava in un verso lo sven- 
turato Coligny; B-onsard ka celebrate le vittorie 
riportate sui protestanti; però essa era cattolica 
solo superficialmente ; amava troppo Marte e Ve- 
nere, Bellona e Giove, Diana ed Apollo. Cattolica 
in apparenza, essa era pagana nel fondo del 
cuore ; e siccome seguiva il principio del re, 
essa era naturalmente cortigiana e sommessa 
alla autorità reale. Ma quello che smontò Ron- 
sard fu Francesco Malherbe; egli riformò tutto; 
grammatico e poeta, severo con lui, rigoroso con 
gli altri, avendo un giorno sotto le mani un esem- 
plare delle poesie di E-onsard, si mise a criti- 
carlo verso per verso. D'allora in poi, non si 
parlò del E-onsard che come d'una grande fama 
usurpata; screditato alla Corte e nelle genera- 
zioni future, non ebbe più partigiani che nelle 
Università, nei Parlamenti e nei gentiluomini 
campagnoli. L'Accadèmie Francaise e Boileau 
terminarono l'opera di Malherbe, e sono troppo 
noti i versi di Bodeau sulla Plèiade francese, 
perchè qui vengano ricordati. 

In questo mentre il Marino andava in Francia 
e vi trovava subito nemico Francesco Malherbe, 
il quale, demolendo l'opera della Plèiade, accu- 
sava gl'italiani di questo guasto avvenuto nella 
lingua e nella letteratura francese. Il Marino però 
trovava in Francia dei poeti come Saint-Amant, 



— 336 — 

Tliéopliile de Viau, Cottin, e tanti altri, clie se- 
guivano la scuola del E-onsard, e clie accolsero 
con gioia il poeta napolitano; il quale, nella let- 
tera diretta all'Achillini, cita come suoi imitatori 
Desportes, il quale mori però nel 1606, Vaugelas 
e d'Urfé. In costoro noi troviamo i medesimi con- 
cetti usati dal Marino, ed allorquando Saint-A- 
mant descrive gli infiniti e minuziosi dettagli 
della sua passione amorosa, mostrando 

Le jDetit enfant, qui va, sauté, revient, 

E joyeux, à sa mère, offre un caillou qu'il tient. 

copia letteralmente V Adone. Il Moise sauvé^ dove 
viene sviluppata in arabeschi una storia biblica, 
è composto sopra il modello di questo vasto poema, 
e si crederebbe di leggere le poesie del Marino, 
quando si trova in Saint-Amant: 

Ces nageurs écaillés, ce sagette vivantes 
Que natui'e empenna d'ailes sous l'eau mouvautes 
• Montrant avec plaisir en ce clair appareil 
Ij'argoìt de leur échine à Vor du beau soleil. 

Come nel poeta napolitano, cosi anche in Saint- 
Amant, in Théopbyle de Viau, in Cottin, ecc., 
manca la grandiosità del pensiero, la serietà del- 
l'anima, l'acutezza del sentimento, l'energia del 
buon senso e la parsimonia del gusto. In Saint- 
Amant, eli' è il discepolo più diretto del Marino, 
noi troviamo i medesimi concetti del poeta na- 
poletano; chiama la neve « ce beau coton.... »; 
per una negra incaricata della cura della toletta 
di una principessa, Saint-Amant ha questo verso : 



— 337 — 
Le hras d'encre est lìropice à cles memòres de lait, 
E insomma tutta un' imitazione italiana ch'ebhe 
maggiore sviluppo specialmente per l'andata del 
Marino in Francia e per la fondazione àeW Hotel 
de Ramhouillet. Colà le pastorali del Tasso e del 
Guarini facevano furore, e VAstrée del D'Urfé è 
un'emanazione della coltura italiana trapiantata 
in Francia. 

Contro costoro si slancerà l' iroso padre Ga- 
rasse e l'austero Boileau, il quale ultimo s'avvede 
che i poeti crottes, come chiamansi allora, seguono 
la scucia del Ronsard e del Du Bartas. E furono 
guerre aspre alcune delle quali ruinose per i po- 
veri poeti continuatori della Pleiade, ma il regno 
dell'imitazione durava sempre; solamente agl'ita- 
liani ed ai latini VHdtel de Ramhouillet aveva 
aggiunti gli spagnoli, e Volture rimetteva in 
voga lo stile di Marot e de' vecchi. Da ogni lato 
tuttavia soffiava sordamente un'aria di originalità 
e di nuovo, e qualche ingegnò altrettanto impo- 
tente che bizzarro, come Desmairets ed altri, si 
sforzavano a ricercarlo. « E allora che il secolo 
di Luigi XIV si levò per questo caos letterario, 
lo vivificò del suo fuoco, e l'inondò della sua 
chiarezza. » (1) Allora vengono Corneille, Bacine, 
Boileau, La Fontaine e Molière ; il quale, nelle 
sue commedie, munitosi dell'arma del ridicolo, 
colpisce inesorabilmente questi poeti goinfres e 
questi autori di romanzi interminabili ed allego- 
rici, che caratterizzano i précieux e le précieuses 

(1) Sainte-Beuvp, loc. cit. 

22 



— 338 — 
delVHótel de RamhouiUet ; mentre Corneille fonda 
il teatro classico francese, dando forme e concetti 
alla lingua ed alla letteratura francese ammira- 
bili per giustezza di sentimente ed irreprensibili 
per castigatezza di frase. 

Ecco quanto dice Teofìlo Gautier sopra la 
Plèiade francese: 

Honsard, dont les romantiques ont relevée la 
statue, tant honnie et tant conspirée, par une es- 
pèce de condiction qui ne manque pas de logique, 
est indubitablement l'introducteur du classicisme 
en France. Il a rompu violamment avec le bon 
viel esprit gaulois dont CI. Marot est le dernier 
représentant. C'est bien lui, Pierre de E-onsard, 
le gentilhomme vandemois, qui a pris par la 
•main le clioeur des Muses antiques et qui les a 
présentées en cour avec un liabit mi-part grec, 
mi-part gaulois. Il a cliangé les ballades, les 
cliants royaux, les rondeaux et toutes les formes 
nationales de notre poesie contre les stropbes, les 
antistrophes, les épodes et les formes grecques et 
latines; il a forge des épithètes barbares dans le 
goùt de celles que vous venez de voir, et bien 
d'autre encore; il a fait des mots à deux faces, 
Janus difforme que la grammaire ne peut regar- 
der sans épouvante, et dont Dubartas a si étran- 
gement abusé; il a syncopé des verbes, il a eflfilé 
en diminutifs, à la facon antique, une quantité 
de vocaboles qui semblent fort étonnés de la 
queue de mignardise qu'on leur a intempestive- 
ment affutée au derrière, tout cela est vrai; mais 



— 339 — 
il a donne au vers un nombre plein et sonore, 
un accent male et robuste, inconnu avant lui; mais 
il a dessiné les muscles et fait sentir les os, dans 
les formes moUes et pàteuses de l'ancien idiome. 
Il a mis un langage plus convenable dans la 
bouclie de la muse francaise, déjà un peu bien 
vieille, pour grasseyer des gentHesses et des nai- 
vités dans le sfcyle enfantin des trouvères et des 
niénestrels; mais sous une croùte épaisse de pe- 
danterie, à tra vers le vernis jaune de la vetuste, 
resplendissent des touch es d'une fraìclieur et 
d'une vivacité non pareille. Derrière ces figures 
mythologiq^ues, il y a des fonds de paysage ac- 
cusés avec un accent de nature inimitable ; mais 
les sonnets ont des tendresses que n'ont point 
ni les élégies de Tibulle ni celles de Properce; 
mais il est bien gaulois au fond, malgré toutes 
les guerrilles qu'il s'en va ramassant de ca de 
là chez les auteurs, et son style, en dépit de ces 
efìlorescences grecques et latines, adhère parfai- 
tement au trono robuste du vieil idiome et en 
pompe tonte la seve; l'iiabit est différent, mais 
le corps est le mème. Ses discours en vers ont 
nombre de passages que vous croirez écrits par 
la piume de bronzo du grand Pierre Corneille. 
C'est peut-ètre un pédant, mais à coup sur c'est 
un poéte, et tout ce q^^i a été poete en Franca 
depuis le seizième siècle relève directement de 
lui. Mathurin Regnier l'avoue hautement pour 
son maitre. Quelle poete est celui-là que Regnier, 
admirable lui-mème proclamo admirable ! Corneille 



— 340 — 

n'écrit pas d'un autre style une tirade politiqne, 
et trouve sa farine assez solide pour y couler son 
vers d'airain. Molière s'accomoda de ses enjam- 
bcments, de ses césures mobiles, et ne trouve 
point, après si longtemps, que son procède soit 
vieilli. La Fontaine s'y rattache par les arcliais- 
mes et les idiotismes nombreux qui donnent tanfc 
de saveur et de gràce à son style si francais 
qu'il en est gaulois. Sans parler de ses contem- 
porains, tels que Rèmy Belleau, Antoine Ba'if, 
Amadys Janin et d'autres, de très-recommenda- 
bles poètes, conime Théophile, Saint-Amand, etc... 
ont subit sa puissante influence et reilétè quel- 
ques raysons de ce niagnifique soleil de poesie 
qu'il fìt luire sur la Trance. Quelques temps 
après son a|)parition, il s'eleva une autre école, 
école envieuse et improductive, éplucbeuse des 
mots peseuse des syllabes, une école des gram- 
mairiens contre une école des poètes, comme cela 
se fait toujours, qui s'est mise à reviser,-stroplie 
par strophe, virgule par virgule, tous les vers de 
la Plèiade, et eu traiter les étoiles de bas eii 
liaut. Le règent de cette classe était le sec, le 
coriace et- filaudreux j.Mallierbe, sur qui Nicolas 
Desprèaux Boileau, esprit de méme tempre, a 
fait ces vers triomphants et superlatifs qui ren- 
ferment à peu près autant d'erreurs que de sil- 
labes : 

Enfin Malherbe vint, etc. (1) 

(1) T. Gauticr, Lei< grotcsques, Lóvy, 1873, pag. 184. 



— 341 — 

E questa evoluzione del pensiero e della forma 
nella letteratura non si sparse nelle sole lettera- 
ture neo-latine. Anche in Germania ed in Inghil- 
terra sorse, o meglio ebbe eco, questa scuola che 
in ciascun paese prendeva il nome dal suo più. 
celebre campione. 

Anche in Germania fu introdotta la pastorale 
italiana, la quale ebbe cultori da Opitz fino al 
Brockes ed al Lohenstein. Martino Opitz s'accostò 
al Sannazaro ed ai suoi imitatori stranieri, special- 
mente francesi, e compose un romanzo pastorale 
sul genere àelV Arcadia e che intitolò Die Schà- 
f errai der Nymphen Ercinie; il Brockes ed il Lo- 
henstein per contrario imitarono VAminta^ il Pa- 
stor Fido e le poesie pastorali del Marino, tradu- 
cendo, specialmente le ultime, nella lor lingua. 
Però in Italia esisteva innato l'ingegno artistico, 
anche quando questo degenerava ; in Germania 
invece i poeti cultori della poesia pastorale, si 
perdettero in mille mostruosità (1). 

Nell'anno 1644, cinque anni dopo la morte di 
Opitz, veniva fondata in Norimberga la Società 
de' Pastori incoronati e dei fiori. 

I fondatori furono Giovanni Ellai e Filippo 
Harsdorfer. In questa Accademia la pastorale venne 
foggiata veramente a forma letteraria. I membri di 
quest'Accademia ebbero in animo di ritornare col 
pensiero e colle forme letterarie alla primitiva 
maniera pastorale, mentre questa non poteva esi- 
stere che convenzionalmente. Ed allora comincia- 

(1) Roquette, GescJtichfe der deutschen literatiire, pag. 450. 



— 342 — 

rono ad introdursi nella lingua e nella lettera^ 
tura tedesca l'allegoria della frase, i piccoli e- 
nimmi rinchiusi in un giro di parole a doppio 
senso, infine quei pensieri oscuri, quelle imma- 
gini e tropi gettati l'uno sull'altro alla rinfusa, 
maniera che in Italia prese il nome di concetti. 

Harsdòrfer, che neW Accademia de' pastori e dei 
fiori (Hirten und Blumenorden an der Pegnitiz) 
chiamossi « Sfrephon^ » compose una specie di 
arte poetica, nella quale dettò le norme che doveva- 
seguire questa nuova scuola, mentre che Klai, 
imitando V Arcadia del Sannazaro e quella del 
Sidney, fece la fredda allegoria di queste azioni 
pastorali. 

Ma chi superò tutti nell'abuso del linguaggio' 
allegorico, e può paragonarsi al Marino della 
Germania, fu il Birken nato in Boemia, nel 1626. 
Egli è autore di poesie d'occasione fatte a per- 
sone principesche, ch'egli adula fino all'esagera- 
zione. Nella sua ricerca dell'inusitato trova l'e- 
spressione affettata, tanto che la lingua umana 
non gli basta più. Egli si serve perciò di voci ani- 
malesche e di parole tradotte da lingue straniere^ 
dando alla sua maniera di scrivere qualcosa di 
incomprensibile. 

Per lui i « soffi di venti piacevoli bisbigliano,, 
fischiano, s'increspano e, come le onde del mare^ 
si gonfiano, s'infrangono; i pozzi sussurrano, bi- 
sbigliano, guizzano ed increspati spruzzano, ge- 
mono; » ecc. 

Accanto a questa scuola nacque quella cosi 



— 343 — 
detta slesiana, distintivo della quale è la sen- , 
sualità, perchè parte dal concetto che la poesia 
può solamente dilettare allorquando il poeta è fan- 
tasticamente sensuale ; perciò anche questa scuola, 
al pari di quella d'Opitz, abbonda di una lussureg- 
giante fantasia, ed usa, forse con più esagerazione 
della scuola di Opitz, i concetti del Marino. Essa 
non ha regole limitate, ne confini di qualche gusto 
estetico ; cerca immagini sopra immagini ; le me- 
tafore e le iperboli si seguono l'una all'altra fino 
all'incomprensibilità; la lingua insomma cammina 
sui trampoli. Semplici parole come mano, bocca, 
occhio, son fuori d'uso ; la mano diviene « il de- 
licato pugno della padrona di vita e di morte, » 
la quale quando scrive una lettera all'amante 
« dipinge messaggi di fiamme. » Cosi, « cu- 
stodi corallini innanzi a cavità di porpora, » 
viene designata la bocca ; gli occhi divengono 
« fulmini, anelli di fuoco, palle di rubini, nere 
notti di fiamme, chiavistelli le cui chiavi pen- 
dono da migliaia di cuori umani; » l'amante è 
un « arsenale di pene e di affanni. » 

Troppo lungo sarebbe enumerare le strava- 
ganze nelle* quali cadde la scuola slesiana, capi- 
tanata dall' Hoffmannsvaldau. (1) In essa si distinse 
specialmente il Lohenstein, poeta di svariatissima 

(1) Hoffmannsvaldau introdusse nella letteratura tedesca le epistole 
eroiche ad imitazione di quelle del Marino e del Bruni; sono specie di 
lettere in cui personaggi storici od immaginari sfogano reciprocamente 
la loro passione in lettere poetiche. Tradusse anche il Pastnr Fido, ma 
la traduzione è troppo inferiore all'originale, perchè ciò che nel dramma 
pastorale del Guariui è tutta grazia e tìuezza, nella traduzione dell'Hofif- 
mannsvaldau è volgarità. 



— 344 — 
fantasia, il quale riunisce in se tutti i difetti 
della sua scuola. Egli, nell'abbondanza d'imma- 
gini, superò lo stesso Hoffmannsvaldau, e nei 
soggiorni clie fece in Italia ed in Francia ebbe 
occasione di conoscere le opere del Marino, del 
quale tradusse la Strage degl'Innocenti. (1) 

Fu insomma tutta una schiera di poeti i quali 
si misero ad imitare e copiare le produzioni ita- 
liane specialmente pastorali, e la letteratura te- 
desca di questo periodo non mira altro clie alla 
poesia sensuale del Marino, fincliè j,Gottsclied 
fonda la letteratura nazionale tedesca, dando vita 
ed energia alla poesia lirica. 

L'Inghilterra pure ebbe la stessa malattia let- 
teraria, sparsa nelle altre letterature europee. Gli 
imitatori del Petrarca empirono le loro compo- 
sizioni di quell'amore dolce e convenzionale e di 
quei capricci passeggieri del maestro. Capo di 
questa scuola fu Giovanni Lilly, borghese di 
Londra, spirito serio, morale, delicato più che 
appassionato, e cultore della poesia italiana. Prima 
di scrivere per il teatro, Lilly compose un ro- 
manzo ch'ebbe lungo e durevole successo, oltre 
ad essere come di guida pel gusto letterario in- 
glese : « Euphuès, opera molto divertente da leg- 
gersi da tutti, necessaria a ricordarsene, opera 
dove son notati i |)i^ceri che segue lo spiiito in 
gioventù, grazie agl'incanti dell'autore e la feli- 
cità ch'egli riunisce nell'età matura per la per- 
fezione della saggezza. » Questo è il lungo titolo 

(1) La Strage degli Innocenti è stata tradotta anche dal Brockes. 



— 345 - 

dell'opera, di cui la prima parte, Euphuès o l'a- 
natomia dello spirito si pubblicò nel 1580, e la 
seconda parte, Eaphuès e l' Inghilterra nel 1581. 
L'ispirazione del libro viene direttamente dal- 
l'Italia, per l'imitazione che Lilly fa àeW Arcadia 
del Sannazaro, sotto la falsariga del quale ro- 
manzo pastorale Filippo Sidney nel 1580 pub- 
blicava un romanzo clie intitolò anche lui V Ar- 
cadia, L'eufuismo fu in Inghilterra ciò che fu 
il gongorismo in Ispagna, l' esprit précieux in 
Francia, il marinismo in Italia. Simili ai poeti 
della pleiade francese, i seguaci di Lilly, ammi- 
ratori dell'antichità, avevano per la volgarità un 
supremo disprezzo aristocratico. Odiprofanum vul- 
guss et arceo, era la loro divisa. Essi considera- 
vano la poesia come un'arte di lusso e d'inge- 
gnoso raffinamento, destinato a piacere ad un 
piccolo numero di buongustai. 

In questo Shakespeare apriva la sua potentosa 
carriera, e l'antichità classica e l'erede di questa, 
il Rinascimento italiano, erano le grandi scuole 
dell'arte e del gusto ; sicché è con l'imitazione 
italiana e dell'antichità che il poeta cominciò. 
Il tragico inglese, come commediografo e come 
poeta, entrò a far parte della scuola deìVeiifuismo, 
aristrocratica e piena di ricercatezza, di amore 
per l'antichità classica e pel Rinascimento ita- 
liano. I principali amici di Shakespeare nel- 
l'aristocrazia erano il conte d'Essex e soprattutto 
il conte di Southampton, al quale, come abbiam 
visto, egli dedicò il poema di Venere e Adone. 



— 346 — 
Shakespeare segui la moda e fece come gli 
altri, imitando non solamente Virgilio e il Pe- 
trarca, ma gli stessi poeti contemporanei nazionali 
e stranieri. I suoi poemetti sono della scuola di 
Lilly, e Gervinus dice che « il tragico inglese 
per questo aspetto è nel numero dei clienti dei 
nobili e dotti discepoli della scuola italiana alla 
testa dei quali è Edmondo Spencer; e se noi non 
avessimo di Shakespeare che il poema di Venere 
e Adone e quello della Lucrezia, egli s'aggiun- 
gerebbe a quella schiera in cui hanno posto 
Drayton, Spencer, Daniel, Lilly, ecc.. » (1) 

(1) G. G. Gervinus, Sìiali-espeare, Leipzig, 1872, voi. I, pag. 197. 



— 347 — 
Capitolo XIII. 

n seicenti smo e la poesia pastorale. 

Questi sono i vizi clie perturbano le letterature 
europee nel secolo XVII : vizi di forma e di lingua, 
perchè non è cosi che s' intende l'arte. Conven- 
zionalismo nella frase, la quale è limitata, affet- 
tata ed ampollosa: convenzionalismo nel concetto, 
il quale è costretto a spaziare in troppo angusti 
confini, perchè qualche volta non esca in una corsa 
sfrenata. 

Ed era propriamente l'Italia che dava il cat- 
tivo esempio di questa strana maniera di eserci- 
tare la fantasia e l'immaginazione poetica, mentre 
che le altre letterature, già da lungo tempo nella 
via dell'imitazione, si foggiavano anch'esse su 
questa viziosa maniera, la quale fu meno sentita 
nelle letterature dove quella italiana era meno 
conosciuta od entrava di seconda mano. Era il 
canto del cigno di questa bella letteratura, prima 
di cadere sotto i colpi dei poeti evirati dell'Arcadia, 
i quali spogliarono la poesia d'ogni gusto estetico, 
creando un antimarinismo ancor più funesto che 
il marinismo stesso. 

E forse sarebbe da studiare se l'uso della poesia 
pastorale non sia stata la causa del seicentismo 
in Europa. Questa poesia nasceva appunto in una 



— 348 — 
epoca di grande risveglio, quando appunto la li- 
rica e l'epopea erano al loro massimo splendore. 
CoìVArcadia^ il Sannazaro apriva all'Italia un 
mondo nuovo, facendo entrare nella poesia uomini 
e donne camuffati da pastori e da ninfe, in un 
ambiente senza varietà ed affatto primitivo. Crea- 
vasi in tal modo il romanzo pastorale del quale 
Lope de Vega, Cervantes, D'Urfé, Racan, Sidney, 
Spencer e Lilly s'innamoravano; e la Galatea, 
le due Arcadie (di Lope de Vega e di Sidney), 
la Asirée^ e VEuphuès s' imponevano al mondo 
letterario per circa mezzo secolo, come i soli 
modelli su cui la fantasia del poeta doveva ri- 
camar sopra; e tutti erano contenti di quest'im- 
posizione. 

Quasi contemporaneamente Agostino Beccari e 
Torquato Tasso creavano il dramma pastorale, 
il quale, come rappresentazione scenica, veniva a 
rendersi famigliarissimo in Italia, mentre che le 
altre letterature s'avvicinavano al romanzo pasto- 
rale del Sannazaro, poco o niente curandosi d'una 
rappresentazione scenica. 

Di fronte al sepolcro già cliiuso della lirica 
italiana,- e spettatrice dell'agonia lunga e stra- 
ziante dell'epopea, la poesia pastorale abbatteva 
le ultime parvenze della lirica, come scavava la 
tomba a quel gigante meraviglioso ch'era l'epico 
cavalleresco. Spegneva la idealità di un mito im- 
possibile per la sua maestosa e qualche volta 
troppo ardimentosa grandezza per le coscienze 
umane ; ma essa stessa ne creava uno ancor più 



— 349 — 
impossibile ; e perchè appunto debole ed effimero 
ne' suoi principi, aveva vita relativamente breve. 

Le egloghe di Teocrito siracusano, che già ave- 
vano subito tanto travestimento nella bucolica 
virgiliana, ora, nella letteratura italiana, la quale 
non poteva accettarle cosi semplici e prettamente 
pastorali, subivano altre trasformazioni e scon- 
volgimenti. (1) 

Il potente soffio dellla civiltà italiana del Ri- 
nascimento, che accoglieva nel suo grembo la 
poesia pastorale, doveva certamente sorridere da- 
vanti a tanta semplicità della vita; tutto il mondo 
latino risorto e rinnovellato in qualche fonte, ac- 
cerchiò questo mito pastorale e lo raffinò e tra- 
sformò; mentre che la società italiana si spec- 
chiava tutta, senza ritrosia, in questo semplicis- 
simo quadro, e lo adombrava della sua immagine. 

(1) Questo concetto era già stato espresso da Lope de Vega, nella sua 
« Introduccion à las églogas amorosas : « Las églogas contieneu mas de lo- 
que muesira el exteiior, corno se ve en las de Virgilio, que son alegóricas, 
y en alabanza de los emperadores ó personas ilustres, y à otros sugetos 
debajo de estilo pastoril, en que el poeta imitando se adelantó à Teocrito, 
de quien dice Quintiliano que ignorò, no solo las plazas de las ciudades, 
sino las mismas ciudades. Mas discùlpale haber sido el primero que las 
escribió, y cuando el mundo estaba menos poblado y mas al principio de su 
creacion; y asi, naturalmente los pastores erau y debian pintarse mas rudos. 
Ya que son mas las poblaciones que los campos, que la naturaleza se ballar 
tan adelante, y se ove mejor lo que no se entiende, aunque sea malo, 
que lo bueno dejàudose euteuder, imprimo està ègloga en estilo algo 
realzado, no por ignorar el que le toca, sino porque à los oidos de nue- 
stra edad suenan las cosas fài;iles y menores comò bajas, quizà porque 
se atiende mas a las voces que à la sustancia. Sea està muestra de algunas 
que tengo escritas ; que siendo mal recibida, de provecho sera desenga- 
iìandome ; si bien servirà de premio y motivo para sacar las demàs, no 
sin recelo que daràn todas al lector ocasion de ser piados por la obligacion 
y licencia de estilo bucòlico y tener parte en ellas la juveutud. » (Lope 
de Vega, Obras no clramaiicas, op. cit., pag. 306). 



— 350 — 

Cosi la bucolica di Dante, del Boccaccio, del Pe- 
trarca già segna un passo importantissimo verso 
l'allegoria ; il Petrarca se ne serve per i suoi 
fini altamente politici; il Boccacio per i suoi amori; 
Dante per l'arte santissima. Cosi lo storico, ana- 
lizzando questa poesia pastorale, analizza i costumi 
e la vita del secolo cui essa appartiene ; è un ri- 
tratto fedelissimamente storico del tempo, perchè 
la solitudine dei bosclii e il sempre verde dei 
campi rende ingenuamente espansivi quei colossi 
del Rinascimento. 

E dal Boccaccio in poi la poesia pastorale va 
man mano assumendo un qual certo convenzio- 
nalismo bucolico, che poi s'esplica nel dramma 
pastorale. (2) Ma insieme a questa trasformazione 

(2)11 Rossi nel suo pregevolissimo lavoro sul Pastor Fidi del Guarini, 
analizza le diverse fasi per le quaU passò l'egloga feocritana fino a di- 
ventar dramma pastorale col Sacrificio del Beccari. E noi crediamo che 
l'assoluta mancanza d esame degl' idilli marineschi, che pur segnano una 
grande orma nel cammino della poesia pastorale, provenga dal solo fatto 
che 1 A. abbia voluto esaminare le sole pastorali fino a quella del Gua- 
rini. E giacché ci troviamo su questo punto del lavoro del Kossì, non pos- 
Biamo esimerci dal dissentire forse troppo nelle ragioni adotte dall'autore, 
sull'origine del dramma pasi orale in Italia. Egli osserva che se l'egloga 
divenne veramente rappresentativa, tanto che nelle corti italiane si rap- 
presentarono sulla scena ninfe e pastori, questo si deve in parte alla pas- 
sione dei principi del Rinascimento per quelle rappreseniav.ioni allego- 
riche, dtlle quali con molta facilità si poteva prender occasione ad esal- 
tare la loro j-randezza. Ora come mai, risuscitando, in qael'a maniera che 
tutti conosciamo, il mondo antico e collocandolo nell ambiente dilKa vita 
italiana in modo che le tendenze di questa vennero quasi totalmente imi- 
tative, come mai potevasi trasformare legloga virgiliana, cosi semplice e 
niente afTatto lappresentativa? Quando si sa che l'Alamanni fa il Giron 
Cortese imitando letteralmente VEneide, e s'evocano le commedie di Plauto 
e di Terenzio in quelle del Machiavelli, dell'Ariosto e dell'Aretino? 

La povertà di studi sulla poesia e sul dramma pastorale, quest'ultimo 
prettamente italiano e creazione nazionale, non ci permette di rispondere 
con sicurezza e serenità a questo grave problema. Certamente però cho 



— 351 — 

del sentimento, v'era quella della lingua, non più 
atta ad esprimere idee ed episodi nuovi. Quindi 
il senso della ricercatezza della frase, la quale poi 
divenne ancL.'essa convenzionale come convenzio- 
nale era già divenuto il concetto originario. E 
solamente con questa ragione si può spiegare 
l'invasione di quel seicentismo clie tanto tenace- 
mente s'abbarbicò nelle letterature europee. Per- 
chè sarebbe inutile il non riconoscere, ammet- 
tendo una più o meno accentuata depravazione 
di gusto in tutte le epoclie e letterature stra- 
niere, elle la letteratura del secolo XVII ha una 
impronta propria, la quale non si riscontra nelle 
letterature anteriori. Certe tendenze della lingua 
e della letteratura del Seicento risentono forte- 
mente della poesia pastorale cosi in fiore in 
quell'epoca, perchè volendosi camuffare un illu- 
stre personaggio in pastore o ninfa, era neces- 
sario un qual certo linguaggio allegorico e con- 
venzionale a tutti gli scrittori. Questo linguaggio 
sul quale lavoravano gì' ingegni, degenerò in abuso 
di metafore ridicole e strane; e cosi si venne a 

il bisogno di foggiare l'egloga in modo allegorico, già dà principio ad una 
rappresentazione della vita reale,, la quale nella commedia mantiene tutta 
la sua forza d'espansione. E quando s'osservi che il dramma pastorale 
nasce appunto in un'epoca nella quale rivive la commedia latina, non può 
essere che queste due rappresentazioni, l'una solamente dialogala e senza 
azione drammatica, laltra risorta allo staio di perfezione, siansi fuse in- 
sieme, dando origine al dramma pastorale, « che portò, come dice il 
Gravina, le capanne anche nel'e corti, ed applicando nel Pastor Fido a 
que' personaggi le passioni e i costumi delle anticamere, e le più artifi- 
ziose trame de' gabinetti: con ponere in bocca de' pastori precetti da re- 
golare il mondo politico, e delle amorose ninfe pensieri sì ricercati, che 
paiono uscite dalle scuole de' presentì declamatori ed epigrammisti?» 



— 352 — 

quel marinismo, o che dir si voglia gongorismo 
o cultismo, enfuismo, concettismo, o preziosismo, 
comune a tutte le letterature straniere. 

E allorquando noi avremo fatto una storia della 
poesia pastorale italiana, che risulteranno fuori 
le cause del seicentismo nella letteratura italiana; 
e quando noi avremo minutamente analizzata 
questa poesia, vedendone quanta e quale parte 
trapiantò in Ispagna, in Francia, in Inghilterra 
ed in Germania, noi, serenamente, potremo dichia- 
rare chi fu il grande colpevole in questo perver- 
timento nell'arte; e di che e perchè è colpevole. 
La poesia pastorale è un genere di poesia che 
nata tardi nella letteratura antica, ha fin dal 
suo nascere, preso il suo posto, la sua forma, il 
suo dominio, iissati i suoi limiti; e dopo l'oscu- 
rantismo del medio evo è ritornata a germogliare 
appena nato il Rinascimento; quindi, bruscamente, 
ha invaso, nel secolo XVI, tutto il campo let- 
terario: della lirica, dell'epopea e quindi del 
dramma. Egloghe, poemetti e drammi pastorali, 
queste sono le produzioni su cui ogni ingegno 
lavora di fantasia. Pastorale romantica e pasto- 
rale drammatica è tutta una fioritura novella che 
si sparge sotto il cielo d'Italia, la quale fu, con 
la Grecia e con Roma, la scuola d'Europa. 

Fortunatamente oggi la critica analizza oltre 
che le produzioni letterarie anche lo scrittore 
come tipo psicologico, e l'ambiente come produt- 
tore di questo; perchè è dal momento storico nel 
quale lo scrittore vive, che questo prende l'ispi- 



— 353 — 
razione e il concetto di quanto egli vuol trat- 
tare. Al poeta poi quest'osservazione s'attanaglia 
molto eli più ; come abbiam detto, è l' interme- 
diario fra il popolo, del quale ba comuni gl'in- 
tendimenti, e le genti avvenire. È lui l'anello di 
congiunzione de'secoli successivi, ed « ogni scrit- 
tore, se meriti questo nome, deve molto al suo 
secolo ed alla sua nazione, e molto il secolo e 
la nazione devono a lui; si dà e si riceve; e 
l'opera di arte conviene che sia il risultamento 
di tutte queste forze morali fuse e contemperate 
insieme, lo specchio fedele di quelle tre anime, 
che in essa si mescolavano e si confusero in un 
sol punto. È una doppia vita esteriore, una vita 
universale e una vita individua; ma è sempre 
la vita umana. » (1) 

(1) e. M. Tallarigo, Introduzione «Uà Storia della Letteratura ita- 
liana, Napoli, 1887. 

« Prima di arrivare alla fine dì questo mio studio, avrei dovuto 
parlare del Pianto d'Italia, poesia che il Mauso crede sia del Marino 
(Vedi pag. 25 del presente volume). Ma, non essendomi pervenuti al- 
cuni documenti, i quali debbono infirmare questa opinione, chiedo scusa 
al lettore se non mantengo la mia promessa. La quale adempirò fra non 
molto. » 



DOCUMENTI 



357 — 



I. 



(Dalla biblioteca na: lonale 
Vittorio Emanuele di Roma). 

Uccisione di Concino Concini mauesciallo d'Ancre, 
assassinato addì 20 aprile 1g17. 

(Vedi pag. 134) 



Il Marescial de Ancre hier mat.'' entrando nel 
Lovro non essendo aperto solo il portello fu aperta 
la gran porta, et essendo entrato nella Corte gli 
fu 'data una 1/^, che andando leggeva, e rincon- 
trato sopra il ponte luogo assai stretto Mons"'. de 
Vitry uno delli Cap.°' delle guardie del E,e accom- 
pagnato da circa 50 soldati da esso gli fu detto, che 
S. M.'" lo domandava, e poi messe mano alla spada 
al qual cenno da suoi furono sparate 4 pistolet- 
tate al d.° Marescial, che tutte lo colsero, et fecero 
xiadere in terra morto senza haver detto parola; 
questa esecutione fece alterar tutto il Louvro, et 
ognuno messe mano alla spada gridando, viva il 
Re, il quale si fece ad una fenestra, ringratian- 
doli, et dicendoli, che era stato lui, ch'haveva fatto 
il colpo, et concorse tanto popolo al Louvro che 
furono fermate le porte, fu mandato il Colonello 
de Ornano alla Corte di Parlamento a darne la 
nova, et a domandare il p.** Presidente, fu man- 



— 358 — 
dato il luogotenente civile a casa di Mons/ Bar- 
bin intendente g."*^'''''^^ de finanze a far inven- 
tariar ogni cosa, et gli fu messo guardie, a Mon- 
signor Mangot Vicent.^*' fu mandato a prendere 
li sigilli, li quali sono di novo stati dati al Pre- 
side* Yert, la Maresciallo d'Ancre si fece por- 
tare in una seggia nella camera della Reg.^ Madre, 
la guardia della quale fu subito licentiata, e man- 
datali altra guardia de Svizzeri, hanno mandato 
a satir tutti li beni del à." Marescial, suo fi- 
gliolo e prigione, et bieri fu mandato crida cbe 
tutti li suoi ser.'' debbano uscire dalla Città de 
24 bore sotto pena de crime laese, bavendo la- 
sciato alla Marescialla solo un buomo et una donna 
hanno sjDcdito corrieri da per tutto per dar nova 
di q.*' successo. 

Il cadavero del Marescial hiersera fu sepolto 
nella Chiesa di S. Germano dell'osseria senza altra 
cerimonia, che un prete solo, et anche da quel 
curato fu fatta qualche difficolta nel riceverlo^ 
per tutta la città se e ne fatta alegrezza/, et fuochi 
di gioia, ma q.* mattina il minuto popolo in 
grand.""" numero e concorso alla d/ Chiesa , 
dove havendoli tagliato il naso, l'orecchie, et le 
dita con gran derisione, et risa l'hanno appiccato 
per i piedi nudo, senza che le guardie, che li 
mandò il B,e habbino potuto impedirlo, poi l'hanno 
levato, messo in pezzi, et strascinato per tutto la 
Città, et Borghi, la Marescialla e stata portata 
col figliolo nelle stanze, dove fu posto il Prin- 
cipe di Conde, quando fu fatto prigione, et si dice 



— 359 — 
che li faranno il processo; S. M.** q.'* mattina 
è stata alla Messa a gli Agostini per farsi ve- 
dere, et vi e concorso grand.""" numero di popolo 
gridando viva il E,e; la Regina Madre sta nella 
sua Cam." con guardie ne il E-e l'Iia vista poi di 
q.'" successo; si dice, che il Re mandasse sub.'" 
a vedere il Pr.^" di Conde, et che li fece dire, 
che stesse di buona voglia, poiché era morto il 
loro nemico comune; dicono che S. M."' habbia di 
già dato il governo di Normandia al Conte di 
Suesson, et la luogotenenza e Mons/ di Luynes 
suo favorito, al quale ha anco dato il Marchesato 
di Ancre, et il stato di p.° gentiluomo della Ca- 
mera a Mons.*' de Vitry il Maresciallato, et la 
terra del Biopuy; al Card.'" di Vandomo tutti 
li beneficii dell' Arci vesc.'° di Tuors, il S.^"" di 
Villeroy e rientrato nel suo carico, et il Vesc.'^" 
de Luson dimesso, (1) il Presid." Janino rimesso 
nel carico di sopraintend.*^ gen.'^ delle finanze, 
et M.°'" de Mapion Controllore d'esse; s'aspetta 
q.*^ sera il Card.''' che sarà capo del Cons., et 
con lui M."'" de Pisicouls suo figliolo, quale si 
crede che ancora sarà rimesso nel suo carico di 
il duca di Longavilla si aspetta 
q.'* sera qua dove si faranno le sue nozze; si 
aspettano tutti li Principi, et si crede che per 
tutta questa S."^ S. M. mandò hieri a dire a tutti 
l'Ambasciatori che dovessero occorrendoli qualche 

(I) Armando Duples-is, aieur de Richelieu, allora semplice vescovo di 
Lucon, doveva dieci anni dopo rientrare alla Corte, e avere in sue mani 
l'avvenire della Francia. Come del resto si vede da questa lettera, era 
all'ombra del Concini che il Richelieu diveniva un uomo politico. 



— 360 — 
cosa andare a dirittura a lui, et non ad altri tutto 
questo per conclusione si crede, clie apportarà 
una pace generale in Francia, et la liberatione 
del Principe fra pochi giorni. 

Il S/ Card.'" e ritornato et e stato q.'* matt." 
in Cons." come capo d'esso, il Presid.** Vert ha 
havuto li Sigilli Regij et M." de Pisicouls e stato 
rimesso nella sua carica la Reg."" Madre che si trova 
priggione nelle sue stanze con buone guardie, et 
porte murate si tratta di mandarla nel Borbonese 
quanto p.* non volendo il Re vederla mai più poi 
che haveva risoluto fare il Concini Mere di Pa- 
lazzo, e darli l'autorità antica di d." mere, vole- 
vano mettere il re in una Cam.'' et il Concini do- 
veva ha ver cura di lui, et del fr."°. il Card, de 
Guisa doveva esser posto nella Bastiglia, et 
Mons.""" de Luj^nes doveva esser guardado, il 
Pr."'' e stato allargato per tutta la Bastiglia, et 
il Colonello Ornano ha cura di lui, tutti gii offi- 
ciali, et altri personaggi, che dependevano dal 
d.° Concini sono licentiati; la Concini, et l'Arci- 
vescovo suo fratello sono prigioni, et il figlio 
ancora. Mons.'"' de Longavilla ha dormito questa 
notte a S.an Dionigi dove e andato questa mat- 
tina il Conte di Suesson per disnar seco, e con- 
durlo doppo dalle M. M.'^ e dalla sposa, li campi 
non fanno più niente, et in arrivando la morte 
del Concini a Suesson, li grandi dell'Armata del 
Re entrorno dentro a bevere alla Sanità del Re 
col Duca d'Omena, verso il quale mandano Mons."" 
di Pieau, et un altro Cav."'" per farlo venire in 



— 361 — 
Corte, et l'istesso faranno con gl'altri Principi, la 
luogotenenza di Normandia non l'hanno avuta 
Mons/ de Luynes come si è detto ma il Duca 
di Elbeuf et la confìscatione l'haverà d.° Luynes. 
Il Re attende alli Consigli havendo dato libertà 
a tutti li suoi ucelli^ fatto disfar le forgie, et 
altre hagatelle che haveva per trattenerlo in affari 
fanciulleschi, et questo è quanto si può dir per 
hora. 

A Parigi li 25 di aprile 1617. 

L'Arcivescovo di Tuors non e prigione essen- 
dosi salvato, la Pr.^'^'"' di Condè, la moglie è 
giunta questa sera, e questa mattina Mons^ di 
Longavilla, et Vandomo saranno qui sabato, et 
cosi si crede di Mons . di Nives, et il Duca di 
Gkisa ancora Maienne ka mandato p. il Conte 
di Susa suo nepote le chiavi al E-e di Suessone 
et domattina S. M. andarà alla Corte di Parla- 
mento per fare una dichiarazione favorevole a 
tutti i Pr''', et poi tutti verranno, et il Condè 
che è assai allargato si crede debba uscir presto, 
et la moglie lo dovrà vedere forse questa sera. 
Il Conte di Puemia con tutti li grandi del Campo 
del E-e sono stati in Suessone a bevere alla Sa- 
nità del Re, et Maiene donò all'armata 40 botte 
di vino per fare il simile, si che il tutto resta 
accomodato. La Regina Madre sarà condotta a 
Malines in Borbonese per vivere il resto di sua 
vita, et il Re non la vuol più vedere. 

A Parigi li 26 di aprile 1617. 



— 362 — 



II. 



(Questi tre sonetti furono ricavati da un manoscritto esistente alla 
biblioteca nazionale V. E. di Roma, posseduto anticamente dai frati della 
e illesa di S. Croce in Gerusalemme. Pare che siano stati copiati da un 
segretario di qualche nobile diplomatico o cardinale spagnolo. Nel volume, 
insieme a questi sonetti, vi sono versi di Don Luis de Gongora, di Qua- 
vedo, del cavalier Marino, insieme a carteggi importantissimi dei duchi 
di Ossuna e di Lemos.) 



Sonetto sopra la Corte di Madrid 

Stronsi odorati, e monti di pitali 
Versati e sparsi in liquidi torrenti 
D'orine e brodi fracidi e fetenti 
Da non poter passar senza stivali. 

Acque stercoregianti, e d'animali 
Morti feconde ; pan senza fermenti, 
Pesce che amorba da lontan le genti 
Via forte, aceto dolce, olii mortali. 

Fabriche sontuose in su le stecche, 
Impiastrate di fango, e di l'ordura (sic) 
Senza misura, et ordine distinte. 

Donne di biacca, di verzin dipinte 
Succide senza crin, spolpate e secche 



Aquesta es la hermosura 
Al superbo triompho e immortale 
Del famoso Madrid Stanza Reale. 



— 363 — 

Contro gli Spagnuoli 

Il Papa e Papa, e voi sete Marrani 
Catolici bastardi, liebrei legitimi, 
Delli Stati lontani, e de i finitimi 
Perfidi usurpatori, e doppie mani. 

Se non v'armano i Principi Christiani 
Di soccorsi terrestri e di marittimi, 
Voi con bravate, e modi aspri e illegitimi, 
Gli chiamate hugonotti e luterani. 

Un Papa cha (sic) cervello a tutti e Padre, 
Rendete il titolo voi prima, e poi dite, 
Qua la lega ha le branche ingiuste e ladre. 

Vaiarne Uios ancora non ardite 
D'uscir in campo con le vostre squadre 
di gente superba arme fallite. 

Altro sonetto contro gli Spagnuoli 

Principi Italiani, e voi Baroni 
Que cantra ogni raggion spagnollggiate 
Al vostro gran Monarcha homai lasciate 
Gli preggi suoi cavalereschi, e i doni. 

Son Insidie moresche i suoi Tosoni 
Quali vi dona poi, perchè restiate, 
Tante povere pecore tosate, 
per meglio parlar, tanti Castroni. 

Fatto già tauro Giove, Europa bella 
Rapì nel patrio lido, e rozza putta 
La fé' di casta e nobile donzella. 

Ed hor con Metamorphosi più brutta, 
Questo che Giove Hispano il mondo appella 
Rubba (fatto monton) l'Italia tutta. 



— 364 



ni. 



(Questo madrigale e i sonetti segiieuti, poesie inedite del Marino, 
sono uniti con i tre sonetti da noi trascritti, contro la Spagna.) 



Madrigale del cav. Marino 

Ecco già mi sommerge 
(Misero) e non mi vai la lira e '1 canto 
Tra venti di sospir, un mar di pianto, 
In naufragio amoroso 
Fiè gran pietà, perchè resti absorto 
Dalla tempesta al porto 
Celeste mio Delphi no 
Portar sul tergo un Arion Marino. 

CONTRA I MODERNI POETI DEL CavALIER MaRINO 

Aventurosi liquidi cristalli 
Che da gorghi sì belli uscendo fupra 
Allo spuntar de la nascente aurora 
Bagnate il bel sol perle e coralli. 

Beati colli, e liete ameue valli 
Que primavera di sua mano infiora, 
Ecco l'idolo mio che v'orna e honora, 
Pi-emendo i vostri dorsi hor rossi hor gialli. 

Felici campi, ove the '1 cielo aperse 
I più ricchi d'amor cari tesori 
Di bellezze sì rare e sì diverse. 



— 365 - 

Que lioggi potrete dir qui caccò Glori 
Qui della orina sua tutti v'aperse, 
Qui mostrò il e... a mille herbette e fiori. 



Sonetti del cavaliee Marino sopra Ostenda espugnata 

DAL ECC."° ET InvIT."° MaRQUESE SpINOLA. 

Questa que per lo ciel sì vaghe stende 
Le penne inteste di topazij, e d'oro, 
E stringe infra le man sì verde alloi'o 
Bella vittoria ond'ora a noi discende? 

Quel chella intende nobil maga intende 
E versavi di gloria ampio tesoro : 
Certo al gran nome che cotanto onoro 
D'ai Reno il corso a queste rive prende. 

Il chiaro albergo del mio gran Marchese 
Di mille rende, e mille onori adoi'no : 
Pronta a tornarmi ogn'or co l'ali tese. 

Intanto imprimo a l'alte porte intorno; 
Ostende o l'empie mura a terra stese, 
Del Belgico furor perpetuo scorno. 



Ha lo stesso subietto 

Chi e costui, che con guerriera mano 
A pena impugna l'onorata spada; 
Che fa che l'empia Ostenda a terra cada, 
Già fier contrasto al gran guerrier Romano. 

Come tra l'onde, el sangue, el ferro insano, 
E i tocchi (sic), e l'hasta altier sapre la strada? 
E quasi mietitor seca, e dirada 
L'aspro furor de l'infedel Germano. 



— : 66 — 

Non io più scherno al caro mio tei'reno; 
E indarno a sì bei lidi è il soccorso. 
Virtù si grande or ci richiama al freno. 

Tremò fra londe, a sì grand'opra il corso 
Mesto fermò de suoi diluvij il Reno, 
E d' ira disse, e di timor rimorso. 

Ha il medesimo subiuetto 

Aspre mura, superbe, alte, e famose 
Di strage immensa, o di guerriere genti 
Acerba tomba ; e fra pensier dolenti 
Odio di tante madri, e tante spose. 

Quel fier che sì gran speme in voi ripose, 
Qual fue a mirare i nostri pregi spenti? 
E comò a rai del mio Marchese ardenti 
D'alta virtute il mio furor dispose? 

Certo ei presago di suo fine in parte 
Quai teri-e espugno, e quai difendo invano ! 
(Disse) qual forza omai ritento, od arte? 

Se mille schiere calpestar sul piano 
Uopo sarà, s'altre gran mura sparte, 
Tutto il potrà si gloriosa mano. 

H.V LO STESSO SUBBIETTO 

Perchè d'Italia il sovran pregio altiero, 
Que Parma cinse d'immortali allori. 
Tentar non volle i barbari furori, 
Che albergo borrendo entro d'Ostenda fero: 

Feroce ella ogni duce, ogni guerriero 
Sprezzava, e l'armi, e l'inimici ardori, 
E paventava a quei crudeli orrori 
Il fier Tedesco, el valoroso Ibero. 



— 367 — 

Ora a te vinta l'alte mura stende 
Spinola invitto, e d'auree fiamme, e vive 
Di vera gloria a te gran luce accende. 

Va fama, e conta a le latine rive 
Che nulla il corso a nostri onor contende 
Mentre si gran guerrier fra noi si vive. 



EMENDE E CORREZIONI 



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il urto? a 


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Metamorphoscon 


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Melaniorphoseon 


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74 


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13: 


suo suo 


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ahi 


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19: 


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Castiglione 


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22: 


ìd. 


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id. 


» 


102 


» 


26: 


I 


» 


Il 


» 


106 


» 


3: 


Eneide 


u 


Eneide 


» 


353 


» 


26 


Manso 


» 


Mango 



Per gli aUri errori di stampa, mi rimetto con piena fiducia alla cor- 
tesia del lettore. 



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100700911008 



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PQ Menghini, Mario 

4628 La vita e le opere di 

Z8M4 Giambattista Marino 

cop.2 



Sig. Sam 

SIGMUND SA-MUEL LEBRAUY